Black Money, la recensione del film d'apertura del Korea Film Fest 2020

Il maestro Chung Ji-young torna al suo cinema impegnato con un thriller-noir politico-finanziario tra Margin Call e La grande scommessa.

recensione Black Money, la recensione del film d'apertura del Korea Film Fest 2020
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Conoscete lo Scandalo Lone Star? Si tratta di una delle pagine più vergognose della storia finanziaria della Corea del Sud esplosa nel 2011, dopo che un fondo di private equity (investitore istituzionale che rileva quote a una società obiettivo) noto appunto come Lone Star Funds ha acquistato nel 2003 la Korean Exchange Bank, rilevandone il 51,02% delle quote e abbandonando poi il paese nel 2012 con un profitto realizzato totale di 4,9 trilioni di won. La legalità e la procedura d'acquisizione della banca hanno suscitato un forte dibattito pubblico all'epoca, essendo la Korean Exchange Bank la quinta istituzione bancaria più grande della Corea del Sud e non avendo reali motivi per essere venduta a investitori esteri, soprattutto perché una legge locale limita tutt'ora a società private di possedere solo una certa percentuale della azioni di controllo di una banca.

Il caso è esploso dopo che il fondo americano ha intentato causa contro il governo coreano, chiedendo un risarcimento di 4,7 miliardi di dollari per i ritardi dell'approvazione di vendita, arbitrato che se vinto dal Lone Star Funds (dato che non è ancora stato risolto) obbligherebbe i cittadini Coreani a ripagare una vera e propria truffa finanziaria di propria tasca, con un aumento delle tassazioni nazionali
Ispirandosi così a questo scandalo e romanzando la vicenda con aggiunte di personaggi e nomi fittizi, il maestro Chung Ji-young (National Security, Unbowed) ha confezionato il suo nuovo film, Black Money, thriller noir efficace e d'impatto scelto per aprire l'edizione 2020 del Florence Korea Film Fest, in programma dal 23 al 30 settembre anche online, da godere interamente dal proprio salotto sottoscrivendo un piccolo abbonamento.

Bulldozer

La KEB diventa in Black Money la Daehan Bank, mentre il fondo di private equity solo Star Funds. L'intera vicenda non si svolge in ogni caso all'interno delle sale del potere del governo Coreano, della banca o del fondo, che rappresentano invece solo la parte "nemica" da combattere o smascherare della storia, perché al centro del racconto c'è la legge rappresentata dall'istintivo ed entusiasta procuratore Yang Min-hyuk, interpretato da un sorprendente e credibile Cho Jin-woong. In Corea non sono visti di buon occhio né i procuratori distrettuali né i pubblici ministeri (lo dicono anche nel film), spesso accusati di corruzione e peculato, il che rende la scelta dell'autore una decisione di riabilitazione culturale della figura lavorativa istituzionale, un doveroso distinguo tra sani e corrotti.
Yang è uno stacanovista idealista, che vede nel distintivo e nella rappresentanza della legge un grande scopo civile, che sarà messo a dura prova nel corso di questa lunga e forsennata indagine per arrivare a capire tutti i meccanismi alla base della svendita totale di una delle più grandi e importanti banche del paese. Un personaggio estremamente positivo e sofisticato capace di superare persino le procedure per arrivare alla verità, talmente invadente e instancabile da essersi guadagnato il soprannome di Bulldozer. A funzionare da contraltare tematico, forse in modo più sfumato, è poi l'esperta di diritto commerciale internazionale Kim Na-Ri (Lee Hanee), scelta da alcuni funzionari governativi per mediare la delibera sulla vendita della banca ma non priva di scrupoli, anzi fortemente attaccata al valore della legalità e apparentemente interessata a fare la cosa giusta.

Attraverso un tracciato noir, Black Money mette sul tavolo tecnicismi e complessi meccanismi finanziari con l'intenzione di chiarificare la vicenda al grande pubblico, non discostandosi in questa operazione dal cinema impegnato di Scott Z. Burns (The Report) o da quello più conosciuto di Adam McKay, pur non condividendone lo stesso gusto pop e l'amore per le complicazioni esplicative, soprattutto riflettendo su La grande scommessa. La vicenda è persino più articolata della crisi del mercato immobiliare, perché affonda i denti nel capitalismo finanziario, descritto dallo stesso regista "come un sistema che va oltre il capitalismo stesso, essendo una struttura dove gli uomini amano sfruttare altri uomini".

Nel titolo è comunque rintracciabile la stessa intensità drammatica di Margin Call e questa volontà da cinema d'inchiesta (anche se non lo è) ne apre il respiro e lo avvicina persino a Il caso Spotlight di Tom McCarthy, essendo il film comunque pensato per essere anche una grande denuncia sociale ed economica. A colpire è anche questa capacità con cui Black Money riesce a rilassare i toni ed essere a tratti persino divertente, ovviamente sempre nella metrica tipica dei k-movie e sfruttando una logica coerente con il resto della narrazione e dell'ambiente che racconta. È forse la regia di Chung a essere in contesto troppo abbottonata e freddamente classica, anche se l'intento è funzionale a lasciare spazio alla vicenda trattata.

Un film che in conclusione diventa persino grande e splendida attestazione del valore del cittadino come primo baluardo per la difesa dei diritti nazionali, non vacuo come "l'uno vale uno" nostrano ma profondamente concreto, con atti di denuncia e rinuncia reali e personali in grado di definire le qualità civili, etiche e morali di donne e uomini comuni, soprattutto al cospetto di alcune ingiustizie che mai saranno sanate, dove sacrificio e insistenza sono purtroppo l'unica arma di contestazione.

Black Money Black Money di Chung Ji-young è un thriller-noir di stampo politico-finanziario dedicato a uno degli scandali economici più pruriginosi della recente storia della Corea del Sud. Intenso come Margin Call ma più di respiro come Il caso spotlight, il film sa essere chiaro e d'impatto, capace anche rilassarsi per divertire nel mentre di una lunga indagine cruciale e di vitale importanza, ovviamente con verve tipica dei k-movie e una logica estremamente coerente con il resto della narrazione e dei tanti tecnicismi all'interno del racconto, da far impallidire persino il cinema pop-impegnato di Adam McKay ma declinati in modo ben più fruibile dal regista. È comunque in linea con la poetica di Ji-young già vista in National Security o Unbowed, solo qui drasticamente più contenuta e interamente rimessa a una vicenda di per sé articolata e da spiegare con chiarezza. Inoltre il protagonista Cho Jin-woong è di una bravura straordinaria nel ruolo del procuratore distrettuale Bulldozer, un nome, una garanzia.

7

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