Beasts Clawing at Straws, la recensione del thriller coreano

Al Far East Film Festival l'avvincente esordio registico di Kim Yong-Hoon è una storia a incastro ricca di tensione e colpi di scena.

recensione Beasts Clawing at Straws, la recensione del thriller coreano
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Dopo il fallimento del suo negozio, il mite Joong-Man lavora part-time come dipendente di una sauna. Proprio qui un giorno, a fine turno, trova in uno degli armadietti una borsa abbandonata e scopre che al suo interno vi è un'enorme somma di denaro in contanti. Per evitare sospetti da parte dei colleghi, decide di nasconderla momentaneamente nel magazzino con l'intento di riprenderla in seguito qualora nessuno venga a reclamarla.
Tae-Young è un funzionario della dogana che deve pagare un ingente debito a un gangster locale, causato dalla sua ex fidanzata Yeon-Hee, sparita nel nulla da qualche settimana.
Nel frattempo Mi-Ran - hostess in un bar per soli uomini - è alle prese con un marito violento e con l'aiuto di un cliente decide di eliminare una volta per tutte l'odiato coniuge. Ma le cose non andranno come previsto.

Tutte per una, una per tutte

Tre storie apparentemente distinte che si incrociano nel sempre più complesso e appagante puzzle narrativo, riportando alla mente per struttura e modalità quanto già operato da Alejandro González Iñárritu nella sua acclamata Trilogia della morte (formata da Amores Perros, 21 grammi e Babel).
Ma Beasts Clawing at Straws ha un sapore più arioso, capace di coniugare le tipiche atmosfere del thriller coreano a una verve ironica caustica e spiazzante, dove grottesco e black humor convivono magnificamente.
Bisogna attendere lo scoccare della mezz'ora per avere le prime soddisfazioni e da lì in poi il film è un continuo crescendo tensivo, con colpi di scena a incastro che delineano un quadro sempre più chiaro e preciso nella messa in scena non cronologica dove passato e presente ballano costantemente sul filo del rasoio.

Ulteriore esempio di quanto detto è nel trait d'union che collega prologo ed epilogo, con il primo piano sulla borsa con le banconote che alla fine dei conti è la reale protagonista della vicenda, elemento scatenante da cui partono tutte le dinamiche che avranno luogo nel corso delle quasi due ore di visione.

Un debutto coi fiocchi

Il regista e sceneggiatore Kim Yong-Hoon, all'esordio assoluto dietro la macchina da presa, palesa un talento già smaliziato sia in fase stilistica che di scrittura - aiutato in questo dal già incisivo romanzo alla base - e il clamoroso successo di Parasite (2019) deve aver influito durante le riprese.
La commistione di toni e atmosfere, leggere e cupe al contempo, guarda infatti al capolavoro di Bong Joon-ho.
Beasts Clawing at Straws possiede in ogni caso una propria, spiccata, personalità e anche al netto di uno sguardo caricaturale a tratti fin troppo marcato, l'insieme avvince e convince, disegnando personaggi ambigui e imperfetti e sottolineando ancora una volta l'importanza del karma nel sorprendente epilogo.
La suddivisione in capitoli, che inizialmente rischia di togliere ritmo e generare una parziale confusione, si conferma azzeccata col procedere dei minuti, lasciando campo libero a quella traccia mystery che si insinua sempre più prepotentemente, incuriosendo lo spettatore sui prossimi eventi a venire.

L'ottimo e numeroso cast vanta nomi ben conosciuti agli appassionati del k-cinema come Jung Woo-Sung - visto di recente nell'originale Netflix Steel Rain (2017) - e la sempre splendida Jeon Do-yeon di Secret Sunshine (2007) e The Housemaid (2010).
Quest'ultima è anche in un altro film presentato al Far East Film Festival 2020, ossia il disaster-movie Ashfall (2019) altrettanto apprezzato sulle nostre pagine.

Beasts Clawing at Straws Una borsa che custodisce un'ingente somma di denaro è al centro dei sempre più tensivi eventi di questo thriller coreano, che parte da una struttura a incastro inizialmente ostica per poi formare un puzzle avvincente e appagante. Beasts Clawing at Straws è come un diesel e quando parte non si ferma più, dando il via a una serie di colpi di scena che fanno collimare con astuzia le tre storyline principali, sulla scia del cinema di inizio millennio di Inarritu. Tensione, violenza e un sano black humor convivono armoniosamente e il numeroso gruppo di figure coinvolte riesce a trovare la propria strada all'interno di un racconto corale ricco di sfumature e intuizioni, capace di regalare spettacolo ed emozioni in egual misura e celebrare al meglio tutte le influenze del cinema autoctono.

7.5

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