Beata ignoranza: la recensione del film con Gassman e Giallini

Marco Giallini e Alessandro Gassman sono due professori l'uno contro l'altro nel film diretto da Massimiliano Bruno, da oggi al cinema

recensione Beata ignoranza: la recensione del film con Gassman e Giallini
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Reduci dall'esperienza nell'acclamato Se Dio vuole di Edoardo Falcone, aggiudicatosi addirittura il David di Donatello nella categoria relativa alla migliore opera prima, Alessandro Gassman e Marco Giallini tornano a dividersi il set, stavolta sotto la regia di un Massimiliano Bruno alla sua quinta fatica dietro la macchina da presa. Il primo, in Beata ignoranza, interpreta un allegro progressista perennemente collegato al web, nonché bello e spensierato seduttore seriale sui social network; il secondo, invece, è un severo conservatore, figlio di democristiani, rigorosamente privo di computer e che vanta una vita completamente al di fuori della rete. Due personalità decisamente agli antipodi, un tempo migliori amici, poi allontanati da un profondo scontro mai risolto, il cui unico punto in comune risiede nell'essere entrambi professori di liceo. Professori destinati a ritrovarsi in maniera fatale ad insegnare nella stessa classe, con Gassman che non manca di conquistare i propri studenti grazie ad una app di sua creazione che consente l'immediata soluzione di ogni possibile calcolo e Giallini che, oltre a fare della austerità un punto d'onore, si mostra tradizionalista anche con gli allievi.

Uno contro l'altro, praticamente... nemici!

Due individui che non evitano di iniziare una nuova guerra a causa degli opposti punti di vista e che si vedono costretti ad affrontare il passato dal momento in cui fa la sua entrata in scena la giovane esordiente Teresa Romagnoli; man mano che un flashback con grottesca rappresentazione dell'Otello shakespeariano provvede oltretutto ad introdurre una Carolina Crescentini la cui figura è legata ad entrambi i protagonisti. E, se Valeria Bilello entra a movimentare il lato sentimentale della oltre ora e quaranta di visione, Luca Angeletti ed una Emanuela Fanelli provvista di esilarante accento ciociaro si cimentano nella realizzazione di un documentario relativo ai social network, fornendo a loro modo un certo sottotesto metacinematografico. Perché, sebbene dichiari che la sua intenzione sia in primis quella di affrontare tramite Beata ignoranza la tematica delle relazioni, appare evidente che è il confine tra il quotidiano vivere reale e quello online d'inizio XXI secolo a trovarsi al centro dell'operazione; tanto che, se Gassman si mostra convinto del fatto che ormai si imparino più cose giocando ad Assassin's creed che leggendo un libro di storia, Giallini non manca neppure di affermare che i ragazzi di oggi non fanno l'amore, ma si abituano al sesso virtuale con la mediazione dello schermo del computer. Ma, tra un Samuel Beckett confuso con il tennista Boris Becker, qualche accenno forse nostalgico nei confronti della cara e vecchia Commedia sexy tricolore (si va da un omaggio televisivo a La pretora con Edwige Fenech alla gag in casa con una signora Zaccarelli in intimo interpretata da Susy Laude) e, addirittura, una conversazione con la fotografia animata di una lapide (!!!), ci si annoia molto e non si ride quasi mai. E, giunti ai titoli di coda, ci si sente forniti della forte impressione che - in mezzo a retroscena e rivelazioni (in)aspettate - non solo sia veramente troppa la carne al fuoco tirata in ballo, ma anche che l'insieme in questione sia talmente ambizioso in maniera eccessiva da non riuscire affatto a condensare come si deve il lato leggero con quello riservato al retrogusto di amarezza.

Beata ignoranza Vi sentite meglio online o offline? Chi siete veramente? Voi stessi o il vostro alter-ego? Stimate di più le vostre sconfitte reali o i vostri successi virtuali? Sono questi gli interrogativi che pone Massimiliano Bruno allo spettatore in Beata ignoranza, del tutto costruito su due professori completamente diversi tra loro e che si azzuffano di continuo nel tentativo di entrare l’uno nella vita dell’altro per dimostrare che è sbagliata. Due professori romanissimi, del resto incarnati da Giallini e Gassman che, tra l’altro, parlano spesso allo spettatore rendendo in parte surreale l’insieme. Ma non si ride quasi mai, si sbadiglia spesso e, con il registro comico e quello drammatico mal miscelati, non si riesce a capire dove si voglia andare a parare.

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