Berlinale 66

Recensione Boris Sans Béatrice

Attraverso gli occhi di Boris, marito tracotante e fedifrago, Denis Côté tenta di creare un dramma della redenzione che purtroppo presenta più di qualche crepa nella realizzazione finale, non riuscendo a convincere a pieno.

recensione Boris Sans Béatrice
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Boris (James Hyndman) è un uomo che dalla vita ha avuto tutto: un grande successo professionale, un ottimo matrimonio, una vita agiata che lo appaga. Un uomo perfetto che si sente perfetto, tanto da camminare a testa alta e permettersi di guardare gli altri dall'alto in basso. Boris non si cura del prossimo, né delle commesse che devono solo vendergli una camicia né dei suoi collaboratori. Si cura di se stesso, di appagarsi e di calmare i suoi bisogni. Per questo pur avendo una moglie profondamente depressa trova nell'egocentrismo l'unico modo per sopportare la sua situazione familiare: la sua medicina diventa così l'adulterio, la stravaganza, l'eccesso di divertimento con altre donne mentre sua moglie rimane immobile all'interno della loro casa di campagna. Boris conosce il duro lavoro, sa cosa significa crearsi una posizione e non vuole rinunciarvi: è proprio questa sua propensione a non accettare il fallimento di alcun tipo, sia esso finanziario, psicologico o sentimentale a chiuderlo sempre più in se stesso, dando a Denis Côté l'occasione di costruirgli intorno il suo Boris sans Béatrice, dramma denso ma tremolante.

Un dramma costruito intorno ad un solo personaggio, che non riesce a liberarsi

Intorno ad un Quebec quasi desaturato nella sua parte industriale e all'opposto pieno di vita nell'immobilità della natura, Denis Côté gira intorno al suo Boris creando attraverso di lui un'onda di tracotanza che irrompe e travolge ogni personaggio, lasciandosi dietro dopo la risacca solo distruzione: una madre anaffettiva, una figlia ribelle, una moglie che non trova più nemmeno la forza di parlare per esprimere il suo dolore.

Il regista canadese continua a girare intorno a Boris creando, per sbloccarlo, un misterioso personaggio che agisce da coscienza risvegliandone i sensi di colpa, in cui però finisce per non credere nemmeno lui. Proprio come il Tantalo di cui racconta, anche Boris imbandisce una tavolata che inganna, in una redenzione fittizia che pur convincendo tutti appare chiaramente temporanea. Il protagonista tenta il cambiamento con tutte le sue forze, ma perdere il controllo ed abbandonarsi al prossimo sembra non potergli riuscire.
L'astratto puzzle di Denis Côté può essere risolto solo dal suo protagonista, che ha in sé le risposte a tutti i suoi dolori e ai suoi enigmi: Boris tuttavia fatica a trovarla, e allo stesso modo il regista arranca nella costruzione del suo dramma, girando spesso a vuoto e non riuscendo ad accompagnare lo spettatore all'interno della sua costruzione filmica. Un po' come la sua famiglia, anche chi guarda si sente lasciato da parte, mai davvero inserito nella storia, come se non contasse. La tavolata finale in cui il misterioso personaggio che agisce da coscienza rivela a Boris il suo stesso peccato raccontando il mito di Tantalo non aiuta il processo, risultando al contrario eccessivamente didascalica.

Boris Sans Béatrice Attraverso la figura del suo protagonista, Denis Côté costruisce il suo Boris sans Béatrice come un'analisi comportamentale fredda e respingente, che non si prende cura dello spettatore esattamente come Boris non riesce a prendersi cura degli affetti che lo circondano. L'espediente utilizzato per sbloccare il protagonista dalla sua condizione tracotante è debole e destinato a fallire, creando una struttura circolare in cui nel finale nulla sembra riuscire a cambiare davvero nonostante le apparenze. Un buon esercizio di stile, che tuttavia non riesce a coinvolgere al di là dello schermo.

5

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