Bird Box: la recensione dell'horror Netflix con Sandra Bullock

L'horror post-apocalittico diretto da Susanne Bier è già disponibile sulla piattaforma di streaming on demand Netflix.

recensione Bird Box: la recensione dell'horror Netflix con Sandra Bullock
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C'è un'idea davvero niente male alla base di Bird Box, nuovo film Netflix diretto da Susanne Bier con protagonista l'attrice premio Oscar Sandra Bullock: il mondo è finito prima dell'inizio del racconto, per colpa di una misteriosa entità che causa impulsi suicidi a chiunque posi gli occhi su di essa, e oggi i pochi sopravvissuti sono costretti a vivere con delle bende davanti agli occhi e senza il senso della vista.
La scorsa primavera abbiamo avuto John Krasinski, che col suo A Quiet Place - Un Posto Tranquillo ha giocato sull'impossibilità del dialogo e lo sfruttamento del silenzio per nascondersi a mostri alieni assetati di sangue ciechi ma dotati di un udito particolarmente sviluppato; a differenza dell'horror con Emily Blunt, però, questo post-apocalittico targato Netflix sembra temere il mondo fantascientifico che ha costruito e sul quale si regge, e quindi prova a rinnegare la sua stessa natura tornando costantemente al passato, rifugiandosi appena può nei flashback anziché mostrare il presente.
Se A Quiet Place prende lo spettatore e lo catapulta senza "istruzioni per l'uso" nel terribile futuro nel quale i suoi protagonisti sono costretti a vivere, illustrandoci tutte le soluzioni che hanno dovuto escogitare per rimodellare la propria nuova quotidianità, Bird Box fa l'esatto opposto, provando a raccontarci il crollo della società che tutti noi conosciamo e limitandosi a descrivere quella post-apocalittica solo con alcuni dettagli. Lo spunto originale in questo modo ne esce indebolito, perché sviluppato da un intreccio fin troppo canonico che lo lascia quasi sempre in disparte per concentrarsi, come tanti altri film del genere, sulla caratterizzazione dei personaggi protagonisti.
Di certo il film della Bier è un gran passo in avanti per Netflix rispetto alle altre produzioni similari recenti, come Extinction o La Fine, ma su di esso grava pesantemente l'ombra gigante di A Quiet Place, più riuscito e originale.

A Blind Place

Sette mesi dopo l'adrenalinica vicenda di una famiglia costretta a tenere la bocca chiusa per non essere divorata, arriva la storia di una madre che, insieme ai suoi due figli, deve percorrere le torbide acque di un fiume in piena con gli occhi bendati, impossibilitata a guardarsi intorno perché ciò che vedrebbe la indurrebbe a togliersi la vita.
Ci sono degli elementi del cinema di George Romero e di quello di M. Night Shyamalan mescolati con sapienza alla tragedia greca (pensate al mito di Orfeo e Euridice), e con intelligenza il film evita di spiegare se stesso (sappiamo il cosa, ma non il perché), ma purtroppo la Bier dimostra di non credere pienamente all'idea centrale del film, o almeno non come Krasinski credeva nella sua: in A Quiet Place, nel raccontarci la sua personale metafora sulla genitorialità, il regista, sceneggiatore e attore si è divertito a sguazzare in quel mondo post-apocalittico, così singolare e distintivo, rinnegando categoricamente gli strumenti narrativi forniti dal flashback; la Bier invece li sfrutta appena può, e piuttosto che concentrarsi esclusivamente sul viaggio che il personaggio della Bullock e i suoi figli devono compiere da A a B lungo il fiume, sui pericoli e le insidie che nasconde e soprattutto le speranze che rappresenta, la regista si gira e guarda indietro, proprio come l'eroe del racconto de Le Metamorfosi di Ovidio. Forse sbagliando allo stesso modo.

La storia raccontata nei flashback è infatti quella nota da "scenario da fine del mondo", con la protagonista che nei minuti immediatamente successi all'apocalisse si unisce a un gruppo eterogeneo di personaggi insieme ai quali cerca di capire cosa sta succedendo e soprattutto come fare per poter sopravvivere al caos.
Dato che nella barca sul fiume insieme a Sandra Bullock sono presenti solo due bambini - un maschietto e una femminuccia che lei chiama "bambino" e "bambina", altra idea splendida che comunica distacco - già sappiamo che nel corso del film tutti i protagonisti dei flashback perderanno la vita o rimarranno indietro in qualche modo, e nonostante questo tipo di prevedibilità la sceneggiatura fa un ottimo lavoro a interrogarsi sul carattere della protagonista e sulla sua relazione con quei bambini, sviluppando le risposte in maniera adeguata e toccante: non è un caso trovare il nome di Eric Heisserer (già sceneggiatore di Arrival) alla scrittura di Bird Box, e lo studio psicologico imbastito su Malorie riesce a comunicarci tutti i suoi drammi personali, i suoi dubbi e le sue reticenze sull'assumere il ruolo di madre.

E venne il giorno


Nonostante la scelta di rimanere in territori più convenzionali, anche nelle sequenze ambientate nel passato il film riesce a costruire un senso di claustrofobia molto opprimente: l'idea che sarai costretto al suicidio semplicemente gettando un'occhiata al mondo che ti sta intorno è davvero valida, ha un sapore nichilista sconvolgente ed è così ad effetto che riesce a esaltare anche le situazioni più scontate.
A reggere il film anche l'ottimo lavoro della Bullock, che come al solito ritrae una donna che è sia forte che fragile, sia dolce che autoritaria, mentre al suo fianco Trevante Rhodes riesce a spiccare nonostante venga relegato a mera spalla. Anche il suo personaggio, Tom, riceve l'attenzione necessaria per uno sviluppo psicologico adeguato, e la medesima cura viene riservata a quello di John Malcovich, Douglas, che lotta per mantenere la leadership del gruppo di sopravvissuti. Lo stesso purtroppo non si può dire degli altri co-protagonisti, meri comprimari di passaggio, con Sarah Paulson completamente sprecata in un breve cameo nel primo atto della vicenda.

Il direttore della fotografia Salvatore Totino dipinge con luce fredda il mondo messo in scena dalla Bier, le cui minacce vengono enfatizzate dalla colonna sonora inquietante composta da Trent Reznor e Atticus Ross. L'impressione è però quella di trovarsi di fronte a uno spettacolo che sarebbe potuto essere molto più sbalorditivo di quello che è stato poi effettivamente allestito, con un concept narrativo particolarmente elegante che scalpita di continuo per mettersi in mostra, e che tuttavia viene sempre tenuto sotto controllo da una direzione molto più pavida che ambiziosa. Qualche libbra di audacia in più avrebbe sicuramente giovato.

Bird Box Susanne Bier si dimostra fin troppo diligente nel raccontarci questo horror post-apocalittico dalla forte idea di base ma dallo sviluppo canonico. Sandra Bullock e Trevante Rhodes dominano la scena, e le atmosfere nichiliste della sceneggiatura riescono sempre a coinvolgere lo spettatore, ma la sensazione è quella di avere a che fare con un giocatore di poker con una mano buona che però, per mancanza di coraggio e ambizione, decide di passare il turno. Per far dimenticare il recente A Quiet Place, Bird Box avrebbe dovuto osare molto di più.

6.5

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