Cappuccetto Rosso Sangue, recensione del film con Amanda Seyfried e Gary Oldman

La regista di Twilight torna tra i boschi macchiati di sangue: la nostra recensione di Cappuccetto Rosso Sangue con Amanda Seyfried e Gary Oldman.

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Hollywood, Hollywood abbiamo un problema. Ci servono idee originali per portare il pubblico dei teenager al cinema. Abbiamo già chiamato a raccolta le stelline Disney ma sembra non funzionare più. Contattato un idol musicale? Certo, l'unico a dichiararsi disponibile è stato Justin Bieber. Che facciamo? Bisogna trovare una soluzione: che ne dite di rimaneggiare le vecchie favole? Insomma con i film d'animazione funziona. E così il trend cinematografico del cinema per ragazzi di questa stagione è l'adattamento di queste storie. La nuova arrivata sul grande schermo è Cappuccetto Rosso... Sangue.

Luna rossa sul villaggio

Da moltissimi anni il piccolo villaggio di Daggerhorn è tormentato dalla presenza di un lupo mannaro che, svegliandosi a ogni luna piena, richiede un sacrificio animale per soddisfare il suo appetito e mantenere viva la popolazione locale. Nonostante il terrore dilagante, la vita procede però con la tranquillità tipica delle piccole comunità, tra il lavoro manuale e gli amici di sempre. Una notte, in cui la luna ha assunto una inusuale tonalità rosso sangue, la bestia decide però di cambiare le carte del gioco e sacrifica una vita umana. La vittima è la sorella maggiore di Valerie (Amanda Seyfried), la ragazza più bella del villaggio: da sempre innamorata del suo amico d'infanzia, il tenebroso Peter (Shiloh Fernandez), scopre di essere stata destinata dai suoi genitori in moglie al ricco Henry (Max Irons). Mentre i due innamorati stanno per fuggire insieme lontano da tutti, la situazione a Daggerhorn si complica e, dopo l'arrivo del pomposo Padre Solomon (Gary Oldman) e delle sue sconcertanti rivelazioni, Valerie è costretta a rimettere in discussione tutta la sua vita: amore, famiglia, amicizia... nulla è come sembra.

Una nuova leggenda

L'ultima volta avevamo lasciato la regista Catherine Hardwicke persa nella foschia azzurrognola della foresta di Forks, intenta a chiedersi che cosa ne sarebbe stato del suo piccolo film indipendente, Twlight. La sorte della pellicola è ormai nota a tutti e così la Hardwicke ha deciso di buttarsi a capofitto in un nuovo progetto che rievocasse le ambientazioni fisiche ed emotive, il fantasy thriller Cappuccetto Rosso Sangue. L'idea di base è molto semplice: prendere la classica favola di Cappuccetto Rosso e reinventarla per adattarla alle esigenze del pubblico moderno, più abituato ad atmosfere gotiche e sentimentalismi tormentati. Così scompare la bambina che trotterellando per il bosco deve portare la focaccia alla nonna e al suo posto appare una leggiadra e sensuale Valerie. La bella protagonista ha due pretendenti: Peter, il ragazzo che ha sempre amato fin da bambina, ed Henry, l'uomo che i suoi genitori hanno deciso che dovrà sposare. Come la precedente eroina destreggiatasi davanti alla macchina da presa della regista, anche Valerie all'inizio sembra avere le idee molto chiare su quali siano i desideri del suo cuore. Ma la scoperta che il temuto lupo mannaro durante il giorno ha sembianze umane e può quindi essere uno qualsiasi degli abitanti del villaggio, pone tutto in dubbio. Tutti sono sospettati. Virtualmente per ogni personaggio c'è un momento nella narrazione in cui si mette in dubbio la sua innocenza, soprattutto se la si legge attraverso i grandi occhi di Valerie, l'unica che sembra avere una particolare connessione con la sanguinaria bestia. I dubbi sull'identità della bestia rendono la sua scelta non solo una questione di cuore, ma anche una questione di vita e di morte. Con questo semplice stratagemma la Hardwicke mescola così le caratteristiche del thriller, più psicologico che sanguinolento nonostante le ipotetiche morti violente causate dal lupo, alla più classica delle storie di un'amore conteso. Dell'originale Cappuccetto Rosso, alla fin fine, ci è rimasto solo il nome, lo sfolgorante mantello cremisi, e un sottotesto morale: il mondo è pieno di pericoli e inganni, quindi è il caso di non parlare mai con gli sconosciuti. Ma se il lupo fosse una persona amica, una persona di cui ci si fida, una persona che si ama?

