Bad Boys For Life, la recensione del film con Will Smith e Martin Lawrence

A diciotto anni di distanza dal secondo capitolo del franchise, i detective Mike Lowrey e Marcus Burnett hanno ancora un'alchimia perfetta.

recensione Bad Boys For Life, la recensione del film con Will Smith e Martin Lawrence
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Se dite Bad Boys, dite Michael Bay. Non solo è ancora oggi uno dei suoi film più amati e iconici, è anche il primo lungometraggio diretto dall'eccentrico autore di Los Angeles, quello che lo ha condotto praticamente nell'immediato alla fama internazionale, settando le basi di un discorso tecnico-stilistico che l'amato-odiato cineasta non ha mai più abbandonato, anzi evolvendolo e plasmandolo sempre più a immagine e somiglianza della sua fantasia iper-cinetica. Per arrivare al secondo, esasperato ed entusiasmante capitolo ci sono poi voluti sette anni, con un The Rock, un Armageddon e un Pearl Harbour nel mezzo, il che ha reso Bad Boys II una vera e propria pietra miliare dei buddy cop movie grazie a un'idea dell'azione divertente ed esplosiva e un'alchimia davvero incredibile tra Will Smith e Martin Lawrence.

Quando allora Bay si è detto troppo impegnato con i vari Transformers e in ultimo con 6 Underground, piuttosto che ripartire dal cinema frenetico e inesorabile del regista si è pensato bene di farlo proprio dal rapporto tra i due protagonisti, i Detective Mike Lowrey e Marcus Burnett, il primo sempre giovane e il secondo più stanco e disorientato. Bad Boys For Life, fino alla fine, è sempre stato il loro motto, ma quando Marcus diventa nonno decide che è arrivato il momento di andare in pensione, deludendo in qualche modo le aspettative di Mike. Tutto si ribalta quando un micidiale sicario messicano si mette sulle tracce di Lowrey con l'obiettivo di ucciderlo, cambiando molte carte in tavola per la coppia di cattivi (ma buoni) ragazzi più amata del grande schermo.

Complicità e nostalgia tra ragazzacci

Quello che sorprende di più del riuscito Bad Boys For Life di Adil & Billal è la volontà di non tradire i meccanismi relazionali tra i due detective protagonisti. Anche nel film sono passati diciott'anni e il peso del tempo è stato in particolar modo impietoso con il Marcus Burnett di Lawrence, evidentemente più ingrassato e fisiologicamente più ingessato, incapace per forza di cose di gettarsi con nonchalance nel bel mezzo dell'azione. Will Smith è sempre in forma smagliante e di riflesso il suo Mike, un eterno ragazzone "anti-proiettile" in un corpo che mostra appena un accenno dei suoi effettivi anni. Un contrasto reale, tra gli attori, che diventa un modo per Joe Carnahan di raccontare 28 anni di carriera dei due amici investigatori della DEA, dando uno slancio di maturità al loro rapporto e inserendo all'interno di un contesto narrativo energico e divertito anche diversi interrogativi interessanti, tendenzialmente relativi alla maniera più opportuna di vivere un'esistenza "dove sono più gli anni alle spalle che quelli che si hanno davanti".

Si invecchia insieme e i contrasti non mancano, ma parallelamente a questa novità con un peso relativamente più drammatico, Bad Boys For Life non tradisce neanche per un secondo la sua anima spassosa ed eccessiva, ragionata ed estremamente centrata sugli esilaranti dialoghi tra Mike e Marcus (c'è un viaggio in aereo da sbellicarsi) e guardando anche alle comiche sfuriate del mitico capitano Howard, nei cui panni ritroviamo un fantastico Joe Pantoliano.

Si avverte in ogni minuto di montato e parlato un profondo senso di nostalgia per il passato, che è anche un elemento essenziale ai fini della sceneggiatura, che rispetto ai primi due capitoli ha una presenza più incisiva ma non sempre riuscita, abbattendo di tanto in tanto il ritmo dell'intrattenimento per un focus necessario ma un po' superficiale sul villain di turno, almeno fino alla fine, quando si scoprono segreti e altarini.

