Ben Hur, la recensione

Due amici che arrivano a sfidarsi sulle bighe da corsa in una drammatica escalation di violenza nella Gerusalemme schiacciata dall'impero romano

recensione Ben-Hur
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Sale a sei il numero di adattamenti cinematografici e televisivi di Ben-Hur, il celebre romanzo storico scritto dal generale americano Lew Wallace nel 1880. In quasi 140 anni l'opera di Wallace ha fatto il giro del mondo, diventando non solo un best-seller ma anche il soggetto da cui trarre film che hanno scritto la storia del cinema. Dapprima il romanzo è entrato nel novero dei classici del cinema muto con gli adattamenti di Sidney Olcott (1907) e soprattutto di Fred Niblo (1926), uscendo contemporaneamente sotto forma di rappresentazione teatrale. Tuttavia tutti noi abbiamo chiara la fama di Ben-Hur per un film successivo, risalente ormai a quasi 60 anni fa e appartenente allo studio system hollywoodiano: l'adattamento di William Wyler con Charlton Heston e Stephen Boyd uscì nel 1959 e fece incetta di premi Oscar, segnando un record di 11 statuette ancora imbattuto (soltanto pareggiato, da Titanic e da Il Signore degli Anelli - Il ritorno del re). Ciascuno di noi ha in mente la monumentalità del film, anche i più giovani, abituati a vederlo passare certe volte in televisione. La nuova trasposizione, curata dal kazako Timur Bekmambetov, ha dunque l'audacia di confrontarsi con un pluripremiato kolossal dalla storia illustre. Come se l'è cavata?

LA CORSA DELLE QUADRIGHE

Giudea, primo secolo dopo Cristo. Siamo a Gerusalemme, una delle province dell'enorme impero romano, che tiene il pugno di ferro e gioca con l'intimidazione per tenere schiacciate le periferie imperiali. Giuda Ben-Hur (Jack Huston) è il primogenito di una famiglia agiata del luogo. Accanto a lui cresce anche Messala, giovane ragazzo di origini romane alla ricerca della propria identità, in un luogo dove il romano è visto come l'impostore straniero. Gli anni passano e la situazione a Gerusalemme è sempre più tesa: in città arriva il console Ponzio Pilato, con tutta l'intenzione di sedare le rivolte. Proprio durante il suo ingresso in città viene compiuto un attentato alla vita del console che sarà ingiustamente imputato a Giuda: la famiglia viene trucidata, Giuda Ben-Hur condannato a una vita di schiavitù come vogatore di una galea. Trascorre cinque anni con le catene ai piedi, ma senza mai dimenticare: Messala, che per lui era come un fratello, lo ha tradito, accusandolo dell'accaduto e rovinando tutta la famiglia. Alla prima occasione Giuda farà ritorno a Gerusalemme con un solo obiettivo: battere Messala sul campo da gioco, la corsa delle quadrighe, umiliandolo di fronte all'establishment romana e vendicandosi per ciò che ha dovuto patire.

MERCY IS...

In una regione instabile e dagli attriti sempre più cruenti, ebrei e conquistatori romani macchiano di sangue le mura di Gerusalemme. L'impero romano schiaccia sotto il peso del terrore e della repressione ogni rivendicazione di autonomia. Sullo sfondo di una guerriglia pressoché continua fa la sua comparsa un pensatore che conquista le folle con il suo messaggio: lo chiamano Gesù di Nazareth, e sta diffondendo una concezione del tutto nuovo del mondo e dei rapporti fra le persone, basata sull'amore per il prossimo. Un pensiero che mina alla base tutta l'ideologia e l'autorità dell'impero romano. Su queste premesse era sorto il romanzo storico di Lew Wallace, grande racconto di matrice cristiana, che è stato ripreso ed enfatizzato al cinema da William Wyler con un kolossal hollywoodiano di proporzioni oggi inimmaginabili (basti pensare alle masse di comparse impiegate). Bekmambetov interviene su alcuni dettagli della storia e impronta il proprio film su una resa vivida e truce dell'impero romano, puntando moltissimo sul training di Giuda Ben-Hur e la spettacolare corsa delle quadrighe. Il più grande merito del film è un contesto storico verosimile e ricostruito con grande fedeltà, contro il quale cozza una storia poco attuale e fin troppo prevedibile. Ma è soprattutto la recitazione degli attori il grande problema di un film che pare ingessato e capace solo di investire somme ingenti sugli effetti speciali. Andrebbe candidato per il razzie award Toby Kebbell, l'attore che interpreta Messala, ma nemmeno Jack Huston convince nella parte. Morgan Freeman diventa "macchietta" di se stesso nei panni dello sceicco Ilderim, suscitando la generale ilarità del pubblico. Fra i pochi a salvarsi figura Pilou Asbæk, attore danese chiamato a interpretare Ponzio Pilato e che molti hanno già visto in Game of Thrones come Euron Greyjoy. La sostanza è quella di un film che ricostruisce con accuratezza la cornice storica ma non sa come impostare la linea narrativa, risultando in un prodotto raffazzonato, con personaggi poco credibili e una lotta-scalata sociale che ricorda fin troppo da vicino Il gladiatore. Miglior scena del film: il combattimento navale, claustrofobico e registicamente immenso, con Giuda Ben-Hur vogatore di una galea che viene pesantemente attaccata. Una scena magistrale, in cui la galea diventa l'anima e la coscienza di Ben-Hur, afflitta dagli speronamenti dei rimorsi.

Ben-Hur Godibile film d’azione, in cui paradossalmente è proprio la sfida delle quadrighe a deludere (risultando confusa e poco drammatica, con una crescita di tensione pressoché inesistente) mentre altre sequenze sorprendono, il vero cruccio dell’opera è stata una scommessa eccessivamente sbilanciata sui costi scenici e di post-produzione, con un investimento minimo sui valori da trasmettere, la storyline e le prove attoriali. Merita di essere menzionata la canzone di chiusura: The only way out della californiana Andra Day, struggente e capace di scuotere l’anima.

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