Recensione Borat

Studio Culturale dell'America a Beneficio della Gloriosa Nazione del Kazakistan

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Satira

Uno dei mezzi più efficaci ed eclatanti per criticare l'operato di un governo è sempre stata la satira, che con il suo fare scorretto e controcorrente riesce a strappare in ugual misura risate e riflessioni.
Dopo il discreto successo con Ali G, Sacha Baron Cohen arriva in Italia con il dissacrante e politicamente scorretto Borat, film che negli Stati Uniti è stato stratosferico campione di incassi, portando Cohen nell'olimpo delle super star hollywoodiane.
Dai numerosi trailer trasmessi su MTV si poteva intuire l'estrema volgarità di alcune scene basate principalmente sulla diversa cultura tra i due stati. Ora che la versione definitiva del film è finalmente arrivata, è possibile un'analisi più accurata, che, a dispetto del genere, necessita di riflessioni estremamente complesse e profonde.

Wa wa wi wo wo

Irriverente, sovversivo, oltraggioso. Borat Sagdiyev è un reporter kazako in viaggio negli Stati Uniti d'America allo scopo di girare un documentario che riprenda le usanze e i costumi del Nuovo Mondo, per poi riportare la preziosa e fedele testimonianza al suo paese. Su un carrettino di gelati, insieme al suo goffo collega, Borat viaggia in lungo e in largo negli States alla ricerca di qualcuno che lo inizi all'arte delle buone maniere, dello stare in società, ma soprattutto che gli indichi la strada per raggiungere il suo solo e unico obiettivo: incontrare l'eroina del suo telefilm preferito (Pamela Anderson).

Oscenamente dissacrante e politicamente scorretto

Come già detto in precedenza, a dispetto del genere, il film si presta ad un'analisi molto più profonda e dettagliata di quanto ci si possa aspettare. Per prima cosa è opportuno soffermarsi sul "lato tecnico", che presenta diverse sorprese, a cominciare dalla regia. Durante la proiezione si ha infatti la sensazione che l'intero film sia stato girato con mezzi amatoriali, che tendono a fornire un'immagine volutamente sporca (e a tratti mossa) che ben si adatta al contesto del "documentario Kazako".
Il vero punto di forza sta comunque nella veridicità, in quanto l'intero film non è altro che una gigantesca candid camera, in cui le malcapitate vittime affrontano le interviste di Borat credendo di trovarsi di fronte ad un vero giornalista, piuttosto che ad un attore. Cohen, durante i numerosi sketch, si dimostra assolutamente razzista, maschilista e volgare, ma quello che sorprende di più è la reazione di fronte a certi suoi "comportamenti", che, come una lama a doppio taglio, provocano nello spettatore tante risate quante riflessioni. Se da un lato assistiamo, infatti, a scene in cui la diversità culturale crea situazioni esilaranti (ad esempio durante una convention femminista, Borat fa domande come "Che senso ha concedere il voto alle donne ma non ai cavalli?"), dall'altro le sparate razziste di quest'ultimo non solo suscitano normalità, ma anche una spettacolare approvazione. A conferma di ciò risulta esplicativa la scena ambientata nel rodeo, dove prima di cantare un improbabile inno kazako sull'aria di quello americano, Borat saluta il pubblico esaltando la guerra in Iraq con frasi del tipo "il vostro Presidente berrà il sangue di tutti quegli sporchi iracheni", ottenendo una preoccupante approvazione. Tali scene donano alla vicenda una forte impronta satirica, che mostra gli americani come un popolo xenofobo, grezzo e superbo. Se a questo aggiungiamo il fatto che Cohen faccia leva sulla diversità di costumi tra la terra d'origine del nostro improbabile giornalista e la società americana (interpretando Borat come una sorta di bambino che compie delle gaffes inconsapevoli), tutto risulta volutamente naif, e impregnato di un'ingenutà che potenzia "l'effetto candid" (evidente soprattutto nella scena con i gay).
Altro fattore caratteristico del film è il suo essere politicamente scorretto nei confronti di tutti i gruppi religiosi e le classi sociali che vengono presentati (ebrei, cristiani, kazachi ecc...), dipingendone i tratti negativi con una sottile perfidia, che raramente si è vista in altre produzioni. Già dai primi minuti, infatti, i kazachi sono descritti come un popolo estremamente arretrato, e con usanze decisamente incivili ("Un posto dove le donne vivono in gabbia, dove il passatempo preferito è lo stupro e la bevanda nazionale è l'urina di cavallo"). La situazione non migliora per quanto riguarda gli ebrei (si dovrebbe presupporre il contrario, visto Cohen è un ebreo osservante), che vengono dipinti come dei "mostri trasformisti avidi di denaro", nè tantomeno per i cristiani, presentati come degli esaltati che trasformano le loro messe in una sorta di "show mediatico" (ma in questo caso la finzione presenta preoccupanti analogie con la realtà). Naturalmente tutto ciò non è passato inosservato, e, una volta uscito, il film ha scatenato un nugolo di polemiche riuscendo a irritare tutte le comunità coinvolte, e sfiorando inoltre l'incidente diplomatico tra U.S.A. e Kazakistan (è noto che il governo del Kazakistan abbia minacciato di ricorrere alle vie legali).
A legare la componente satirica del film vi è naturalmente la comicità, che, trattandosi di Cohen, è quasi sempre volgare, nonchè piena di richiami sessuali piuttosto espliciti. Tuttavia l'uso di questa non è sempre fine a se stessa (come spesso succede nella maggior parte dei film dei Vanzina ad esempio), ma viene usata per creare una situazione di disagio (ricordo che si tratta di una candid camera) in cui è divertente osservare i comportamenti della gente di fronte a scene "forti" come una masturbazione di fronte ad un negozio di biancheria.
Tale comicità a "grana grossa" non è sola nel film. Non manca una sottile vena ironica che gioca sul "passato russo" del Kazakistan (una su tutte la cartina degli USA precedente alla Rivoluzione Russa), che si rivela un ottimo stratagemma per rendere il tutto un po' meno volgare e più intelligente. Purtroppo, l'ironia stessa è anche il punto debole della pellicola, in quanto tende a volte a "sforare" (specie nella seconda parte), proponendo allo spettatore scene iper comiche più propense allo scandalo che alla satira (di cui la prima parte abbonda). Tuttavia, ciò non è pregiudicante ai fini della qualità complessiva del film, che si dimostra sì sporcaccione, ma anche superbamente congeniato.
Come da copione, le musiche sono per lo più marce kazache, volte a sottolineare i momenti divertenti e le scene di ballo. Menzione speciale va per l'assistente sovrappeso di Borat, che si rende "disgustosamente" all'altezza di fronte alle scene più esplicite.

Borat: Studio Culturale dell'America a Beneficio della Gloriosa Nazione del Kazakistan Il mix quasi perfetto tra ironia e satira rende Borat un film che riesce nel suo intento provocatorio e dissacrante nei confronti degli Stati Uniti di George Bush, suscitando un'esplosione di polemiche da parte di tutte le comunità coinvolte. La forte componente comica, unita all’espediente della candid camera, riesce a rendere il prodotto un punto d’incontro tra chi cerca la comicità "alternativa" e chi si accontenta di quella più immediata, lasciando soddisfatti entrambi. Oltre a tutto ciò, il film regala dei momenti in cui l'ilarità serve ad evidenziare atteggiamenti xenofobi e superbi, che possono destare più di una preoccupazione nello spettatore attento, in grado di guardare oltre le parolacce ed i fortissimi richiami sessuali.

8

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