Caccia al Tesoro, la recensione del nuovo film dei fratelli Vanzina

I fratelli Vanzina tornano con una commedia degli equivoci divertente, lineare, che fa dell'ironia verace una lettera d'amore a Napoli.

recensione Caccia al Tesoro, la recensione del nuovo film dei fratelli Vanzina
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Il bello non fa notizia. Per quanto possa spaventare questa piccola frase, basta guardarsi attorno, sfogliare i giornali, accendere la TV o scorrere le bacheche social per capire quanto in realtà sia vera e radicata. Ciò che "la società dello spettacolo" vuole è il viscido, lo sporco, le molestie sessuali, la violenza, le rapine e gli omicidi, per questo motivo quando si pensa a Napoli si idealizza subito la camorra, la criminalità, perché è così che la città partenopea viene dipinta a tamburo battente. Carlo ed Enrico Vanzina hanno deciso di invertire la rotta e trasformare la loro nuova commedia in una vera e propria lettera d'amore, estromettendo tutto il marcio e lasciando passare soltanto i raggi del sole del capoluogo campano. Raggi veicolati attraverso la tradizione, la fede, il teatro e un pizzico di calcio che, si sa, a Napoli è un po' come una seconda religione.
Prima ancora dei calciatori e dell'erba lucente, in cima alla piramide delle priorità però vi sono i santi, nel caso specifico il buon San Gennaro, protettore principale della città e fonte di speranza per tutti i fedeli. Chiunque abbia un problema si rivolge a lui prima di fare qualsiasi altra cosa, lo stesso fa Domenico Greco, attore teatrale in rovina massacrato dai debiti e con un nipotino che necessita di cure costose al di là dell'oceano.

San Gennà, facci la grazia

Disperato e sinceramente bisognoso di un miracolo, il buon Domenico ha la felice idea di appropriarsi indebitamente dell'inestimabile Tesoro di San Gennaro, un insieme di reliquie considerate sacre e intoccabili dalla popolazione, fra cui la celebre mitra del Beato tempestata di pietre preziose. A lui si aggiunge un socio in affari goffo e totalmente inesperto in quanto a furti, ma non meno disgraziato. Un'impresa degna del miglior Lupin III in mano a una banda di "mariuoli" improvvisati che dà il via a una commedia degli equivoci leggera, divertente, scritta con un linguaggio diretto e senza fronzoli, che parla chiaramente a un pubblico vasto. Come spesso hanno fatto nella loro carriera, i fratelli Vanzina tornano a parlare al popolo senza secondi fini, con il semplice obiettivo di divertire e di raccontare una Napoli diversa, che fa dei suoi cliché più beceri i suoi punti di forza - folcloristicamente parlando.
Un lavoro quasi mai volgare, persino misurato, perfetto da vedere insieme a tutta la famiglia; non si registrano infatti pernacchie, doppi sensi e battute infami, dallo schermo traspare tutta la voglia dei due sceneggiatori e registi (anche se in questo caso soltanto Carlo Vanzina è accreditato come tale) di svagare e svagarsi con estrema semplicità, intrattenendo i bambini come gli adulti, dai 6 ai 99 anni.

Tempi comici

Tutto questo è possibile non solo grazie a una storia lineare, ma anche per merito di un cast di assoluta qualità, capitanato dai mattatori Vincenzo Salemme e Carlo Buccirosso, una coppia sanguigna, tutta napoletana, dai tempi comici impeccabili che mette in ombra il cast femminile (formato da Serena Rossi e Christiane Filangieri, certo non meno genuine). Se Salemme è un furbo consapevole, con un cuore sincero e grande, da rassomigliare quasi al Gigi Proietti dei tempi d'oro, Buccirosso è più un Buster Keaton dei nostri giorni.
Un clown che quasi non sa di esserlo, un uomo che subisce tutto in modo inerme, senza reagire (o reagendo male), suscitando così risate sincere. Fra di loro si inserisce il disturbatore per eccellenza Max Tortora nei panni di Cesare, ladro romano in trasferta anch'esso alla ricerca dell'intoccabile tesoro.
Una caccia che dà il suo massimo nella prima parte del film, quando tutto è ambientato a Napoli, poi pian piano ci si sposta, si sale su a Torino e con una toccata e fuga si va a Cannes, tempio del cinema e del lusso sfrenato, e il racconto perde smalto e ritmo. Quel che non si perde mai è l'obiettivo, sempre a fuoco nella narrazione: il tesoro. Il suo raggiungimento è un chiodo talmente fisso per i protagonisti che finisce per diventarlo anche per il pubblico, che non vede l'ora di mettervi gli occhi sopra. Peccato che arrivi la camorra a mettere i bastoni fra le ruote.


La realtà romanzata

Appena sopra parlavamo di come i Vanzina abbiano scelto tutti i cliché più beceri di Napoli per trasformarli in qualcosa di positivo, almeno nelle intenzioni. Ci ritroviamo così a parlare costantemente di rapine, furti, persino il personaggio del piccolo Gennarino Guazzo finisce per compiere un piccolo crimine nella civilissima Torino, come a dire "i napoletani si fanno sempre riconoscere". Questo modo di procedere potrebbe dar fastidio a molti, allo stesso modo l'idealizzazione dei camorristi potrebbe destabilizzare.
La criminalità è infatti intenta a punire i ladri che hanno tentato di portar via alla città il suo tesoro più grande e simbolico, finendo persino per fare buone azioni e aiutando Domenico Greco ad avventura ormai terminata. Gli eroi negativi per antonomasia finiscono così per amalgamarsi con naturalezza fra i buoni, un linguaggio fra le righe che potrebbe confondere, nonostante la chiara voglia degli sceneggiatori di giocare e ridere.

Caccia al Tesoro Cos'è dunque, in definitiva, questa Caccia al Tesoro? Un film senza grosse pretese, una commedia per tutta la famiglia che conosce perfettamente i suoi limiti e li sfrutta all'eccesso, raccogliendo a piene mani tradizioni popolari e cliché. Un lavoro profondamente radicato a Napoli e nella sua cultura, anche se tenta di toccare altre realtà ambientando diverse scene in Piemonte e in Costa Azzurra, ma tornando sempre al punto di partenza. Una favola surreale travestita da dichiarazione d'amore, con tanto di sorpresa musicale finale da strappare il cuore, che cerca di restituire a Napoli e ai napoletani un minimo di giustizia, dipingendo il racconto con colori sgargianti e verace ironia, quasi mai volgare. Una sfida vinta nelle intenzioni, seppur con qualche riserva.

5.5

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