Recensione Buried - Sepolto

Ryan Raynolds ha solo 90 minuti per riuscire a salvarsi dalla tomba in cui è stato sepolto...

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Apri gli occhi.
Sei in uno spazio chiuso.
Ti restano 90 minuti di ossigeno.
Il tuo unico collegamento con il mondo esterno è un misterioso telefono cellulare con una ricettività e una batteria limitante.
E ogni secondo che passa sei un secondo più vicino alla fine...

Buried, il thriller indipendente che ha sconvolto il Sundance Film Festival. Basta questa affermazione per spiegare la grande attesa e le altissime aspettative che da mesi accerchiano questa pellicola di produzione spagnola. Un uomo si sveglia e scopre all'improvviso di essere sepolto chissà dove. Difficile non farsi affascinare da un soggetto del genere, così sottilmente complesso da portare sul grande schermo da poter passare velocemente dal sospirato capolavoro all'agghiacciante catastrofe.

L'importanza della storia

Paul Conroy (Ryan Reynolds) è un autotrasportatore americano che si ritrova rinchiuso in una cassa di legno sotto terra. Non sa esattamente dove si trova, non sa perché è stato catturato né da chi. Ha novanta minuti per cercare di uscire di lì prima che l'ossigeno finisca. Con sé ha solo un cellulare, una matita e un accendino...

Per tutti i circa 90 minuti di durata, Buried non abbandona mai il claustrofobico ambiente della cassa. Lo sguardo della macchina da presa non lascia mai il sottosuolo, non si volge mai all'esterno, non conosce persone e situazioni che non siano alla portata di Paul. Ma come può una pellicola reggere tutto questo tempo rimanendo fisicamente ferma nello stesso punto? La risposta arriva direttamente dal regista Rodrigo Cortès: "Ci sono storie grandi e storie piccole lì fuori. La grandezza di una storia non dipende dalla vastità di un paesaggio, dal numero di personaggi o dai cosiddetti production values. ‘Il Vecchio e il Mare' è forse una grande storia? Sarebbe stata più grande se Hemingway avesse aggiunto dieci o dodici pescatori e ci avesse messo dentro un paio di pesci spada in più? Le dimensioni di una storia non possono essere misurate in questi quadri o in centimetri, piuttosto dipendono da una cosa soltanto: la storia. Sia che racconti qualcosa di interessante oppure no, sia che catturi l'attenzione dello spettatore e lo mantenga concentrato fino alla fine, sia che ci spinga a voler sapere cosa accadrà successivamente o, anche meglio, ci faccia sentire il bisogno di saperlo. Sono incuriosito, sono affascinato, il tempo vola senza che neanche me ne renda conto? La storia mi cattura a tal punto che devo darmi un pizzicotto per ricordarmi che quello che accade non sta veramente accadendo a me? Se una storia è capace di produrre un effetto simile, allora quella che abbiamo nelle nostre mani è una grande storia, una storia fantastica. Se non ci affascina in questo modo allora poco importa che ci siano legioni di orchi, una flotta interstellare e l'intera Armata Rossa che combattono per il controllo del Pianeta Terra... l'effetto sarà deludente: la storia sarà piccola". Non stupisce quindi che nonostante la scarsa presenza di oggetti in scena, l'unico ambiente di collocamento e la gestione dell'intera pellicola da parte di un solo attore, Buried si possa definire davvero un bel film.

Immersione totale

Come tutti i cineasti, Cortès vanta le proprietà della storia e di come questa possa decidere le intere sorti del film. Ancora una volta, però, è qualcos'altro a rendere Buried diverso da ogni altro prodotto di genere. L'assunto di base, in fondo, è piuttosto semplice e, se vogliamo, presenta anche delle incongruenze, soprattutto iniziali. Perché qualcuno dovrebbe rapire un uomo e seppellirlo con un cellulare? Quali certezze ha dell'uso che questo può farne, della ricezione o della sua ripresa dei sensi in tempo per portare a termine un eventuale piano? Ma in questo caso lo spettatore viene trattato esattamente come il protagonista del film. Introdotto nel nuovo ambiente dal nulla, passa dal buio totale allo sconcerto e non ha il tempo di chiedersi che senso possa avere, nel mondo reale, trovarsi lì in quel momento. Come Paul sa di essere lì, di avere poco tempo e di doverne uscire con il minor numero di danni possibili. Il pubblico entra immediatamente in connessione con il protagonista, con la sua totale e altalenante disperazione, e con lui ripone le sue speranze di salvezza in delle voci, in qualcosa di assolutamente astratto, in persone che non si conoscono, non si vedono mai e che potrebbero essere qualsiasi cosa. Ma non si ha nessun'altra possibilità se non quella di credere in loro. La totale immedesimazione fa sì che l'unica realtà conoscibile è la pura angoscia del suo universo ristretto e rettangolare, la minacciosa oscurità che lo avvolge e questa connessione con il mondo esterno e completamente estraneo, data dal telefono cellulare, unica cosa a cui aggrapparsi disperatamente.

Pochi perfetti elementi

La regia di Rodrigo Cortès, nuovo talento della cinematografia spagnola al suo secondo lungometraggio (ma già apprezzatissimo dalla critica in patria), nonostante la limitazione degli spazi scenici ristretti, è ambiziosa e in continua evoluzione. La macchina si muove continuamente adeguandosi al ritmo delle emozioni umane e posizionandosi in luoghi inverosimili e per questo affascinanti. È una corsa contro il tempo in cui nulla viene lasciato al caso e tutto è studiato per cancellare il plausibile rischio di immobilità. Il trovare continuamente nuovi e diversificati punti di luce, l'angosciante oscurità che impedisce di vedere quello che ci circonda (ma non il protagonista e i particolari importanti), il senso di ansia perpetuo e inconfondibile che marchia a fuoco ogni inquadratura sono anche merito del direttore della fotografia Eduard Grau, già meritevole della composizione fotografica di A Single Man di Tom Ford. Altro punto fondamentale della buona riuscita del film è sicuramente Ryan Reynolds, sotratto dal mondo delle commedie romantiche, capace di reggere sulle proprie spalle il peso dell'intera performance. 17 giorni di riprese, 25 (a volte anche 30 o 35) take al giorno, hanno fatto si che l'attore, futuro Lanterna Verde, riuscisse a entrare perfettamente nel personaggio, carpendone l'intero spettro di emozioni: angoscia, panico, disperazione, calma, rabbia e isteria. Pochi elementi che, combinati con pochissime sbavature, creano una pellicola claustrofobica e pulsante, mai noiosa e dal finale intelligente e funzionale.

Buried - Sepolto “L’unico modo di sbarazzarmi delle mie paure è farci un film”, diceva Alfred Hitchcock, a cui Cortèz fa chiaramente riferimento nella regia di Buried - Sepolto. Se sia riuscito con questo film a esorcizzare la propria paura di essere seppellito vivo non possiamo saperlo, sicuramente però il regista spagnolo, con il suo ambizioso e originale stile claustrofobico, ha portato sul grande schermo una pellicola avvolgente ed emozionante, capace di coinvolgere lo spettatore e di fargli provare uno spettro di emozioni variegato e dal forte impatto come solo pochi sono capaci di fare.

8

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