Recensione Blade Runner Final Cut

Ritorna in sale il 6 e il 7 maggio il Cult-Capolavoro di Ridley Scott con Harrison Ford e Rutger Hauer, che tra istinti di genere e ispirazione autoriale ci trasporta in un futuro prossimo di uomini e replicanti.

recensione Blade Runner Final Cut
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Nel 1982 molti cinefili videro su grande schermo cose che non poterono immaginare prima d'allora. E a trentatre anni di distanza anche le nuove generazioni, che già magari conoscono a memoria il Capolavoro di Ridley Scott, saranno in grado di ripercorrere in sala l'affascinante indagine del poliziotto Deckard, grazie a Warner Bros e Space Cinema che il 6 e 7 maggio organizzano una nuova proiezione di Blade Runner - Final Cut, versione realizzata nel 2007 e quasi totalmente simile all'originale. Con tutti i, comprensibili, timori nati in seguito all'annuncio di un futuro sequel (ma il ritorno di Scott e Harrison Ford dovrebbe in parte attenuarli) è perciò un'occasione imperdibile per i fan di questa libera trasposizione del romanzo di Philip K. Dick, Il cacciatore di androidi (scritto nel 1966), di immergersi tra le torbide e ammalianti atmosfere della Los Angeles futuristica e distopica, multirazziale e socialmente divisa, nella quale si staglia un conflitto esistenziale tra gli uomini e i replicanti.

Vivere e morire a Los Angeles

Los Angeles, 2019. Il poliziotto Rick Deckard viene forzatamente richiamato in servizio per dare la caccia ad un gruppo di replicanti fuggiti dalle colonie extramondo. In seguito a dei difetti di progettazione infatti gli androidi sono stati dichiarati "illegali" sulla Terra. I ricercati appartengono al gruppo sperimentale Nexus-6 e, rispetto ai loro simili, sono più evoluti e in grado di provare emozioni simili a quelle umane: il loro scopo è quello di rintracciare i loro creatori affinché questi trovino una cura al loro inesorabile deterioramento, che li condurrà allo spegnimento dopo solo quattro anni di esistenza. Durante le indagini Deckard si imbatte nella bella assistente di Tyrell, l'ideatore del progetto Nexus, e quando scopre che anche la donna è in realtà una replicante, le sue convinzioni saranno messe in dubbio.

Effetto Notte

Blade Runner è a tutt'oggi uno dei pochi titoli della Settima Arte a poter fregiarsi del doppio status di Cult e Capolavoro al contempo. Fra le opere più significative degli anni '80 il film di Ridley Scott vive di una pienezza complessiva che lo eleva da semplice titolo di genere, ibridando le sue componenti sci-fi in uno stile autoriale che vive di immagini e sensazioni. Visivamente sontuoso nella rappresentazione desolante di questa metropoli del futuro, cupa e sporca nei suoi bassifondi e oppressa da invasioni tecnologiche oltre misura, con macchine volanti e megaschermi pubblicitari ad esasperare l'attualità di molte delle grandi città odierne, con uno stile scenografico che, facendo leva su effetti speciali d'avanguardia per i tempi, trasmette sin da subito un alone di decadenza nel quale i sogni sembrano destinati a spegnersi. Ambientazioni che rimandano, nelle loro notti scure e piovose, agli archetipi del noir, genere che è ben più che semplicemente omaggiato nella caratterizzazione del suo protagonista e nell'evolversi della vicenda, assimilando con cura certosina elementi cardine della corrente cyber-punk e dando vita ad una creatura di celluloide immaginifica e sontuosa. La gestione dei rapporti interpersonali tra i vari personaggi in gioco, pedine (in)consapevoli di un piano più grande, si regge proprio sui binari classici, dalla femme fatale interpretata dalla splendida Sean Young (volto e fisico perfetti per il non semplice ruolo) sino al tormentato protagonista di Harrison Ford, in questa versione "penalizzato" dall'eliminazione del caratteristico voice-over presente nell'originale.

Ma gli androidi sognano pecore elettriche?

Ma Blade Runner non è solo intreccio di indagini e colpi di scena (con l'epilogo "nuovo" che sembra suggerire la reale identità di Deckard), ma è un'opera di filosofia moderna inserita su tematiche sci-fi in un mix approfondito prima solo nei grandi Capolavori (Metropolis, 2001: Odissea nello spazio e Solaris per citare l'inavvicinabile trio nell'Olimpo) e ai cui toni accentuati è forse imputabile il flop al botteghino nell'anno della sua uscita. Per chi infatti sperava di rivedere Harrison Ford, reduce dai successi in serie di Star Wars e Indiana Jones, in un nuovo blockbuster per il grande pubblico, lo spaesamento poteva esser tale da alimentare un negativo passa-parola. Amato dalla critica (ma non dai membri dell'Academy) e riscoperto ben presto anche dalla vaste platee, il film traccia con disarmante semplicità il vero significato dell'esistenza, ponendo l'umanità come moderna Prometeo creatrice di vita, incapace però di garantire a questi nuovi "nati" la gioia di vivere ed amarsi nella loro nuova realtà. L'ambiguità tenera e crudele che aleggia nei Replicanti Nexus-6 assume perciò ad un significato più alto, vuoi nella relazione tra Roy  e Pris, vuoi nell'ormai leggendario discorso finale del personaggio interpretato da Rutger Hauer sotto una pioggia battente, condizione metereologica dalle implicite stratificazioni etiche. E in questa storia sofferta, laddove batte un cuore anche nelle macchine, la colonna sonora di Vangelis rimane un vero e proprio valore aggiunto capace di amplificare il già intenso contenuto emotivo della visione.

Blade Runner Final Cut Nella realtà le lacrime non andranno disperse nella pioggia e non è ancora il tempo di morire, bensì quello di rivivere su grande schermo l'appassionante storia di Blade Runner. Tra neo-noir cyberpunk e sci-fi autoriale, il Capolavoro di Ridley Scott (in sala nella sua versione Final Cut) non ha perso un briciolo di smalto a trentatre anni dalla sua uscita, ricordandoci ancora una volta come l'umanità non sia un valore acquisito ma un qualcosa da guadagnare in un percorso di crescita interiore profonda e dolorosa, umani o meno che si sia. Visivamente sempre maestoso nel tratteggio di questo futuro distopico e decadente, il film si regge su una solida base narrativa che mixa il genere con ruggiti filosofici ed etici che, oggi più che mai, ci pongono dinanzi a domande scomode sul reale significato dell'esistenza.

9.5

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