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Cargo: la recensione dello zombie movie Netflix con Martin Freeman

Cargo è uno zombie movie cronometrato con protagonista un ottimo Freeman, papà infetto con il solo obiettivo di salvare la figlia ancora in fasce.

recensione Cargo: la recensione dello zombie movie Netflix con Martin Freeman
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Dopo l'avvento televisivo di The Walking Dead, le produzioni sia cinematografiche che serial dedicate agli zombie hanno visto una sensibile impennata, questo dopo anni di stasi di un genere che sembrava non avesse più molto da dire. Un tempo questi esseri affamati di carne umana, morti che camminano, erano una critica alla società odierna, quando il messaggio era coadiuvato dall'occhio di George Romero, ma oggi come oggi hanno perso quella dimensione, divenendo soltanto semplici macchine di infezione e morte. E parte di questo ripiegamento concettuale è anche dovuto a innumerevoli titoli che non hanno saputo catturare l'intelligenza della critica sociale degli zombie.
Forse nessuno ha addirittura più tentato una lettura simile, preferendo magari la parodia dai toni brillanti come Edgar Wright per il suo Shaun of the Dead o l'ottica della pandemia sintomatica come per Wolrd War Z, ma resta il fatto che la maggior parte dei prodotti a tema zombie hanno un che di stantio, di ristagno intellettivo, di ripetersi delle situazioni. E anche questo Cargo sembra non essere da meno, rispondendo a tutte le regole del genere d'appartenenza, persino agli stessi errori, ma partendo da una base forse un po' più originale, perché il destino del protagonista è segnato fin dall'inizio.

La rosa nel deserto

Anche l'ambientazione, a dire la verità, è diversa dai soliti zombie movie. Ci troviamo infatti nel magnifico outback australiano, in medias res, quando ormai una malattia tremendamente contagiosa ha invaso il mondo e le persone hanno iniziato a fuggire dai centri abitati, in cerca di salvezza in luoghi meno popolosi. Tra questi anche la famiglia composta da Andy, Kay e Rosie. Hanno trovato rifugio in un'imbarcazione, viaggiando lungo un fiume e approdando sporadicamente sulla terra per cercare delle provviste. Ci vengono già presentati come dei sopravvissuti, consci di quando sta accadendo, tant'è che conoscono perfettamente anche le modalità di sviluppo e successivo contenimento della malattia, divulgate da quelli che erano un tempo gli organi competenti via medikit con tanto di foglietto illustrativo. Il fiume ne è pieno, quindi si presume siano stati lanciati via aereo, e Andy ne pesca uno: al suo interno un paradenti, un orologio e un paletto estraibile. Capite bene come questo sottintenda la mancanza di una cura specifica e l'invito a porre fine alla proprie sofferenze se mai si venisse contagiati. Il paradenti serve a non mordere infatti i propri cari nel mentre della trasformazione, l'orologio per contare alla rovescia le 48 ore necessarie al mutamento e il paletto per trafiggersi l'occhio e arrivare dritti al cervello, unico organo funzionate dopo il contagio -ma questo è risaputo. È un mondo ormai al collasso che ci viene raccontato con tonalità angosciose, tratti amplificati anche dai colori caldi ma afosi dell'outback, che generano inquietudine, una certa solitudine. Tutto è perduto e non c'è soluzione se non quella di arrangiarsi come si può. Andy e la sua famiglia tentano così di sopravvivere con le poche scorte a loro disposizione, ma l'ingenuità di Kay e un fraintendimento con il marito la portano ad essere morsa da un uomo infetto. Lei è consapevole del suo destino, ma Andy non lo accetta.
Questi tipi di comportamenti vogliono tratteggiare l'immortale umanità dei personaggi nonostante il crollo della società civile, del mondo pre-esistente. E in parte sono giusti, perché altrimenti non si potrebbero tratteggiare le varie psicologie dei protagonisti, ma in determinate situazioni reiterare una simile formula stilistica porta solo a conseguenze prevedibili. Prendiamo Andy, ad esempio, interpretato da un sempre bravo Martin Freeman: non vuole rinunciare alla moglie ma sa perfettamente che averla al suo fianco durante la trasformazione è pericoloso per la piccola Rosie. C'è uno scontro tra l'amore di un marito e il cuore di un padre. Una battaglia che, date le condizioni di Kay, dovrebbe vertere a favore di Rosie, ma si conclude nel peggiore dei modi: la donna muore e si trasforma, mordendo Andy e dandogli sole 48 ore di vita per mettere la bambina al sicuro. Comincerà così un viaggio che lo porterà ad attraversare l'outback a piedi, incontrando sopravvissuti come lui, vili esseri privi di umanità o compassione, e ad affrontare molti pericoli, tutto per il bene della figlia, per la sua bellissima rosa nata in quel deserto di disperazione e tormento.

Cargo è un aussie zombie movie che tenta di sovvertire solo in parte una formula già vista troppe volte, senza allontanarsi drasticamente dell'effetto dejavu, con momenti in cui il tedio supera di gran lunga l'interesse. Non vive di momenti entusiasmanti né di una scrittura particolarmente brillante o ricercata, ma tutto sembra cadere sulle spalle di Freeman e del rapporto del suo personaggio con la piccola Rosie. La storyline parallela dell'aborigena Thoomie vuole poi soltanto approfondire le tematica della famiglia, dell'accettazione e del sacrificio, ma attraverso modalità narrative blande e mai sofisticate come vorrebbero invece apparire.
Il racconto del sacrificio di un padre per la salvezza della propria figlia viene così ribaltato proprio con Thoomie, che è una figlia che probabilmente non è riuscita ad accettare il sacrificio del padre, che tiene vicino a sé anche se ormai trasformato. Non vuole lasciarlo andare, esattamente come Andy non riusciva a lasciare andare Kay. Quando poi tutto raggiunge il suo culmine, alla fine, il suo giusto punto d'incontro, si arriva a un epilogo telefonato ma comunque emozionante, che stringe il cuore, perché in definitiva abbiamo assistito al viaggio di uomo che davanti a morte certa, in un mondo ormai in rovina, ha deciso di difendere a denti stretti la sua unica ragione di vita.

Cargo Cargo riesce solo in parte a sovvertire la formula di un genere, quello degli zombie movie, dove ormai si è persa la dimensione critica di Romero in favore di una reiterazione della formula alla The Walking Dead. Lo fa grazie a un personaggio dal destino segnato e a un'ambientazione nell'outback australiano dai tratti afosi e affascinati, oltre che attraverso un rapporto padre-figlia commovente, ma in fin dei conti non reinventa nulla e il tedio subentra molto spesso all'interesse, affossando ogni entusiasmo. Un sempre bravo Martin Freeman e alcune inquadrature ricercate non bastano in definitiva a elevare il prodotto al di sopra della sufficienza, specie per il sentore che si sarebbe potuto fare molto di più. Ma molto di più.

6.5

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