Le sorprese della regia

Tra un siparietto e l'altro, a incorniciare meglio del previsto il quadro generale di Bad Boys For Life c'è anche un'attenta e strutturata regia di Adil & Billal, che certo non sono Michael Bay (che ha un cameo nel film) e non hanno quell'occhio clinico per l'esposizione del dettaglio nel caos del comparto action, eppure dimostrano una certa concretezza d'intenti e una buona competenza cinematografica.
In generale si dà molto più spazio al rapporto tra i protagonisti rispetto all'azione, che quando presente però sa comunque sorprendere per due motivi: il richiamo fedele ad alcuni spunti stilistici tipicamente bayiani (un paio di inquadrature sono proprio citazioni dirette) e la volontà paradossale di non volerlo imitare, mettendoci del proprio come ad esempio un utilizzo dei ralenty decisamente più insistito - ma valido. Due sono le scene d'azione madri: un lungo e corposo inseguimento per le strade di Miami, i cui livelli di distruzione si avvicinano prepotentemente a quello centrale di Bad Boys II, e il confronto finale, lontano da quello del predecessore ma comunque concepito in modo intrigante, anche in termini visivi e di location.

A suo modo potente ma forse fin troppo sintetizzato è anche l'ultimo scontro corpo a corpo tra Mike, Marcus e il villain di turno, una vera macchina assassina che sembra direttamente uscita da un film di Gareth Evans o allenata da Jason Statham. Peccato venga sfruttata poco sotto questo aspetto, ma forse un'esasperazione fuori controllo avrebbe giustificato più del dovuto un accostamento alla saga di Fast & Furious, a cui Carnahan e gli stessi registi strizzano di tanto in tanto l'occhio.

Sempre nelle varie sequenze di sparatorie, combattimenti o corse sfrenate vale poi il contrasto già evidenziato tra Lowrey e Burnett, dove il primo resta scavezzacollo, uomo d'azione a tutto tondo, spericolato e un po' sprovveduto, mentre il secondo cerca di "penetrare l'anima dei nemici con il proprio cuore", finché non perde come al solito la pazienza. Ma anche qui c'è un discorso più vasto che ha sempre a che vedere con la loro amicizia e un evento molto importate situato più o meno a inizio film.

Ci sono infine un paio di new entry rappresentate da Vanessa Hudges, Alexander Ludwig e Kate del Castillio che sono anche funzionali, se vogliamo, ma evidentemente presenti per ampliare "la squadra" e avvicinarsi a produzioni corali di genere che tanto piacciono (e incassano) oggigiorno. Una frivolezza che in alcuni momenti è gestita anche in modo simpatico e lasciata giustamente in secondo piano rispetto ai Bad Boys principali, che bacchettano anche le nuove generazioni quando sbagliano testo ed esecuzione del brano di Bob Marley. Tutto giusto.

Bad Boys For Life Bad Boys For Life di Adil & Billal si rivela un sequel riuscito, spassoso e nostalgico soprattutto grazie alla grande a sempreverde alchimia tra i detective Mike Lowrey e Marcus Burnett di Will Smith e Martin Lawrence, invecchiati più o meno discretamente nel corpo ma sempre ragazzacci esilaranti e uomini d'azione dentro al cuore. Da Bad Boys a Good Men è un attimo, tra pensione e riflessioni sulla vita, ma Joe Carnahan proprio non ci sta e mantiene intatto ogni aspetto energico e funzionale del franchise, sceneggiando un film di genere fedele nei dialoghi ai primi due capitoli, incorniciato anche da una regia che colpisce per l'intuitività delle citazioni e alcune scelte di montaggio e dinamismo delle riprese che non tradiscono il divertimento classico della saga. Diciott'anni dopo, si lotta ancora insieme e si tenta di non morire. Cattivi ragazzi per la vita.

7.5

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