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Bad Trip, la recensione del film Netflix

Kitao Sakurai mette in scena un grottesco viaggio on the road attraverso una sequela di controversi scherzi da candid camera.

Bad Trip, la recensione del film Netflix
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Dove si trova il genio e dove si insinua invece la caricatura gratuita e fine a se stessa? Un perfetto canone di paragone può essere quello tra i due capitoli di Borat e il qui oggetto di recensione Bad Trip. Ci troviamo infatti di fronte a due produzioni simili per ciò che concerne la messa in scena, ma assai diverse a livello di intelligenza comica e profondità concettuale.
Se il dittico con Sacha Baron Cohen nei panni dell'improbabile giornalista kazako si propone infatti come lucido studio antropologico - a tratti spaventoso nelle sue evoluzioni - sull'America contemporanea, questo nuovo original del catalogo Netflix risulta come un insieme confusionario di candid camera più o meno grottesche, che poco hanno a che fare con l'idea di cinema e con una comicità degna di tal nome.
Diretto dal regista televisivo Kitao Sakurai, Bad Trip si appoggia a uno script pretenzioso - alla cui sceneggiatura hanno contribuito gli stessi protagonisti - e inanella una continua serie di volgarità basate unicamente su una verve sguaiata e oltranzista, spesso a sfondo scatologico.

A tutto c'è un limite

Non sono poche le sequenze che cercano di scioccare a ogni costo, tra litrate di vomito sparse sulle ignare vittime delle gag, rapporti sessuali con finti gorilla ai quali assistono terrorizzati avventori di uno zoo e camminate in campi da golf legati per i rispettivi organi genitali, il tutto al mero scopo di scandalizzare e provocare reazioni di vario genere negli individui che si trovano, loro malgrado, a interagire con i personaggi.
In più si vengono a creare anche situazioni di potenziale panico, come quando i clienti di un bar pensano di poter essere vittima di una sparatoria: i limiti sono stati ampiamente superati e poco importa se durante i titoli di coda vengono mostrate le reazioni apparentemente divertite di suddette persone, a meno di non pensare che il tutto sia stato organizzato ad hoc - elemento che toglierebbe ancora maggior interesse a un'operazione già di per sé goffa e risibile.

Anche il tema del presunto razzismo e della fratellanza afroamericana viene meno, giacché a differenza di sopracitati modelli qui non vi è alcun intento di satira o critica sociale.
Sia chiaro, per chi è abituato a un certo tipo di humor le risate di grana grossa non mancheranno, grazie ad alcuni passaggi effettivamente riusciti nel loro confine tra finzione e realtà, ma è l'idea di fondo a tradire i limiti di una produzione che vuole a ogni costo sfidare la morale.

All you need is love?

La storia è quanto di più semplice e scontato si possa immaginare per dare il via alle disavventure on the road dei due personaggi principali. Chris, dipendente di un autolavaggio, rivede dopo moltissimi anni una compagna di scuola, Maria Li, che era stata la sua prima cotta di gioventù. Il ragazzo si convince di doverla incontrare ancora una volta per dichiararle il suo amore e si mette in viaggio con il migliore amico Bud in direzione New York, dove Maria curerà una mostra d'arte.
Peccato che la coppia scelga come mezzo di trasporto l'automobile della sorella di Bud, una violenta criminale appena evasa di galera. Questa, appena scoperto del furto del veicolo, si mette sulle loro tracce con l'intenzione di ucciderli, con tutte le conseguenze del caso.
Un plot così esile non poteva che essere riempito da un ininterrotto susseguirsi di velleità trash, dove appunto in più di un'occasione il confine viene valicato senza moderazione o ritegno di sorta, al semplice e furbo scopo di attirare un relativo target di pubblico.

Bad Trip Un'infinita serie di candid camera che guarda ad alti prototipi del calibro di Borat, per inscenare un paradossale viaggio on the road alla ricerca del vero amore. Bad Trip è un film che supera il limite, e non nel senso positivo del termine, andando oltre lo scherzo e il cattivo gusto e catapultando ignari individui in situazioni scomode e di puro disagio - quando non addirittura pericolose - alla continua ricerca di quell'eccesso che possa scioccare il pubblico. Non appena compreso l'intento alla base, il gioco narrativo e di relativa messa in scena diventa irritante e nonostante una manciata di scene possano effettivamente condurre alla facile risata, la struttura è troppo esile e grottesca per potersi dire anche convincente. Il mockumentary si può spingere oltre determinati paletti, soprattutto quando non si trova a lanciare nessun messaggio o, come nel dittico con Sacha Baron Cohen, a sezionare le contraddizioni di una società? Sulla risposta a questa domanda potete decidere se cimentarvi o meno nella visione, consci in ogni caso di come il Cinema stia da un'altra parte.

4

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