No agli sprechi

L'eterno dilemma tra il buono e il cattivo, il biondo o il bruno, il vecchio o il nuovo sicuramente farà presa sul pubblico femminile più giovane attratto anche dalla risonanza che il nome della regista ha ormai sulle nuove generazioni: da colei che ha posto le basi del mito di Robert Pattinson e Kristen Stewart ci si aspettano grandi cose. Chissà se avrà pensato la stessa cosa Shiloh Fernandez, che già si era presentato in passato davanti ai suoi occhi per sostenere proprio la fortunata parte di Edward Cullen (che, se vogliamo, ricorda in qualche atteggiamento e presa di posizione... che sia casuale o voluto?). Il pubblico alla ricerca di un nuovo Twilight non sarà deluso da questo Cappuccetto Rosso Sangue. Tutto sembra essere montato per riecheggiarne atmosfere ed emotività, tanto che alcuni pezzi sembrano estratti direttamente dalle scene escluse della saga di Forks. I dolly e le carrellate che sovrastano la foresta medievale sono fotocopie a tinte fredde di quelle affollate dai vampiri della Meyer, simili non solo nei movimenti di macchina, ma anche nella saturazione dei colori. Vittima della definizione di regista sperimentale e indipendente, Catherine Hardwicke deve aver pensato che il successo di Twilight fosse dovuto a una fotografia che faceva uso di una monocromatica palette di colori, tutta focalizzata sul grigio e l'azzurro, riproposta in toto in questa pellicola. Unico dettaglio di colore, il vivace mantello rosso di Valerie, una macchia di colore che esplode all'interno dell'asettico panorama medievale circostante, monopolizzando la macchina da presa. Una delle sensazioni principali che si provano vedendo Cappuccetto Rosso Sangue è di trovarsi davanti a qualcosa di già visto e sperimentato: nulla sembra reale e originale e ogni particolare riconduce alla personale memoria cinematografica e fiabesca dello spettatore. I personaggi stereotipati, i dialoghi ridotti al massimo della semplicità (fino ad apparire ridicoli), i costumi usciti direttamente dalla boutique di Barbie e le scenografie riadattate dai film di Fantaghirò... tutte cose che negli anni Novanta affascinavano lo spettatore più giovane proprio per la loro fittizia semplicità e che oggi rischiano di essere troppo sopra le righe. Fino a che soglia d'età lo spettatore di Cappuccetto Rosso Sangue riuscirà a emozionarsi con questa favola? Il dubbio regna... ma i pronostici puntano già molto in basso.

Cappuccetto Rosso Sangue Unico punto di luce all’interno di Cappuccetto Rosso Sangue è Amanda Seyfried: “Dalla prima volta che ho visto Amanda, sapevo che era speciale. Aveva tutto quello che ci serviva per il personaggio, soprattutto perché non è la classica damigella da favoletta. Amanda è forte, sexy, divertente e vulnerabile: ha tutte queste qualità allo stesso tempo. Dal suo aspetto si direbbe sia appena uscita da una favola. Ha una qualità eterea e degli occhi incredibilmente magnetici”: commenta la regista sulla scelta della sua protagonista. E probabilmente, al di là di questo pungente senso di intontimento fastidioso, il bel volto di Amanda, voluttuosamente drappeggiato nel mantello rosso (e inspiegabilmente chiuso in una maschera metallica), sarà l’unica bella visuale che rimarrà di questa pellicola.

4.5

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