Black Mirror: Bandersnatch, recensione del film interattivo firmato Netflix

Distribuito su Netflix il 28 dicembre, Bandersnatch è il primo episodio di Black Mirror strutturato per essere fruito in maniera interattiva.

recensione Black Mirror: Bandersnatch, recensione del film interattivo firmato Netflix
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"Wrong path, mate". Potrebbe essere stato questo il primo pensiero ad aver affollato la mente di Charlie Brooker, creatore di Black Mirror, nel momento in cui Carla Engelbrecht (Director Of Product Innovation di Netflix) gli ha proposto l'idea di strutturare in maniera interattiva un episodio della serie.
Eppure, dopo quella che viene raccontata più come una chiara opposizione che una momentanea titubanza, il 28 dicembre un simile concept è divenuto realtà, sbarcando sulla piattaforma di contenuti in streaming in un generale clima d'ansia da parte dei fan.
Bandersnatch è il primo esponente di quella che in futuro potrebbe trasformarsi in una vera e propria categoria di prodotti d'intrattenimento ad alto budget caratterizzati da una differente tipologia di rapporto con lo spettatore. Un esperimento che porta in dote fin troppe attese e che sicuramente incontrerà le reazioni più eterogenee, destinato per sua stessa natura a mettere d'accordo tutti e nessuno.

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Due scelte. Nulla di più viene concesso allo spettatore per esercitare la propria influenza sul racconto, per incidere la propria volontà nello sviluppo della narrazione. Due strade che si dividono generando un numero esponenzialmente più alto di possibili alternative e conseguenze.
Un universo di eventualità disponibile in base al semplice movimento di un cursore sullo schermo. Bandersnatch si muove fra l'avventura grafica e il libro interattivo, un episodio televisivo e un'esperienza cinematografica. La creatura di Charlie Brooker non nasconde nemmeno per un attimo le proprie origini, attingendo a piene mani da quel contesto creativo che nel corso degli anni '80 non circondava solamente il mondo videoludico ma anche quello letterario con i "choose your own adventure books".
Lo fa raccontando la storia di Stefan, giovane programmatore a tratti ossessionato dal tradurre in pixel le libertà di scelta che avevano per lui reso indimenticabile l'omonimo libro-game Bandersnatch. Black Mirror adotta in quest'occasione la struttura stessa dei contenuti che descrive, costringendo lo spettatore ad abbandonare il suo ruolo di passiva partecipazione e catapultandolo all'interno di un thriller psicologico tanto difficile da inquadrare quanto potenzialmente rivoluzionario.

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Frosties o Sugar Puffs. La tipologia di musica da ascoltare. L'assunzione o meno di acidi. La salomonica soluzione adottata da Netflix concede all'incirca una decina di secondi per compiere le scelte più disparate, indipendentemente dalla loro frivolezza o complessità. A partire da ognuna di queste nascono nuovi bivi e conseguenze, visibili non solo in occasione delle decisioni successive, ma all'interno di ogni dialogo e di ogni scena.
Bandersnatch è plasmato da uno spettatore diventato utente, a cui offre cinque finali principali e incalcolabili combinazioni nel corso di un'esperienza la cui stessa durata è soggetta a sensibili variazioni. Dai quaranta minuti al paio d'ore, l'episodio di Black Mirror si giostra tra tutte le possibili scelte offerte, ritornando sui propri passi al ritmo di hard e soft reset fino al momento in cui i titoli di coda pongono fine al gioco.
Già, perché il viaggio di Bandersnatch non è lineare, al contrario si riavvolge su se stesso, prendendo diverse direzioni e permettendo di visionare i differenti risultati delle nostre scelte.

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Narrazione e struttura sono complementari all'interno di Bandersnatch. Si nutrono l'uno dell'altra e una simile scelta operata da Charlie Brooker ed Annabelle Jones non appare affatto casuale. L'episodio distribuito dal 28 dicembre, antipasto di una quinta stagione di cui tuttora non si sa quasi nulla, sfrutta la propria interattività nell'unico modo capace di non banalizzarne l'implementazione.
La logistica stessa dell'episodio diventa protagonista del racconto, indagata e spiegata a più riprese dai personaggi nel corso della narrazione. Le componenti dialogiche portano in vita un universo narrativo anche al di fuori dello schermo, includendo lo spettatore all'interno delle sue meccaniche e responsabilizzandone l'influenza. Il risultato ottenuto è un continuo giostrarsi tra l'immersione del pubblico nelle vicende e la sua dissociazione, spronata dalla smisurata estensione delle possibilità di scelta e dalle continue ripetizioni delle loro conseguenze che hanno luogo sullo schermo.

