Recensione Bordertown

Omicidi senza colpevole...

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Denuncia non fa sempre rima con qualità

Ci sono due modi per interpretare Bordertown: come semplice film e come atto di denuncia. Nel primo caso non brilla per niente: si tratta infatti di un thriller abbastanza stereotipato e anche noioso. Nel secondo va apprezzato perchè racconta (anche se con parecchi però, che vedremo in seguito...) una di quelle tragedie fantasma, nascoste al dominio pubblico per interesse politico o economico. Ci sono voluti, inoltre, diversi anni per la sua realizzazione: il film è stato infatti ostracizzato e ostacolato dalle stesse forze sociali accusate nella pellicola, siano esse la polizia o il connubio, presunto, tra governo americano e messicano. Il dramma, realmente esistente, è quello di centinaia di omicidi insoluti nella città di Juarez, al confine tra Messico e Stati Uniti, dove vengono trovate fosse comuni di donne violentate e uccise. Tutto questo nell'indifferenza più totale delle forze dell'ordine, corrotte e pronte a insabbiare il tutto. E' quindi coraggioso il proposito di Bordertown, che ha trovato un importante appiglio anche nell'interesse della Lopez, nome di grido che insieme a quello di Antonio Banderas concederà non poca visibilità a un prodotto che, altrimenti, sarebbe passato in secondo piano. Ed è proprio la stessa attrice a dire di aver subito pesanti minacce durante le riprese, insieme al resto del cast. Niente ha comunque impedito il completamento della pellicola, ed ecco che con un bel po' di ritardo rispetto all'uscita nel mercato a stelle strisce arriva anche da noi. Il regista, anche sceneggiatore, non ha certo un grande nome e in generale il suo stile si attiene più a un certo tipo di cinema sudamericano che a una produzione hollywoodiana.

Tutto torna alla terra...

La terra, sabbiosa e arida del deserto. Il vento incessante che crea fumose e ardite nubi gialle in mezzo al niente. E' qui che inizia la vicenda che darà adito a tutto il film. Una giovane ragazza viene condotta con l'inganno da un autista di autobus in un luogo desolato, e qui viene violentata ripetutamente, e infine strangolata e sepolta nella sabbia. Ma, ritenuta erroneamente morta dai suoi aguzzini, riuscirà a sopravvivere e, tornata a stenti in città, deciderà di denunciare tutto al giornale locale. Nel frattempo, una giornalista di Chicago (la Lopez), a caccia del servizio che possa lanciare la sua carriera, si interessa al caso delle morti sospette a Juarez, e viene mandata in loco dal suo capo (un Martin Sheen un po' sottotono). E guardacaso il responsabile del giornale locale (Banderas) sarà un suo vecchio amico/amante, minacciato già più volte dalla polizia per la sua costante ricerca della verità. E qui si intrecceranno le vicende dei tre protagonisti. Diciamola tutta, la trama è quanto di più debole e forzato si potesse cercare, inoltre il rapporto tra la Lopez e Banderas è tra i più stereotipati si possano vedere oggi al cinema. La storia è prevedibile, i personaggi rispondono ai classici clichè, a partire dallo spietato assassino, chiamato "El diablo" dalla popolazione locale, fino al bello e bastardo con il quale si deve andare a letto per saperne di più. E così tra inseguimenti, pedinamenti, lotte nel fuoco, night club, omicidi si arriverà ad una conclusione più che prevedibile, e che servirà poco o nulla alla causa servita per gli oltre 100 minuti di durata.

Cosa c'è di buono?

Senza girarci troppo attorno, molto poco. A cominciare dalle interpretazioni dei protagonisti, che fanno acqua da tutte le parti. La Lopez se la cava solo nelle scene d'azione, ma quando si tratta di dialogare mostra tutta la sua pochezza recitativa. Lo stesso dicasi per Banderas, che dopo un periodo di discreta gloria agli inizi degli anni '90 pare essere tornato in un oblio che neanche la spada di Zorro riesce a spezzare. E come già detto prima, Sheen Sr. in una particina non riesce a mordere come dovuto, e si limita a sbraitare contro i poteri forti. L'unica nota positiva tra gli attori la troviamo in Maya Zapata, la giovane ragazza sopravvissuta, che pur non regalandoci un'interpretazione da Oscar, si fa più che apprezzare, col suo viso segnato dalle violenze. La sceneggiatura? Come già detto prima non funziona, o meglio è banale e stanca, per cui è superfluo dilungarsi oltre. La regia invece è incostante: ha i suoi picchi in alcune, poche, scene, come l'inseguimento subito dai protagonisti da parte di un fuoristrada, veramente incalzante e riuscito, sullo stile dei migliori action americani. Il resto è poco nulla: mischia movimenti da videoclip a sordidi silenzi, inquadrature più sui volti della Lopez e della Zapata che sulla vera e propria scena, e anche nei momenti ad alta tensione non riesce mai a convincere. Come detto, uno stile più adatto a un certo tipo di cinema sudamericano. Inoltre la scelta dei colori, spesso tendenti al marrone sabbia, è veramente infelice. Se da un lato è ovvio che in certi luoghi aridi la luce debba essere comunque influenzata dall'ambiente circostante, qui la scelta appare esasperata, prova ne è il fatto che anche nelle scene d'interno ci troviamo spesso di fronte a queste tonalità. Le musiche? Quasi insignificanti, se si esclude un concerto a circa metà film del vero cantante Juanes, autore del classico da MTV "Camisa negra", un passaggio che appare realizzato più per attirare orde di ragazzine che per vera e propria esigenza di trama. Insomma, un comparto tecnico di cui rimane ben poco da salvare.

Attacco alla globalizzazione

In definitiva, la conclusione che il film trae è un violento e forte atto d'accusa contro la globalizzazione, in grado, secondo il regista perlomeno, di manovrare tutto e tutti, calpestando anche i più elementari diritti umani. Il tutto è espresso in un concitato dialogo tra la Lopez e Sheen, che appare più come un monologo dall'aspro sapere politico che un vero e proprio atto di condanna riguardo ciò che accade alle vittime di questo mostruoso eccidio. Sopra le righe in certi casi (e questo sicuramente farà perdere tanto di quel rispetto che la pellicola aveva potuto guadagnare nella prima parte), si trasforma nel solito grido ribelle di odio alle multinazionali, che francamente lascia un po' il tempo che trova, e mette in secondo piano la vera tragedia. Il film rimane, perciò, un prodotto effettivamente fuori dal normale, che va comunque in parte apprezzato per il suo tentativo, non sempre riuscito, di raccontare una verità sconosciuta al mondo. Ma non è in grado di colpire a fondo nell'animo degli spettatori, a commuovere o a emozionare il dovuto: e soprattutto non riesce ad attirare veramente l'attenzione su questo scottante argomento, che meriterebbe sicuramente più spazio sui giornali. A volte le sole intenzioni non bastano a ottenere un buon risultato.

Bordertown Film senza dubbio coraggioso, per le difficoltà realizzative (diverse minacce subite dal cast e non solo) e per le tematiche trattate, ma che non riesce a sfondare. Appesantito in più dalla coppia Lopez-Banderas, entrambi scialbi e bravi solo nelle scene d'azione, non è in grado di trasmettere i sentimenti di indignazione nel modo prefissato. E alla fine il tutto si trasforma in un attacco alla globalizzazione, fin troppo esasperato. Ma Bordertown fa acqua da tutte le parti, considerata anche la sceneggiatura da quinta elementare. E siccome in questa sede si recensiscono film, e non idee, il voto non può altro che essere una pesante insufficienza.

4.5

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