Benvenuti a Marwen, recensione: Robert Zemeckis fra bambole e pregiudizi

Il Capitano Hogie ha due priorità nella vita: annientare i nazisti e amare le donne di Marwen, peccato però che sia soltanto una action figure.

recensione Benvenuti a Marwen, recensione: Robert Zemeckis fra bambole e pregiudizi
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Ci troviamo nei pressi della città di Marwen, in Belgio, e un aereo americano sta sorvolando i cieli tentando di sfuggire alla contraerea tedesca. Bastano però pochi proiettili ben assestati per far perdere stabilità al velivolo, che si avvia a precipitare inevitabilmente verso il suolo.
A bordo c'è il Capitano Hogie, pilota esperto che riesce senza troppi problemi ad atterrare d'emergenza e a iniziare una nuova avventura fra la boscaglia.
È questo l'inizio di una storia che gioca con lo spettatore sin dal primo istante, poiché la ridente cittadina di Marwen e lo stesso Cap'n Hogie non sono reali, sono luoghi e personaggi che prendono vita nella fantasia di Mark Hogancamp, fotografo newyorchese che invece esiste davvero in carne e ossa e rappresenta la scintilla che ha ispirato Robert Zemeckis per il suo ultimo lavoro: Benvenuti a Marwen.

Tacco 12

La vera storia di Mark Hogancamp è una di quelle che lacerano il cuore, poiché fortemente segnata dalla sofferenza, dalla violenza, dalla prepotenza e dal desiderio irrefrenabile di vivere in un mondo perfetto, a misura d'uomo o - in alternativa - di action figure. Un'utopia difficile da realizzare se non abbandonandosi alla più completa immaginazione: è questa la strada che Hogancamp ha scelto, fotografando modellini alti 30 cm e ricamando attorno a loro una storia virile ma allo stesso romantica, passionale. Protagonista delle sue vicende è un pilota senza macchia e senza paura, capace di affrontare i nazisti a mani nude o calzando scarpe dal tacco alto, non conoscendo vergogna (che il tacco 12 sia stato inventato dopo la seconda guerra mondiale, poco importa).
Parliamo di fatto dell'esatta proiezione di ciò che Hogancamp sogna di essere, dopo un brutale attacco subito da parte di un gruppo di criminali. La sua passione per le scarpe femminili e i tacchi vertiginosi lo ha bollato, nell'America più provinciale, come un pervertito, un uomo dall'identità sessuale poco definita che merita di essere punito.
L'incapacità di difendersi, di affrontare faccia a faccia i suoi assalitori, hanno reso Mark Hogancamp un essere fragile, timoroso di tutto, anche del suo stesso respiro. Questo lo porta ad avere seri problemi nel relazionarsi con gli altri: gli uomini sono tenuti a debita distanza, le donne invece - la sua vicina di casa, la cameriera del diner più vicino, la commessa del General store - diventano action figure nella sua ideale Marwen, graziosa cittadina che Mark ha costruito fisicamente nel proprio giardino.

