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Blonde Recensione: Marylin Monroe rivive su Netflix in uno splendido film

Blonde è un titolo divisivo che allontana le pretese biografiche per mostrare la donna Norma Jean dietro la diva Marilyn Monroe.

Blonde Recensione: Marylin Monroe rivive su Netflix in uno splendido film
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"Non sono un'attrice, sono solo una bionda". Ed ecco che il vento si alza, e quel corpo ammirato, voluto, desiderato, si mostra nella sua perfetta sensualità. La diva bionda dal vestito bianco, emblema della perfetta essenza umana ridotta a icona nell'era della riproducibilità tecnica, si rivela dinnanzi a noi, sorridendo ma morendo dentro, giorno dopo giorno, respiro dopo respiro. È una citazione ripresa dall'archivio della memoria collettiva, quella che apre le danze di un film complesso, pluristratificato, introspettivo e cangiante con Blonde, in uscita il 28 settembre su Netflix (siete ancora in tempo per recuperare gli ultimi film Netflix di settembre 2022).

Quello scelto da Andrew Dominik per il suo romanzo di deflagrazione umana, e di decostruzione del sogno americano, è molto più che una citazione al cult Quando la moglie è in vacanza: il suo è un prologo impattante e sguardo anticipatorio sulla vita di Norma Jean e di Marilyn Monroe: un'esistenza in perenne disequilibrio tra sogno e finzione, incubo e realtà, malattia e nomi urlati. Già, perché quella di Norma Jean non è una fiaba a lieto fine; la sua trasformazione in Marilyn Monroe non ha nulla di magico; non è la Cenerentola che si ritroverà principessa ma, come ci ricorda lo stesso regista, e prima di lui anche Joyce Carol Oates nel suo omonimo romanzo (qui vi parliamo del primo adattamento, la miniserie Blonde del 2001), quella che campeggia sullo schermo è la donna ridotta a icona, diva fatta di carne di cui tutti vogliono un pezzo.

Essere un'immagine

Un'immagine: ecco cos'è Marilyn Monroe, una trasfigurazione in un'idea, un'inconsistenza incorporea, rappresentabile e riconducibile adesso ad un semplice aggettivo come "bionda"; un aggettivo applicabile a tutti, come tutti possono adesso prendere, masticare, e rigettare la figura dell'attrice all'interno della cultura pop contemporanea.

Perché ancora prima che donna, o attrice, Marilyn Monroe è un'icona bidimensionale, un frame, un volto, proprio come quello riprodotto e dato in pasto alla società nella serigrafia di Andy Warhol. Un'involuzione da essere umano a icona, che Blonde non ha paura di suggerire, imbastire con fare implicito, tra simbolismi e rimandi metaforici di un'esistenza di cui tutti credono di sapere tutto, finendo per inventare e rimaneggiare la realtà a proprio piacimento. Proprio come rimaneggiata, presa e fatta a pezzi, è stata l'esistenza di Norma Jean/Marilyn Monroe. E allora ben venga la biografia rimpastata e inventata, i ricordi rimescolati e modificati, gli episodi rimaneggiati. Non c'è una volontà di matrice biografica nelle intenzioni di Andrew Dominik. Tutto è falso, tutto è vero: come nel suo precedente L'assassinio di Jesse James, il regista e sceneggiatore si avvicina adesso alla pagine della Oates per scandagliare brandelli di verità e ricostruire la sua Marilyn in un abbraccio di carattere metafilmico. E così, come proprio come l'attore crea il proprio personaggio, così in Bionde Norma si fa burattinaia del proprio alter-ego, lasciando che sia esso, nelle vesti di Marilyn Monroe, a prendere il sopravvento, fino a soffocare la sua creatrice e dominare tanto lo schermo tanto, quanto la sua quotidianità.

Norma e Marilyn sono adesso la stessa cosa: i passaggi tra le due essenze non sono mai distinguibili o netti, perché ormai figlie della stessa esistenza. Una congiunzione da cui è impossibile poter scindere, e per questo restituita visivamente da raccordi temporali di attimi lontani ma ora sovrapposti e uniti, volti a sottolineare la potenza dell'incubo del presente che va a ingoiare le fantasie di una mente sognante, ma fragile.

Il geme della fantasia crea incubi

"In California non puoi dire cosa sia reale, o una tua impressione", in California, ai piedi dell'altura di Hollywood si vive un senso di incertezza perenne che affonda le proprie radici all'ombra del mito di Marilyn Monroe. Un dubbio continuo, dove la realtà si mescola alla fantasia, per produrre un incubo che dalla quotidianità dell'artista, sfocia nei meandri di quel sogno che lei stessa rappresenta, come quello americano.

Un mondo perennemente in sospeso e alla ricerca di un'identità e una stabilità che probabilmente non esiste, che il film di Dominik in primis, e lo stesso libro da cui trae ispirazione, ricreano in maniera perfetta, senza stabilire mai un confine netto tra ciò che è pura immaginazione e ciò che è riscontro con la realtà. Da questo impatto prenderà poi corpo un collasso interiore e universale, dove il mito di Marilyn Monroe implode, portandosi dietro il peso di una società ora chiamata a fare i conti con un sogno rimasto tale, mentre tutto attorno prende i connotati di un inferno in terra.

