Recensione Blackhat

Michael Mann dice la sua a proposito della rivoluzione digitale, al centro del suo nuovo lungometraggio, una storia di spionaggio e criminalità informatica interpretata da Chris Hemsworth

recensione Blackhat
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"Mi sono interessato a questo mondo proprio in seguito all'avvento di Stuxnet, il malware che è stato progettato da un team di americani in accordo con un gruppo di israeliani. Il tutto è avvenuto nelle centrifughe iraniane di un impianto nucleare di Natanz, e ha rappresentato il primo drone invisibile al mondo. Dico 'invisibile', perché malgrado l'attacco, i suoi effetti si sono manifestati solo diciotto mesi dopo. La prima rivelazione è stata quanto siamo labili e vulnerabili, la seconda, invece, è stata che chiunque, stando seduto sul proprio divano, con delle competenze informatiche sufficienti e abbastanza abile col computer, può far accadere tutto ciò. Sia che viva nel Bronx, nel Lagos o Mumbai. Poi, nella la terza parte della ricerca, nonché quella centrale, ci si è chiesti: 'Chi è un hacker blackhat? Da cosa è motivato? Da che cosa è esaltato?' Di solito si inizia con la percezione tipica di un sedicenne:' Chi mi dice che non posso entrare in questo sito? Vogliamo scommettere?' Così, solitamente, alla base del tutto c'è una sfida".
Autore, tra gli altri, di Manhunter - Frammenti di un omicidio (1986) e Collateral (2004), Michael Mann sintetizza così le motivazioni che, a sei anni da Nemico pubblico - Public enemies (2009) con Johnny Depp, lo hanno portato a realizzare Blackhat, il cui titolo (letteralmente "cappello nero") fa riferimento al sostantivo spesso utilizzato nel campo della sicurezza informatica e dai programmatori per definire una persona dalle grandi capacità informatiche, ma con fini illeciti.

Mann in blackhat

Esatto opposto di uno white hat, è un hacker immorale, malintenzionato o con intenti delinquenziali che agisce in modalità silenziosa, soprattutto per scopi di spionaggio governativo, promuovendo molte volte la libertà individuale e l'accessibilità, senza autorizzazione, all'interno dei sistemi informatici, violando, di conseguenza, la privacy.
Hacker che, nel corso delle oltre due ore e dieci in questione, manifesta i connotati di Chris"Thor"Hemsworth e si chiama Nicholas Hathaway, pregiudicato in licenza dal carcere federale impegnato, insieme ai suoi soci americani e cinesi, ad identificare e sventare una pericolosissima rete di criminalità informatica che opera a livello mondiale, da Los Angeles a Hong Kong passando per Perak, Malesia e Giacarta.
Un'avventura che inizia da un lato dopo che un virus informatico arriva a manomettere e distruggere il sistema di raffreddamento della Centrale Nucleare di Chai Wan, causando una violazione che fa saltare in aria un reattore provocando un disastro di proporzioni gigantesche e spingendo un gruppo di alti ufficiali dell'Esercito Popolare di Liberazione (PLA) a reclutare un team per la difesa dalle incursioni cibernetiche capitanato da Chen Dawai alias Leehom Wang, dall'altro quando, a Chicago, un altro attacco informatico colpisce il Mercantile Trade Exchange (MTE), in grado di mandare alle stelle le quotazioni della soia entro le ventiquattro ore.
Perché prima l'esperta agente speciale dell'FBI Carol Barrett, interpretata da Viola"The help"Davis propone ai suoi superiori proprio una partnership con la squadra di Dawai, poi quest'ultimo insiste affinché venga rilasciato immediatamente Hathaway; il quale, per tornare alla libertà, si gioca la carta della scoperta dell'autore del malware in cambio della commutazione della sua pena.

Liberaci dal malware

E, oltre al maresciallo statunitense Mark Jessup, ovvero l'Holt McCallany di Gangster squad (2013), responsabile del ritorno di Nicholas tra le sbarre, a fare squadra con loro è la sorella minore di Dawai: Chen Lien, cui concede anima e corpo la Tang Wei di Lussuria - Seduzione e tradimento (2007), seducente quanto schietta ingegnere di rete che finisce per intrecciare una relazione amorosa con il protagonista.
Relazione che, nel mezzo della caccia alla repentina e temibile organizzazione i cui componenti, come fantasmi, riescono ad agire da una postazione sconosciuta rimanendo invisibili, si rivela, però, del tutto irrilevante ed incapace di conquistare il cuore dello spettatore; tanto quanto quelle "commercialmente obbligatorie" inserite in certi action-movie di serie b risalenti agli anni Novanta e che continuavano a guardare senza fantasia al machismo reaganiano spopolato nel decennio precedente.
Soltanto il primo difetto di un insieme volto a mostrare la vulnerabilità dell'essere umano in un mondo sempre più tempestato di cyber interconnessioni; nascosto proprio come i ladri professionisti e tutti i personaggi su cui la macchina da presa manniana indaga, da oltre trent'anni, nell'intento di concretizzare in celluloide una autentica analisi della realtà celata sotto la facciata.
Macchina da presa che il cineasta, come di consueto, sfrutta soprattutto per immortalare dialoghi, relegando l'azione a pochissimi momenti (citiamo soltanto la sparatoria finale durante una processione) e ricorrendo ad un formato digitale che, in particolar modo durante le sequenze ambientate in esterni, rispecchia non poco la qualità dei servizi giornalistici televisivi.
Scelta tecnica dovuta probabilmente al tentativo di conferire maggiore realismo alle immagini, ma che, purtroppo, appare al servizio di un elaborato più vicino - specialmente per quanto riguarda i fiacchissimi ritmi di narrazione - al soporifero Miami Vice (2006) che alla non disprezzabile, succitata opera precedente del regista.
Quindi, a meno che non siate fan irriducibili di colui che esordì cinematograficamente tramite Strade violente (1981), rimanere coinvolti risulta impresa quasi impossibile e piuttosto inutili sono le inquadrature all'interno dei sistemi informatici alla ricerca di quel virtuosismo tecnico che, come pure la cura fotografica, non servono a molto quando il banale soggetto a disposizione viene raccontato in fotogrammi ricorrendo ad evitabili lungaggini e piattezza generale più o meno regnante. Oltretutto, affidando il ruolo principale ad un interprete per nulla incisivo.

Blackhat È uno dei pochi elementi tecnologici che ha avuto un’enorme eco sociale, culturale e politica sulle nostre vite ... probabilmente il più grande dopo la stampa. Sta cambiando il nostro modo di essere". Così parla il cineasta originario di Chicago Michael Mann a proposito della rivoluzione digitale, al centro del suo lungometraggio Blackhat, storia di spionaggio e criminalità informatica interpretata dal Chris Hemsworth conosciuto soprattutto per essere il supereroe Thor del grande schermo. Come da tradizione manniana, la fotografia risulta uno dei maggiori punti di forza dell’insieme, che, costruito su un soggetto piuttosto banale camuffato di originalità tramite l’infinità di dialoghi riguardanti maleware, hacker e affini, si perde in lungaggini ed eccessivamente lenti ritmi di narrazione che finiscono per annullare la capacità di coinvolgimento perfino nei pochissimi momenti di azione e violenza.

5.5

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