Venezia 2011

Recensione Carnage

Polanski sgretola il falso perbenismo della borghesia americana

recensione Carnage
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Ai film di un regista come Roman Polanski ci si accosta sempre con l'atteggiamento reverenziale riservato ai maestri del suo calibro. Artista eclettico con il dono della suggestione e l'abilità di attraversare i generi mantenendo intatti stile e seduzione, machiavellico, oscuro e talvolta anche funesto, l'uomo Polanski (così come il suo cinema) si porta dietro (sin dagli esordi de Il coltello nell'acqua) un'aura di limpida indecifrabilità che è prerogativa dei grandi registi. Le vicissitudini private di una vita turbata e turbolenta, le tragedie personali che l'hanno percorsa, e l'attuale esilio in Europa frutto di lontane beghe giudiziarie mai sanatesi, entrano di peso nel cinema del regista di origine polacca naturalizzato francese, tratteggiando quel sottofondo di umana sofferenza che sempre contraddistingue il fascino irrequieto dei suoi lavori, da Rosemary's Baby passando per Il pianista fino al coevo Carnage. Presentato all'ultimo festival di Venezia infatti anche quest'ultimo lavoro di Polanski è un'incursione nel sulfureo mondo del regista, un nuovo tentativo di smantellare l'apparente perbenismo della borghesia americana riaffermando la potenza primitiva dell'istinto barbaro, un carnage impossibile (per quanto ci si provi) da tenere a bada. Un istinto sempre pronto a svelare il vero animo umano: fragile, impulsivo e profondamente instabile.

Il Dio della carneficina

È dall'opera teatrale The God of Carnage (Il Dio della carneficina) di Yasmina Reza (coautrice della sceneggiatura) che Polanski parte per dare corpo a questo dramma da camera in cui due coppie diventano le uniche protagoniste di un confronto dialettico al servizio di un climax narrativo che rivelerà la reale mostruosità umana celata sotto all'apparente perbenismo della middle-upper class americana.

Tutto inizia quando alcuni bambini (undicenni) si ritrovano a giocare insieme in un parco e uno di loro (forse il ‘capetto' di una ‘banda') si rivolge a un altro dandogli della spia. A quel punto il secondo, inviperito, reagisce brandendo un bastone con il quale colpisce il primo in volto causandogli la rottura di due denti. In un secondo momento Penelope (Jodie Foster) e Michael Longstreet (John C. Reilly), liberali genitori della 'presunta vittima' convocano in casa loro Nancy (Kate Winslet) e Alan Cowen (Christoph Waltz), iper-impegnati genitori del 'presunto colpevole' per una pacifica chiarificazione in merito all'increscioso accaduto. Se dapprima le due coppie sembrano persuase a gestire la faccenda con la delicatezza e l'aplomb che contraddistingue le loro vite borghesi (grandi profferte di scuse in cambio di torta con pere e mele), dando a credere di non nutrire alcun dubbio sulla genuinità di quell'incontro, ben presto la reali indoli dei quattro adulti verranno a galla, trasportate da rigurgiti di verità e dai fiumi d'alcool cui tutti si affideranno una volta valicati i sobri conformismi iniziali. E se la nevrotica e benpensante Penelope cela la sua natura istigatrice dietro una maschera di onestà intellettuale, e suo marito Michael reprime a forza il carattere collerico che ogni tanto irrompe a scapito di qualche sventurato criceto, Nancy e Alan affogano l'insoddisfazione coniugale nella radicata dipendenza da lavoro, soprattutto Alan, avvocato d'assalto cronicamente schiavo dello squillo del suo blackberry. Riunitisi per ‘pacificare' gli screzi dei loro figli, i quattro finiranno così per vomitarsi (in più di un senso) addosso le frustrazioni e le magagne delle proprie vite, infine quasi incapaci di imboccare il corridoio e prendere l'ascensore della fuga, come succubi di quella necessaria resa dei conti. Mentre l'appartamento dei Longstreet diventerà esso stesso una sorta di Dio della carneficina, luogo catartico, ingombro dei superflui ammennicoli (gli ‘impegnati' libri di Penelope, il vibrante cellulare di Alan, la borsetta colma di trucchi di Nancy, e perfino l'assillante contatto telefonico con la madre di Michael) della loro farsa quotidiana, che a poco a poco verranno messi fuori gioco dalla scacchiera di smascheramenti trasversali. Dunque un'escalation di scontri che diventeranno propedeutici alla riaffermazione della reale natura umana: sempre istintivamente propensa a rivelarsi più brutale e falsa che gentile e onesta. Un vero e proprio massacro ‘da camera', in cui alle armi si sostituiranno le parole man mano sempre più urticanti e affilate come lame, in cui non si lesineranno aggettivi pur di mettere fuori gioco l'avversario.


Effetto Polanski

L'effetto ricercato e creato da Polanski in Carnage è lo scomponimento dell'essere umano che va di pari passo con lo scomponimento degli spazi che lo ospitano. Uno script dai dialoghi incisivi e incalzanti che omaggia al meglio il quartetto di ottime prove attoriali (tra i quali spiccano il ghigno borioso del superbo Christopher Waltz salito agli onori grazie ai basterds tarantiniani e la gigionesca cattiveria di Christopher C. Reilly) permettendo al film di destreggiarsi abilmente tra il dramma in cui s'inscrivono i protagonisti e l'ironia che scaturisce dai loro tic, dalle loro psicosi e infine dalla loro (in)capacità di restare confinati nell'artificio dei loro ruoli. Un contrasto stridente che conferisce a questo pseudo-dramma privato ma allegoricamente collettivo il giusto pathos e il giusto ritmo, entrambi sorretti da una regia animata che passa dal generale al particolare per poi tornare al generale senza soluzione di continuità. E mentre tra quelle quattro mura viene a galla la mostruosità umana, fuori il mondo continua a girare per "salvare le apparenze", pur sfigurato dall'ipocrisia che incessantemente lo avvolge. E se spesso nel cinema del regista sono state le sole donne (Rosemary, Evelyn, Tess) quelle da immolare al sacrificio, le disperate vittime della società, qui le turbe e le corruzioni umane sono equamente ripartite tra i due sessi, entrambi latori di follie.

Carnage Il genio di Polanski dà ancora una volta prova della sua abilità narrativa, realizzando con solo quattro (ma notevoli) attori e una sola location un dramma da camera narrativamente serrato, dove ogni tassello rientra geometricamente al suo posto. Ma, a questo giro, il genio di Polanski si ferma sulla soglia del compitino ben realizzato che serve ad hoc una trama e una recitazione fortemente teatrali, senza raggiungere i turbamenti reali dell’animo umano, lasciandoci ammirati per l’esemplare costruzione filmica ma non turbati, inquieti, addirittura lacerati, come spesso è accaduto di fronte a opere dell’autore di Rosemary’s baby, Tess o Cul de sac. E l’oscuro scrigno di Polanski, per stavolta, si schiude solo a metà.

6.5

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