Recensione Belli di Papà

Rifacimento italiano di una commedia messicana, Belli di papà di Guido Chiesa pone Diego Abatantuono nei panni di un imprenditore di successo che decide di far scoprire ai figli nullafacenti il faticoso universo lavorativo.

recensione Belli di Papà
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"Quando ho iniziato a collaborare con la Colorado film - dirigendo la serie tv Quo vadis baby? - Maurizio Totti mi ha chiesto se fossi disponibile a dirigere anche film più orientati verso il mercato, rispetto a quelli drammatici, ‘difficili', che avevo realizzato fino a quel momento. Infatti, oggi certamente lo spazio per quel tipo di film si è assottigliato, a tutto vantaggio delle commedie. Non avevo nessuna preclusione verso questo genere, ma, non essendomi mai cimentato in una commedia, capivo che ci fosse qualche perplessità. Quando Totti mi ha proposto di dirigere questa storia, prima di dargli una risposta ho chiesto di poter vedere il film messicano campione d'incassi a cui è ispirata, Nostros los nobles di Gary Alazraki e ho trovato la storia decisamente interessante".
Così il torinese classe 1959 Guido Chiesa - autore, tra l'altro, de Il partigiano Johnny e Lavorare con lentezza - sintetizza i motivi che lo hanno portato a dirigere Belli di papà, che, rispetto alla pellicola da cui prende le mosse, pare abbia provveduto a rendere meno melodrammatico l'aspetto relativo alla vedovanza del protagonista.

Fuga di fratelli

Protagonista dalle fattezze di un Diego Abatantuono che, imprenditore di successo, si rende conto del fatto che i tre figli ventenni cui deve badare conducono una vita piena di agi e ignari di qualsiasi responsabilità e voglia di guadagnarsi la vita, tanto da arrivare ad organizzare una messa in scena finalizzata a far credere loro che l'azienda di famiglia stia fallendo per bancarotta fraudolenta e che sono quindi costretti ad un'improvvisa fuga degna di veri latitanti.
Figli ventenni che, incarnati dall'Andrea Pisani di Fuga di cervelli, dal Francesco Di Raimondo proveniente dalla fiction televisiva Provaci ancora prof! e dalla Matilde Gioli de Il capitale umano, si trovano per la prima volta a dover affrontare, quindi, il duro universo dei "lavori umili" una volta rifugiatisi insieme al padre in una vecchia e ormai malconcia casa in Puglia, concretizzando per l'ennesima volta su schermo l'incontro-scontro sociale tra nord e sud che ha fatto la fortuna non solo del francese Giù al Nord e del suo remake tricolore Benvenuti al Sud, ma anche della filmografia zaloniana.
Incontro-scontro sociale stavolta affrontato, però, in maniera del tutto diversa, in quanto non mirato a generare gag attraverso il contrasto tra le abitudini dei milanesi e quelle dei pugliesi, bensì ad immergere nella poco confortante realtà operaia meridionale personalità appartenenti al pensiero maggiormente snob della borghesia del settentrione

Una famiglia casa e... Chiesa!

Infatti, mentre fanno la loro entrata in scena, tra gli altri, Antonio"La bella gente"Catania, l'Uccio De Santis di Non me lo dire e Barbara"Italiano medio"Tabita, abbiamo un Pisani convinto di avere idee geniali (ma mai messe in pratica, forse perché non lo sono) ma che si ritrova a sgomberare cantieri affiancato da Nicola Nocella, un Di Raimondo destinato a scoprire il segreto per avere successo come venditore porta a porta di una particolare crema dimagrante e una Gioli che, con il fidanzato Francesco Facchinetti rimasto nel capoluogo lombardo in attesa di sposarla, si ricicla cameriera in un ristorante dove lavora anche Marco Zingaro.
E, alla sua prima prova d'attore, il figlio del lead vocalist dei Pooh si rivela piuttosto convincente, impegnato anche in un primo esilarante dialogo con l'ex Terrunciello della celluloide di genere nostrana che, come c'era da aspettarsi, ricorrendo alla sua consueta gamma di battute ed espressioni rappresenta l'elemento comico di spicco dell'operazione (citiamo anche la sequenza dell'ospedale).
Operazione che, però, capace di sfuggire alle banalità anche per quanto riguarda la sua conclusione non priva di un sottile velo d'amarezza, non si limita a cercare di regalare risate in abbondanza allo spettatore, ma ribadisce l'importanza del dialogo con i genitori nella sempre più maleducata Italia d'inizio terzo millennio, divisa tra precariato da crisi e viziati, nullafacenti figli di papà.

Belli di Papà Con un’apparizione per l’Alessandro Genovesi regista de La peggior settimana della mia vita (2011) e Il peggior Natale della mia vita (2012), Belli di papà (2015) di Guido Chiesa si rifà al messicano Nostros los nobles (2013) di Gary Alazraki per mettere in piedi una ritmata commedia non priva di velo d’amarezza e mirata a fornire interessanti riflessioni-critiche nei confronti di quei figli di papà abituati a vivere nell’agiatezza e nella nullafacenza totale. Commedia impreziosita da un cast in ottima forma (con un Diego Abatantuono che strappa non poche risate ed un convincente Francesco Facchinetti esordiente su schermo) e che, altamente intelligente e tutt’altro che volgare, non fatica ad apparire tra le migliori sfornate dallo stivale tricolore negli anni Dieci del XXI secolo.

7

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