Brimstone, la recensione del western con Guy Pearce e Dakota Fanning

Una giovane ragazza muta e un crudele reverendo sono al centro di Brimstone, intenso western drammatico che non fa sconti.

recensione Brimstone, la recensione del western con Guy Pearce e Dakota Fanning
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Il western visto dalla prospettiva femminile sta assumendo sempre più importanza negli ultimi anni, con titoli come Meek's Cutoff (2010), The Homesman (2014) e Jane Got a Gun (2016) che hanno offerto un nuovo modo di raccontare la vita di frontiera. Ultimo esponente della lista è proprio Brimstone, co-produzione europea acclamata all'ultimo Festival di Venezia vedente per protagonista la lanciatissima Dakota Fanning. La giovane e bella attrice, qui in compagnia di colleghi "di peso" quali Guy Pearce, Carice van Houten e Kit Harington (questi ultimi due a breve nell'attesa settima stagione di Game of thrones), veste i panni della bionda Liz, una ragazza muta che vive con la figlia piccola, il marito (che l'ha sposata in seconde nozze) e il di lui figlio. La vita della donna cambia improvvisamente con l'arrivo in città del nuovo reverendo locale, a cui è legata da un tragico e tormentato passato che non esita a tornare a galla...

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Diviso in quattro capitoli, il primo e l'ultimo ambientati nel presente filmico e i due di mezzo nel passato, Brimstone è un dramma a tinte forti che utilizza l'efficace ambientazione western per raccontare una storia di violenze e soprusi legati anche al fanatismo religioso. E proprio il villain stesso altro non è che il reverendo (interpretato da un magnifico Guy Pearce, spaventoso sia nei suoi eccessi d'ira che nel suo conquistante magnetismo), figura complessa al centro delle sequenze più emotivamente forti delle due ore e venti di visione. La pura azione ludica è limitata al minimo indispensabile, lasciando spazio ad un tragico e crudele percorso di crescita vissuto dalla protagonista, giovane donna alle prese con un mondo maschilista: a cominciare già dal secondo tassello narrativo vengono alla luce le ingiustizie subite dal gentil sesso, con il bordello quale luogo di muta impotenza dove le prostitute vengono trattate senza alcuna dignità. Si attende costantemente la resa dei conti, l'attesa di quella possibile liberazione che Liz/Joanna meriterebbe, ma anche lo stesso epilogo, più amaro che dolce, mette nuovamente alla berlina tutte le ingiustizie di una società dove l'uomo è predatore dominante. Il regista olandese Martin Koolhoven torna dietro la macchina da presa, a otto anni dal suo ultimo lavoro, senza fare sconti di sorta e colpendo duro in più occasioni, con una ferocia che a tratti rischia di sfociare nel puro sadismo ma non si distacca mai dal compito morale prefisso, trovando magistrali scene madri di un'eleganza visiva che abbaglia e disturba al contempo, per un west privo di eroi in cui i più deboli sono inevitabilmente destinati a soccombere.

Brimstone Non è un film semplice Brimstone, epopea personale di una giovane ragazza in un west sporco e crudele dove le donne sono prive di diritti e in cui il fanatismo religioso genera mostri. Centoquaranta minuti di visione che spiazzano per la destabilizzante violenza fisica ed emotiva subita dalla protagonista e le crudeltà in serie commesse dal reverendo (splendido il confronto attoriale tra Dakota Fanning e Guy Pearce, entrambi magnifici), in cui i tipici topoi del filone vengono ribaltati in un'ottica prevalentemente amara dove, più che i proiettili, a squarciare la carne sono i sussulti di desolante indifferenza di una società in cui i più deboli sono destinati a soccombere.

7.5

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