Quello di Bandersnatch non è d'altronde un vero e proprio libero arbitrio. Questo viene tradito fin da subito con la natura binaria delle opzioni e lo si capisce dopo non molto tempo grazie agli stessi protagonisti. Pur tenendo conto dell'altissimo numero di possibili combinazioni, non accenna a sparire nella mente dello spettatore la sensazione che i suoi sforzi (e di riflesso quelli dei personaggi) siano indirizzati verso percorsi prestabiliti dai quali è pressoché impossibile deviare.
È la stessa impressione che accomuna anche Stefan (Fionn Whitehead) e Colin (Will Poulter), che ha incentivato la discesa verso una violenta follia del creatore dell'omonimo libro-game che il protagonista vuole così ardentemente tradurre in videogioco.

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Neppure quello che a molti può, a prima vista, risultare un difetto viene in realtà nascosto dalla sceneggiatura. Bandersnatch al contrario ne sposa le caratteristiche, dirigendole verso una metanarrazione che insieme all'interattività delle scelte riesce a rendere ancor più partecipe la persona impegnata nella visione dall'altra parte dello schermo.
Ne abbatte le barriere che la alienano talvolta in maniera sommessa, con piccoli indizi e parole perse tra le innumerevoli linee di dialogo, altre volte con limpida chiarezza, attraverso un lungo sguardo indagatore verso il vero autore delle scelte compiute dai personaggi. La presenza dello spettatore, sottolineata da quel "Like I'm not in control" di Stefan che appare quasi come una richiesta d'aiuto, non è limitata semplicemente alle decisioni che egli può compiere, ma è impressa secondo per secondo all'interno della narrazione stessa.


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La decisione di interconnettere in questo modo il racconto con le meccaniche della narrazione paga i propri dividendi proprio nel dimostrare le potenzialità di una simile struttura. Il rischio corso da Netflix e dai creatori della serie era quello di innamorarsi più di uno strumento che non dei possibili risultati che esso avrebbe potuto conseguire, dando vita a una trovata artefatta incapace di scatenare la dovuta meraviglia verso un'operazione quantomeno inusuale. Eppure, Bandersnatch finisce comunque per sacrificare qualcosa nel tentativo di implementare nel miglior modo possibile le meccaniche introdotte. Si spoglia proprio di ciò che, nel corso degli ultimi sette anni, ha contribuito a lanciare Black Mirror verso l'Olimpo delle produzioni seriali.
La trama disegnata dagli sceneggiatori è parzialmente caotica e priva di mordente, contraddistinta da un'alternanza di momenti di forte pathos e sequenze narrative meno ispirate. L'enorme ammontare di scelte, insieme alla non linearità della storia, finisce per renderne inorganica la progressione, confondendo (volutamente o meno) le idee del pubblico ed evitando di toccare proprio quelle tematiche che hanno fatto la fortuna della serie creata da Charlie Brooker.

Risulta quasi assordante il silenzio derivato dall'assenza di quelle critiche verso determinati aspetti del progresso tecnologico che avevano reso indimenticabili episodi come "The Entire History Of You" o "White Christmas".
Bandersnatch non si ferma a esaminarne alcun particolare disfunzionale, sviscerandolo ed estremizzandolo fino al paradosso. L'elemento tecnologico è stato trasferito dalla trama alla struttura vera e propria, rappresentato dalle meccaniche interattive che ne hanno reso possibile l'esistenza. Una decisione che può essere vista come un tradimento della natura stessa della serie oppure come un'evoluzione geniale del concept alla sua base.
Il prodotto finale è indubbiamente difficile da inquadrare, sospeso tra le attese che un nome come Black Mirror trascina con sé e la meraviglia verso una modalità di fruizione di un racconto che non può non entusiasmare il pubblico, almeno per un singolo momento.

Black Mirror: Bandersnatch Probabilmente il merito più grande di Black Mirror: Bandersnatch è la creazione di un'esperienza unica che trascina lo spettatore al centro del palcoscenico come mai è stato fatto nel mondo dei film e delle serie TV. Il risultato diventa un prodotto intermediale, che condivide tanto con l'universo seriale quanto con quello dei videogiochi, della letteratura o del cinema. La creatura di Charlie Brooker sembra essere consapevole dei propri limiti, incorporando in sé una metanarrazione a tratti geniale capace di includere per davvero lo spettatore all'interno del racconto a lui proposto. Conclusa la visione, il retrogusto non è più l'amara conseguenza dei pugni nello stomaco che eravamo soliti ricevere dagli episodi di Black Mirror, quanto più una persistente confusione sul ruolo da noi ricoperto rispetto a ciò che abbiamo visto.

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