Roma 2014

Recensione Black or White

Lotta razziale o personale? Al pubblico la scelta...

recensione Black or White
Articolo a cura di

Abbiamo ancora un grosso problema legato al razzismo in questo paese. Ancora troppo spesso, ci vediamo per chi siamo piuttosto che per quel che siamo. Quello che ci salverà, secondo me, sarà il mischiarci tra di noi il più possibile, in modo che i nostri figli non sapranno più di che colore sono e, a quel punto, saranno solamente persone”. Iniziare con le dichiarazioni del regista Mike Binder è fondamentale per un film come Black or White, se non altro per confermare quello che il titolo spiattella fin dal principio. Sì, stiamo parlando di razzismo. Ma esiste ancora? Non se n’è parlato abbastanza? Ha ancora senso fare un film del genere oggi? Sono tutte domande validissime, che trovano risposte differenti a seconda di chi è chiamato a rispondere. Se per il regista (e sceneggiatore) del film, che ha vissuto una storia molto simile sulla propria pelle, la faccenda non è ancora totalmente risolta, Kevin Costner, protagonista e produttore, tende a sottolineare che il centro della storia non sia il colore della pelle dei protagonisti, quanto l’amore di un nonno verso la sua nipotina. Fondamentalmente Black or White cerca di essere entrambe le cose, ma se riesca o meno a farlo bene è da vedere! Quello che sappiamo è che, in patria, il progetto ha fatto fatica a trovare dei produttori che credessero nella sua valenza commerciale e che Costner, dopo aver letto solo la prima pagina della sceneggiatura, si è sciolto in un emotivo pianto. Chissà di chi dobbiamo fidarci.

Una lotta continua

La mamma è morta per complicazioni del parto e il padre, con seri problemi di droga, l’ha abbandonata subito dopo: per questo la piccola Eloise (Jillian Estell) è cresciuta con i suoi due nonni, che non le hanno mai fatto mancare nulla. Ma quando la nonna muore in un tragico incidente, nonno Elliott (Kevin Costner) si ritrova a gestire non solo la nipotina, ma anche tutta la sua incapacità di affrontare la mole immensa del dolore causata da questa perdita, cadendo così in cattive abitudini. Sono proprio queste a spingere la nonna paterna della bambina, Rowena (Octavia Spencer) a farsi avanti per chiedere che la custodia della bambina sia affidata al padre. A questa classica battaglia per l’affidamento, si unisce la particolarità razziale: Eloise è una bambina di colore, così come tutta la sua famiglia paterna, mentre Elliott Anderson è un rinomato avvocato bianco. Così la lotta legale per l’affidamento della bambina diviene un enorme calderone in cui si mescolano tra loro pregiudizi, problemi personali, insicurezze e convinzioni del passato.

Da che parte stare?

Black and White si apre con il giorno più buio della vita di Elliott: è completamente distrutto, ha perso la compagna della sua vita e non ha la più pallida idea di come fare per andare avanti. La sua lotta personale verso la salvezza è, secondo Kevin Costner, la giusta chiave di lettura di questo film che, non parla di razzismo, ma di amore. Un pensiero non del tutto errato, ma difficile da tenere in considerazione quando, fin dall’inizio, il regista tende a mettere in scena una sequela di classiche contrapposizioni razziali, incomprensioni e cliché, sentimentalismi e costruzioni narrative che, della famosa lotta sociale tra bianchi e neri, fanno la loro forza. Costner è perfetto nella parte di un antieroe pieno di difetti e imperfezioni, commosso dalla potenza emotiva della storia e totalmente nella parte, ma questo è, potenzialmente, l’unico punto forte dell’intero film che, per il resto, si muove palesemente su una sceneggiatura scritta con il bilancino, costruita fin nei minimi dettagli in modo da non schierarsi da nessuna parte, senza nemmeno scegliere se propendere più per il dramma o la commedia. Black and White è un ibrido del già visto, già raccontato, già vissuto: non per forza un grande difetto, se siete degli amanti del genere, ma di certo non un progetto necessario, un nuovo punto di vista di cui il cinema richiedeva l’esistenza.

Black or White Erano anni che Mike Binder cercava il soggetto perfetto per tornare a lavorare con Kevin Costner e, dopo i primi quattro tentativi fallimentari, è riuscito a convincerlo proprio con la sceneggiatura di Black or White. L’attore è indubbiamente un'icona, non solo per il cinema americano, e vederlo lavorare sullo schermo è un vero piacere, nonostante (e proprio perché) sia completamente al di fuori dai ruoli classici in cui abbiamo imparato ad amarlo. Quello di Elliott Anderson è un personaggio costruito attorno alla sua espressività e fisicità ed è da essa che prende forza l’intero film. Ma non basta un grande attore a dare davvero valore a un progetto... e questo vale sia nel caso in cui Black or White si presenti come film di denuncia dei pregiudizi razziali, sia se si tratti solo di una storia di sofferenza e redenzione, dolore e lotta personale.

5

Che voto dai a: Black or White

Media Voto Utenti
Voti: 3
6.7
nd