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Beckett, la recensione del film Netflix con John David Washington

Un turista americano in vacanza in Grecia si ritrova coinvolto in un intrigo ai più alti livelli e dovrà fuggire per sopravvivere.

Beckett, la recensione del film Netflix con John David Washington
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Soltanto pochi giorni fa è uscita la notizia che John David Wasghinton ha eseguito in prima persona lo stunt più pericoloso del film. Questo dovrebbe già far intuire il leit motiv che caratterizza Beckett, co-produzione a tre tra Brasile, Grecia e il BelPaese, e cioè un'azione a perdifiato per quasi due ore di visione e non è un caso che il primo titolo scelto fosse Born to be Murdered, poi modificato in corsa.

Il film vede tra i finanziatori anche il nostro Luca Guadagnino, con le riprese che si sono svolte ad Atene pur senza sfruttare appieno il fascino architettonico della città, qui ripresa per gran parte nel suo contesto urbano e nelle campagne circostanti. Presentata in anteprima al Festival di Locarno, la pellicola diretta dal milanese Ferdinando Cito Filomarino - ex compagno di Guadagnino al suo secondo lungometraggio dopo Antonia (2015) - sbarca ora in esclusiva assoluta come original nel catalogo Netflix.

Beckett: solo contro tutti

Beckett è un turista americano che si trova in vacanza in Grecia insieme alla fidanzata April: un periodo in cui consolidare il loro rapporto e apprezzare le bellezze di Atene.
Mentre si trova alla guida per raggiungere l'hotel, ad un orario notturno, l'uomo è vittima di un colpo di sonno e la vettura si schianta prima in un fosso e poi in una casa lì vicino dove, prima di crollare per via del trauma subito, vede un ragazzino dai capelli rossi rimasto ferito nell'impatto.

Risvegliatosi in ospedale, Beckett scopre che la compagna ha perso la vita nell'incidente e viene consumato dal senso di colpa per quanto accaduto: dopo aver testimoniato alla polizia quanto visto nella fatiscente dimora, decide di tornarvi per far pace con se stesso. Salvo scoprire che gli agenti con i quali si era confidato sono corrotti e intendono farlo fuori: la sola soluzione per scampare a morte certa è raggiungere l'ambasciata statunitense, ma non sarà così semplice.

Una corsa contro il tempo

Una delle prime cose che salta all'occhio durante la visione di Beckett, e che giustifica alcune forzature narrative, è il fatto che John David Wasghinton sia pressoché l'unica persona di colore a calcare il set, incluse comparse e figure secondarie, elemento poco credibile in un Europa ormai cosmopolita.
Questo ne facilita ulteriormente l'identificazione e forse anche per questo i suoi inseguitori sono sempre alle sue calcagna, senza lasciargli un attimo di tregua anche nelle situazioni apparentemente più tranquille.

Proprio questo è uno dei limiti del film, che dopo la fase iniziale atta a introdurre le dinamiche base si rivela una sorta di lunga ed estenuante fuga da parte del protagonista, che corre di qua e di là - a piedi o con mezzi come pullman e treno - in cerca di una via di salvezza, trovandosi ogni volta ad affrontare nuovi insidie e pericoli senza mai stare tranquillo fino all'epilogo.

Tale susseguirsi di situazioni così rocambolesche, per quanto alcune ottimamente coreografate grazie all'impegno degli stunt (e come accennato sopra dello stesso Washington), rischia però di togliere respiro alla narrazione e gli spunti drammatici e introspettivi risultano pressoché nulli: Beckett finisce così per essere un titolo esclusivamente ludico, il cui amore per l'esagerazione di stampo action / thriller rischia di mangiarsi tutto il resto, delimitando di fatto il proprio target di riferimento in maniera netta e precisa.

Beckett Non è il Sidney Poitier che fuggiva con Tony Curtis nel memorabile La parete di fango (1958), ma il protagonista di Beckett ne ha di inseguimenti e agguati a cui scampare prima di raggiungere l'agognata tranquillità. Prodotto tra gli altri dal nostro Luca Guadagnino, il film si risolve, dopo l'introduzione destinata a porre le colonne narrative, in una serie di scorribande action/thriller in cui il Nostro deve vedersela con un giro di corruzione ai più alti livelli che non gli offre nessun momento di tregua. Castrato nel lato emotivo e introspettivo, il racconto si fa apprezzare per il suo lato puramente d'intrattenimento, con sequenze e coreografie che guardano ai prototipi e risvolti pur citazionisti nella loro apparente banalità: John David Washington si muove come corpo destinato a tale sorte, in due ore di visione che hanno dei limiti evidenti ma possono compiacere un certo tipo di pubblico.

6

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