Recensione Beket

Il terzo capitolo della trilogia sulla solitudine di Davide Manuli

recensione Beket
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Fabio Ferzetti de Il messaggero lo definì giustamente come un affresco dark della periferia che mescola in maniera assurda Abel Ferrara, Hal Hartley e il primo Kusturica.
Diretto nel 1998 da Davide Manuli, Girotondo, giro intorno al mondo, immerso in un degradato universo urbano di periferia popolato da prostitute, tossicodipendenti, nomadi e travestiti, fu il secondo tassello della trilogia in bianco e nero iniziata dal cineasta milanese classe 1967 tramite il cortometraggio carcerario Bombay: Arthur road prison - dello stesso anno - e dedicata al tema della solitudine.
Un degradato universo urbano che Angelo alias Luciano"Bellas mariposas"Curreli, appena perduto il suo migliore amico, vittima dell'eroina, si trovava ad attraversare nel corso di un anarchico viaggio tra grottesche figure parlanti diverse lingue e non lontane da quelle che popolavano i surreali ritratti di borgata pasoliniani.
Borgata retrò che, tanto realisticamente brutta quanto artisticamente affascinante, finì, però, per rappresentare un ideale involucro di sincerità, isolato da quello che già allora era il moderno e apparentemente lindo universo borghese. In circa settantasei incalzanti minuti di visione più vicini a una rilettura fuori di testa del cultissimo Amore tossico di Claudio Caligari che a una risposta tricolore al quasi contemporaneo Trainspotting di Danny Boyle.

Solitudine parte 3

Circa settantasei incalzanti minuti di visione cui, dieci anni dopo, ha fatto seguito questo capitolo conclusivo della trilogia manuliana, caratterizzato da titoli di testa che scorrono sull'immagine di un pugile impegnato a lanciare pugni accanto a delle pale eoliche.
Capitolo conclusivo che prende liberamente ispirazione dalla più famosa opera teatrale di Samuel Beckett, Aspettando Godot, per svolgersi in una desertica terra di nessuno senza data né tempo che, non più abitata dagli uomini, al primo impatto sembra quasi richiamare alla memoria El Topo di Alejandro Jodorowsky.
Mentre, come Vladimiro ed Estragone, Freak e Jajà, rispettivamente con i volti del già citato Curreli e di Jérôme Duranteau, perduto il bus che porta a Godot, il Dio che si è manifestato al di là della montagna sotto forma di sonorità musicale, decidono di andare a cercarlo a piedi.
Fornendo al regista l'opportunità di affrontare l'irrazionalità dell'esistenza in circa un'ora e venti di pellicola che, debitrice di sicuro nei confronti del teatro dell'assurdo ma continuamente attraversata da una più o meno accentuata venatura ironica, sfrutta il loro tragitto tempestato d'incontri con bizzarri personaggi; i quali vanno da un Adamo affiancato da una Eva in chiave lesbica ad un bambino che sembra il "magico" portavoce di Godot, passando per un oracolo che vive su una torre d'estrazione di una miniera abbandonata.
Per non parlare di una solitaria ragazza le cui apparizioni non possono fare a meno di richiamare alla memoria i lavori di Russ Meyer; man mano che troviamo coinvolto - in una amichevole partecipazione - anche Paolo Rossi e, al di là di una trama che vede le allegorie finire per risultare più importanti del racconto in se, ad affascinare è soprattutto la desolata ambientazione illuminata dalla bella fotografia di Tarek Ben Abdallah.
Ambientazione degna di quel passato filone post-atomico che in Italia nessuno si vuole più decidere a continuare (se escludiamo 2061 - Un anno eccezionale di Carlo Vanzina o esempi meno conosciuti come Pandemia di Lucio Fiorentino) e che contribuisce non poco a celebrare un cinema degli spazi aperti, in netta contrapposizione alle due camere e cucina nelle quali sembra essersi rinchiusa la quasi totalità delle produzioni nostrane d'inizio terzo millennio.
Anche se il film di Manuli, in realtà, punta tutt'altro che al facile intrattenimento.

Beket Datato 2008 e girato in soli tredici giorni con una troupe di dieci persone, è il terzo tassello della trilogia in bianco e nero sulla solitudine realizzata dal milanese Davide Manuli, dopo il cortometraggio carcerario Bombay: Arthur road prison (1998) e il lungo Girotondo, giro intorno al mondo (1998), riguardante l’emarginazione. Prendendo liberamente ispirazione da Aspettando Godot, opera teatrale di Samuel Beckett, un grottesco viaggio nell’assurdità dell’esistenza che, senza rinunciare all’ironia, tira in ballo una galleria di bizzarri personaggi immersi in un’ambientazione degna del tramontato filone post-atomico... man mano che tornano alla memoria, tra l’altro, sia il cinema di Alejandro Jodorowsky che quello di Russ Meyer.

6.5

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