Recensione Blood

I fratelli Fairburn, ispettori di polizia, sono sulle tracce dell'assassino di una ragazzina, ma...

recensione Blood
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“Il sonno della ragione genera mostri” (El sueño de la razón produce monstruos): celebre titolo di una delle opere di Goya, poi citato da Picasso e cornice ideale per questo film. Cupo, noir nel pieno senso cromatico del termine, nero che più nero non si può - e non solo per l’atmosfera e le suggestioni, ma anche nel suo stringente impatto visivo, un pugno allo stomaco e una ventata di pessimismo e male di vivere che serpeggia dal primo all’ultimo minuto. Intitolato sintomaticamente Blood, un film bello e forte, coerente nelle sue premesse: non tradisce mai il suo mood, nessuna virata inverosimile (come quelle che sempre più spesso accadono nel cinema hollywoodiano). Produzione britannica, la storia è nata dalla penna di Bill Gallagher che l’ha prima concretizzata nella serie tv Conviction per poi portarla sul grande schermo, diretta dalla mano di Nick Murphy, regista principalmente televisivo e che nelle sue incursioni cinematografiche ha diretto (non a caso) un horror, The Awakening.

VENTO

Joe (Paul Bettany) e Chrissie (Stephen Graham) sono cresciuti tra il fango scuro e viscoso, battuto dal vento, dell’isola di Hilbre, non lontana da Liverpool. Figli del capo del Dipartimento di polizia locale, Lenny Fairburn (Brian Cox), ne seguono le orme e diventano ispettori. Una “trinità” controversa e ambigua agli occhi della città, piena di fantasmi e scheletri del passato. Perciò i toni si fanno accesi e i contrasti sempre più netti quando viene trovato il cadavere di una giovane ragazza trafitta da dodici coltellate; l’opinione pubblica è in fermento e scatta la caccia al colpevole, ma la pressione è tanta e i nervi sono tesi. Tutti gli indizi sembrano incastrare Jason Buliegh (Ben Crompton), personaggio sinistro e in passato condannato per molestie, ma rilasciato per mancanza di prove. Ma a Hilbre i toni sono più tesi che mai e i fratelli Fairburn, trascinati dall'impulso e dalla rabbia, finiscono per uccidere... E’ l’inizio di un tunnel di perdizione, un sonno che genera mostri, dove i ruoli di positività e negatività si perdono nel violentissimo vento e nel clima uggioso perennemente battuto dalla pioggia. I contorni sono labili e indefiniti, incapaci di salvare come positivo anche solo uno dei personaggi.

IMPULSI

L’Hollywood Reporter ne ha parlato come del “nuovo Mystic River”. Un paragone esagerato: Blood è un bel film ma tiene le nette distanze dal capolavoro di Eastwood. Al film di Murphy mancano due ingredienti fondamentali presenti in Eastwood: il primo è la memoria, che sostanzialmente non viene costruita ma solo accennata da un vago voice-over a inizio film, mentre l’efficacia di Mystic River deriva (anche) dall’incipit, che prende il tempo necessario per presentare i protagonisti e creare un trauma; il film di Murphy rinuncia così a tutto il peso catartico di un trauma che si trascina nel codice genetico della storia. Ma soprattutto mancano i contrasti vertiginosi; laddove il film firmato da Clint Eastwood sa tratteggiare momenti intimi e calorosi in modo da raggelare spietatamente lo spettatore quando la tragedia irrompe sullo schermo, Blood non ha sfumature: è un 100% di nero, il colore dell’abisso, dell’odio e della rabbia, del dolore, della perdita e della morte. Ma soprattutto dell’oblio e dell’assenza di ragione. Non sono due difetti da imputare al film, sono piuttosto delle caratteristiche che lo definiscono in maniera assai differente rispetto a Mystic River, verso il thriller psicologico della degenerazione, l’amarezza di un castello di carte che può franare attorno a una piccolissima venatura, e che si porta dietro i più tipici stilemi del noir: la pioggia incessante e la notte su tutti, i colori spenti, freddi e vagamente desaturati, un’ira pulsante a fior di pelle, una storia in cui la ragione è assente e l’istinto dei sensi agisce senza freni (ed è proprio il protagonista che cerca ripetutamente di calmarsi, appellandosi alla razionalità). Tra i punti positivi che più colpiscono di Blood, oltre alla storia, interessante anche se non particolarmente originale ma molto ben rappresentata, è la presentazione dell’intreccio. Tutto il film ruota attorno a una struttura circolare legata all’infanzia e ai ricordi (traumi?) di un passato ormai lontano, che perseguita i protagonisti col freddo vento tagliente del mare citato fin dall’inizio e tornato in loop a metà film e nel finale. Ma da considerare anche il ruolo calibrato di tutta la messa in scena: una costruzione visiva di grande efficacia, con inquadrature precise e pensate accuratamente (due su tutte: il dolly che presenta la vittima -la scelta di mostrarla dall’alto non è casuale- e il contatto visivo fra molti personaggi, soprattutto quello fra Joe e Jason, che torna nella mente dell’ispettore, ricorsivo e ossessivo, martellante e contrappuntata anche dalla canzone del locale, che molto significativamente canta “eyes” proprio nel riflesso del ricordo di Joe).

Blood Film sicuramente interessante, titolo di qualità e abbastanza forte da scuotere almeno leggermente i soliti schemi, merita una visione. Il thriller assume toni molto accesi che scuotono e turbano lo spettatore, creando sensazioni inquiete per 100 minuti filati, esaltando il gusto del cinema.

7.5

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