Mondo reale e mondo immaginario

Abbiamo dunque a che fare con una vicenda dalla natura incerta, che salta costantemente da una parte all'altra del confine che separa la verità dalla fantasia, un canovaccio che nessuno al di fuori di Robert Zemeckis avrebbe saputo trattare con più sensibilità e mestiere. Il recente Allied trattava la verità opposta alla menzogna, la trilogia di Ritorno al Futuro appariva invece sospesa fra il passato e gli anni a venire, mentre Chi ha incastrato Roger Rabbit? incarnava più di tutti il valore duale della fantasia contro la dura realtà - mescolando i due elementi.
Questo si traduce, su grande schermo, in un'opera che oscilla dal live action all'animazione in stop motion (con inserti CGI, certo) dal sapore nostalgico, vagamente retrò, che ingoia lo spettatore in un mondo fantastico segnato però da forti ombre. Fra le strade di Marwen sono i nazisti il solo e unico problema, nella campagna di New York invece è il pregiudizio la vera bestia nera. Pregiudizio che scatena odio, che a sua volta genera violenza e insicurezza.
Mark Hogancamp finisce così per rappresentare la nostra società contemporanea, incapace a reagire agli atti di deliberata violenza e prepotenza; una società che preferisce voltare lo sguardo dall'altra parte anziché ritrovare l'amor proprio. E al fotografo newyorchese non basta tutto il sentimento e la sensibilità riposti nella costruzione di Marwen e dei suoi stralunati personaggi per stare bene con se stesso e con gli altri: soltanto quando il buono che alberga in lui viene condiviso, la vita torna a fluire con un senso ben preciso.
Solo quando ritroviamo il coraggio di affrontare a muso duro i problemi della nostra realtà, allora siamo in grado di progredire e camminare a testa alta, senza vergogna di nulla.

Un solo capitano

Oltre a essere un rifugio, Marwen è però anche un invito ad alimentare il fanciullino pascoliano che alberga dentro di noi, che troppo spesso in età adulta soffochiamo senza ritegno, a cercare la poesia in ogni piccolo dettaglio, oltre ogni bruttura. Da questo discorso fuoriesce, in maniera alquanto palese, Forrest Gump e la sua natura estremamente pura, anche se ciò che nutre la fantasia di Mark Hogancamp è soprattutto la paura.
Paura che non ha certo raggiunto Robert Zemeckis nell'affrontare un progetto simile, un ibrido che poteva uscire dai binari con pochi dettagli male assestati. Ciò che resta è invece un film girato con grande passione e cura, che probabilmente va assaporato più con il cuore che con la freddezza intellettuale.

Se la messa in scena nuda e cruda regala sequenze di mestiere, coinvolgenti, toccanti e d'alto intrattenimento, la sceneggiatura cede più volte il passo a momenti didascalici, forse eccessivamente smielati.
Nulla che non si possa perdonare, poiché è molto facile che durante i titoli di coda qualche lacrima attraversi il vostro volto. Il merito, oltre che a una storia ricca di poesia e buoni sentimenti, va certamente dato a un protagonista eccellente come Steve Carell. Se in Foxcatcher l'artista di Concord si chiudeva a riccio su un ruolo spigoloso, sempre ambiguo ma tutto d'un pezzo, in Benvenuti a Marwen si lascia andare alla purezza più assoluta, dipingendo con efficacia un uomo segnato dalla vita e dal suo carattere.
Una creatura fragile che, da spettatori, vorremmo abbracciare, aiutare in tutti i modi, in un legame di empatia assoluto. Dalla poltrona vorremo urlare che non è una colpa amare le scarpe femminili, provare una passione fuori dagli schemi e rifugiarsi in un mondo di fantasia, totalmente assuefatti alla vicenda grazie a un attore straordinario che, nonostante una carriera fitta di titoli di ogni genere, riesce ancora a spiazzare e sorprendere - affiancato da un cast di supporto tutto al femminile capitanato da una Leslie Mann con la testa perennemente fra le nuvole.

Benvenuti a Marwen Robert Zemeckis torna a mescolare fantasia e mondo reale utilizzando riprese in live action e scene in stop motion, realizzando un'opera poetica che farà emozionare in molti. Si racconta la vera storia di Mark Hogancamp, fotografo newyorchese con la passione per le scarpe femminili brutalmente malmenato da una banda di balordi. Un evento che lo traumatizza e lo rende schiavo di Marwen, una cittadina immaginaria dove prende forma la sua vita dei sogni, una bolla di cristallo dove nulla di male può succedere. Benvenuti a Marwen denuncia così l'incapacità della nostra società contemporanea di fronteggiare i soprusi e i pregiudizi, parlando un linguaggio adatto a tutti e senza mai dimenticare la giusta dose di intrattenimento.

7

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