Cannes 2018: Wildlife, la recensione dell'opera prima di Paul Dano

Il giovane attore ha portato a Cannes il suo esordio dietro la macchina da presa, basato su un romanzo di Richard Ford.

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Dal 2006, anno in cui è stato scoperto dalla maggior parte dei cinefili grazie alla sua performance sottilmente intensa in Little Miss Sunshine, Paul Dano si è imposto come uno degli attori "di contorno" più interessanti del panorama cinematografico americano, attirando l'attenzione di registi come Paul Thomas Anderson (Il petroliere), Rian Johnson (Looper), Denis Villeneuve (Prisoners), Steve McQueen (12 anni schiavo), Paolo Sorrentino (Youth) e Bong Joon-ho (Okja), senza dimenticare la sua prova al fianco del "cadaverico" Daniel Radcliffe nello spiazzante Swiss Army Man. Con un percorso simile non sorprende che Dano volesse prima o poi fare il salto di qualità dietro la macchina da presa, e così è stato con Wildlife, presentato in anteprima al Sundance e poi transitato a Cannes dove ha inaugurato l'edizione 2018 della Semaine de la Critique, sezione parallela e indipendente che mette in risalto le opere prime e seconde. Un traguardo di non poco conto per un progetto ambizioso, adattato a quattro mani dallo stesso Dano insieme alla compagna Zoe Kazan (con cui ha recitato in Ruby Sparks) a partire da un romanzo del noto scrittore americano Richard Ford, e interpretato da due pesi massimi come Carey Mulligan e Jake Gyllenhaal.

La famiglia brucia

Siamo in provincia, nel Montana, nel 1960. Jerry Brinson (Gyllenhaal) perde l'ennesimo lavoro, il che mette a dura prova il suo matrimonio con Jeanette (Mulligan) dato che lui rimane per lo più apatico mentre lei cerca di contribuire alle finanze trovando un proprio impiego. Anche il figlio della coppia, Joe (Ed Oxenbould), dà una mano lavorando per un fotografo locale, cercando di mantenere un equilibrio precario che si fa ancora più instabile quando Jerry decide di partire insieme ai vigili del fuoco per un periodo indeterminato, al fine di contenere degli incendi che stanno devastando la regione. Da lì la situazione si fa ancora più drammatica e assistiamo al progressivo sgretolamento di un rapporto coniugale con toni e atmosfere che, per l'epoca scelta, non possono non ricordare Revolutionary Road di Sam Mendes. E il modello del regista inglese è ben presente nell'approccio di Dano, soprattutto nella prima parte del film che gioca molto sul sottotesto, con una tensione molto sottile che emerge in maniera più prepotente nei momenti giusti, dando vita a una riflessione sugli equilibri famigliari che, pur appartenendo a decenni passati (sia a livello narrativo che relativamente all'uscita del libro di Ford, datato 1990), è ancora molto attuale. Convince di meno la seconda metà, quando il gioco di sottigliezze cede il posto a sviluppi più estremi e prevedibili ma comunque non privi di una certa potenza grazie alle interpretazioni degli attori. E mentre tutti parleranno soprattutto di Mulligan, centro emotivo della pellicola e alle prese con uno dei ruoli più gratificanti della sua carriera sul piano professionale, è ancora più meritevole d'attenzione il giovane Oxenbould, la cui parte è forse all'origine dell'interesse di Dano per il progetto: se il film fosse uscito dieci anni fa, non sarebbe stato difficile immaginare il neo-regista nei panni di Joe. Possiamo augurarci, quindi, che il giovanissimo attore australiano che lo interpreta davvero, classe 2001, segua un percorso anche solo minimamente simile.

Cannes 2018 Paul Dano esordisce nella regia con un adattamento letterario ambizioso e coinvolgente, ritratto di un'altra epoca che in realtà non è tanto dissimile, per certi versi, dai giorni nostri. Carey Mulligan, Jake Gyllenhaal e la giovane scoperta Ed Oxenbould brillano in un lungometraggio non privo di difetti (la prima parte è più equilibrata della seconda), ma comunque incoraggiante per quanto riguarda la nuova fase della carriera di Dano, attore che può ora vantare anche un certo feeling per il lavoro dietro la macchina da presa.

7

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