L'icona umana dietro la diva

Con Blonde Marilyn Monroe si sveste della propria aura divistica per mostrare non solo la sua essenza umana frantumata in mille pezzi, quanto il suo annullamento in simulacro di un'idea, di un canone di bellezza da emulare e raggiungere. In ogni inquadratura quella che cerca di fuoriuscire dallo schermo, slegandosi dalle corde della pura estetica che la tengono prigioniera, è un ibrido perfetto, un punto di incontro tra la diva Marilyn e la donna Norma Jean.

Un abbraccio illuminato dalle luci della ribalta, e dal sapore mortifero, che trova la sua massima rappresentazione tra lo spazio di uno specchio. Su quella superficie riflettente, leitmotiv accessorio che ritorna come un mantra doloroso, lo sguardo di Norma incrocia quello di Marilyn in una combutta eterna e infinita, una lotta senza vincitrici ma solo perdenti. Eppure a ogni flash, e nello spazio di un sorriso naturale o forzato, si cela nell'attrice la speranza di farcela, di incorniciare la propria felicità anche nel ruolo di mamma e moglie; ma quello che rimarrà è solo una folata di vento, la stessa che alzerà la sua gonna lasciando la sua essenza iconica nell'immaginario collettivo. Ed è proprio sulla forza di quel momento che Dominik apre la propria opera, reiterando formalmente la potenza ipnotica e visiva delle sue due opere più recenti, quei documentari tanto struggenti, quanto maledettamente umani che seguono e immortalano la caduta nel lutto, e la susseguente ascesa catartica, di Nick Cave tra gli studi di registrazione. Una collaborazione, quella tra Cave e Dominik che si rinnova anche in Blonde, tanto che è proprio l'ingegno musicale del cantautore australiano, coadiuvato dal fedele Warren Ellis, che donerà all'opera un ulteriore senso onirico e di straniante verosimiglianza.

Il suo accompagnamento musicale è una ninna nanna ipnotica e sofferente, una bolla fatta di note che escludono e allontanano per un momento Marilyn dal resto del mondo. Soggiogata dall'eterna lotta tra realtà e fantasia, è proprio nel momento in cui la donna è persa negli ambienti più nascosti della propria fantasia, che la musica di Cave fa capolino, avvolgendola ed estraniandola, fino a rigettarla di botto tra le onde dolorose del presente.

L'anima inquieta in formato visivo

Tra carrellate, panoramiche, zoom e sguardi in camera, la cinepresa di Dominik si lancia in una danza esorcizzante e lacerante, un ballo intimo che si slega da quella rigidità interiore e visiva di opere come L'assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford. "Nei film ti scompongono in mille pezzi; taglia... taglia" e sebbene quello raccolto da Dominik sia un puzzle interiore, il mondo da lui creato rimanda piuttosto a un collage di nature divergenti, pronte e modificarsi e mutare tutto e tutti.

In Blonde vive pertanto una fotografia che passa con agilità da colori pastello e vintage, a un bianco e nero intenso; c'è poi un cromatismo cangiante; un aspect-ratio pronto a modificarsi e una ripresa mai fissa, ma pronta a rispondere agli umori del momento, ancorandosi a un grandangolo, all'impiego della handy-cam, a sguardi in camera. Quello composto da Dominik è un costrutto visivo che evolve, che cambia, che non sa stare fermo, restituendo in maniera perfetta l'inquietudine vissuta dall'anima della Monroe.

Il mito che rivive in Ana de Armas

Blonde è una montagna russa che disorienta e sballottola lo spettatore, fino alla nausea; la stessa che fa cadere, vomitare la Monroe sullo schermo, in uno show dell'orrore con protagonista assoluta una donna lapidata dalla propria essenza divistica.

Ma sono proprio quella civetteria e quella sensualità che tanto caratterizzano l'immagine universalmente condivisa della Monroe che in Blonde cadono come una maschera pesante, rivelando uno sguardo perso di una bambina mai cresciuta e perennemente alla ricerca di un proprio posto nel mondo. Un viso impaurito, ora ridato indietro da una strabiliante Ana de Armas. L'attrice squarcia il velo della diva Monroe per rigare il proprio volto con le lacrime di Norma Jean. Ciò che regala al proprio pubblico è una performance intima e profonda, flagellata dal dolore, e speranzosa nello sguardo. Senza paura l'attrice accetta la sfida di far propria l'icona della Monroe per darle nuova vita. Senza scadere nell'imitazione, la de Armas scava nelle profondità più torbide della diva, per riesumare la sua essenza umana. Galleria di emozioni e umori cangianti, l'attrice riesce a stare al passo di una sceneggiatura mutevole nell'anima, sfidando la cinepresa e mettendo al tappeto lo sguardo del pubblico. E così, quello che ci rimane tra le mani è un ricordo doloroso, un sorriso spezzato, di un biondo divenuto eterno, e un nome tramutato in mito: Marilyn Monroe.

Blonde Sarà un film che dividerà, eppure quello che ha compiuto Andrew Dominik con il suo Blonde è la più completa e perfetta trasposizione di un romanzo ostico, come ostica è la volontà di trattare il mito di Marilyn Monroe rendendo onore alla donna dietro l'icona, Norma Jean. Con una regia dinamica, perfetta trasposizione visiva dell'inquietudine vissuta dalla Monroe, e una fotografia cangiante, il regista si slega dai fasti della biografia per strappare il velo divistico che riveste il volto dell'attrice e renderla così imperfetta, fragile, piccola: insomma, umana. Al resto ci pensa un'interpretazione encomiabile da parte di una Ana de Armas perfettamente in parte.

9

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