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Avengers: Infinity War, la Recensione: l'Universo Marvel al suo meglio

Sbarca finalmente nelle sale italiane il terzo capitolo del franchise diretto dai fratelli Russo, spettacolare, divertente e toccante.

recensione Avengers: Infinity War, la Recensione: l'Universo Marvel al suo meglio
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La morte arriva per tutti. È "una livella", diceva il mitico Totò, che non lascia scampo a nessuno. È imparziale e assoluta, misteriosa, eterna. La nemesi della vita, il suo esatto opposto, la sua assenza. E i greci la veneravano, personificandola in Thanatos, contrapponendola all'Eros, l'amore, il fuoco dell'esistenza. Entità contrarie, impossibilitate a convivere, la vita e la morte: la prima luce e speranza, la seconda oscurità e disperazione. Entrambe necessarie, solo una certa. Ma la sua venuta può essere riverita, agognata, ricercata; può essere salvezza dal dolore, dalla sofferenza. Grido di giubilo, sollievo dalle avversità della nemica giurata. È una sinuosa e spietata Dea con cui tutti prima o poi incrociano lo sguardo, per poi abbassarlo in segno di rispetto, seguendola lungo l'ignoto. E i Marvel Studios, a modo loro, hanno tentato di avvertirci, sin dal primo, storico Avengers: la morte sta arrivando. Thanos sta arrivando, fedele servo della Dea, braccio destro del destino, folle, maestoso, impietoso.
L'attesa è stata lunga, ben sei anni, ma alla fine ci siamo: Avengers Infinity War è arrivato per distruggere ogni certezza che avevamo sull'Universo Cinematografico Marvel, scuotendolo, radendolo al suolo e mostrandoci quelle macerie che credevamo impossibili vedere. La Guerra dell'Infinito è giunta per ricordarci che la morte brama sempre il raccolto seminato dalla vita, che nel mondo della Casa delle Idee significa sguinzagliare il suo possente, feroce e ferito Titano.

Il paradigma della nemesi

L'importanza di questo terzo crossover diretto dai fratelli Russo è assolutamente unica. Non solo arriva a dieci anni dall'inizio di quel grande e coeso progetto che oggi chiamiamo MCU, ma finalmente pone l'accento su uno dei più grandi villain che la storia del fumetto ricordi, il Thanos di Jim Starlin, la controparte del Darkeseid DC di Kirby, il villain di cui tutti i fan della Marvel avevano bisogno e che sì, meritavano. Per anni infatti la società guidata da Kevin Feige ha tentato invano di lanciare sul grande schermo un nemico che potesse imprimersi nella mente degli appassionati, forte di una valida motivazione, di spiccata sensibilità filosofica e intelligenza. Un personaggio insomma con cui il pubblico potesse in qualche modo empatizzare. Forse il Kingpin di Vincent D'Onofrio in Daredevil era riuscito a regalare in parte profonde emozioni allo spettatore, ma si parla pur sempre di una nemesi sviluppata per la TV, che purtroppo o per fortuna nulla ha e avrà a che fare con l'Universo Cinematografico. In Infinity War si trascende invece finalmente la generale mediocrità delle nemesi da sala, rendendo il tanto chiacchierato Titano Folle il vero protagonista del cinecomic, esattamente come ci avevano promesso i registi. Nel film traspare magistralmente la sua intimità, la sua forza, la sua anima, il suo sapere, la sua storia. Un concentrato di superbia e caparbietà deciso a portare a termine il suo intento, ciò che ritiene giusto per l'Universo intero, il suo movente, la sua ispirazione. La storia di Thanos è stata ideata da Starlin per essere commovente, di arcaica intensità, in modo da donare umanità e contenuto a un personaggio che fin dall'inizio e fino in fondo resterà sempre un crudele oppressore, un assassino e genocida.
Impossibile parteggiare per lui, assolutamente impensabile giustificarlo, eppure un moto di comprensione si farà strada nel vostro cuore, perché dietro a quella spessa e malata pelle violacea non si nasconde solo l'anima di un tiranno, ma anche il cuore di un padre e di un personaggio disposto a tutto pur di tenere fede ai suoi ideali. E la performance capture ha compiuto ormai passi tecnologici inimmaginabili, permettendo di rendere assolutamente vivida, emozionante e reale l'interpretazione di Josh Brolin: traspare il suo volto, traspare ogni suo movimento. Thanos è Brolin ed è un villain eccezionale: lo capirete in apertura, lo ammirerete nel mentre del racconto e lo adorerete nel finale.

Estrapolando parti della sua natura e della sua caratterizzazione proprio dall'opera di Starlin, Christopher Markus e Stephen McFeely sono riusciti a portare al cinema un connubio perfetto di aggressività e tenacia, trasponendo per filo e per segno ogni tratto distintivo della controparte fumettistica e aggiungendo spunti interessanti. Splendido il delineamento del suo rapporto con Gamora, che dona una chiave di lettura del personaggio ancor più stratificata, inconfessata e complessa, anche se il suo traguardo definitivo resta sempre e soltanto la cancellazione di metà della vita dell'interno Universo, una missione che richiede una ferrea volontà di successo e sacrifici. Enormi sacrifici.

Divide et Impera

Come ampiamente preventivabile, la gestione di oltre trenta supereroi sarebbe stata estremamente complessa da sviluppare se si fosse deciso di far agire insieme tutti i Vendicatori uniti ai Guardiani della Galassia e a Doctor Strange. Ci saremmo ritrovati davanti a un mix ipertrofico di ego e sopraffazione etica tra i vari membri dei gruppi, con un incedere disastroso e caotico.

Sotto la guida attena dei Russo e di Feige, invece, delegando anche la stesura dei dialoghi dei Guardiani a James Gunn, Markus e McFeely sono riusciti a incastonare nella solida storia dei cinecomic la Gemma più splendente della Formula Marvel, di grande equilibrio ironico e drammaturgico, "perfettamente bilanciato", direbbe Thanos, di forte intensità emotiva, con una sua epica specifica. Senza svelare nulla sulla trama, sui gruppi o sui vari rapporti, così da farvi arrivare vergini il giusto alla visione del film, si può tranquillamente affermare che la linea guida degli sceneggiatori sia stata il divide et impera, in questo caso riferito alla suddivisione in più fronti dei vari supereroi per rendere credibile, più varia e sofisticata la battaglia contro Thanos. Se all'inizio si parlava insomma di Avengers Uniti, qui si sconfina nella netta separazione delle parti, con il team Newyorkese impegnato nella protezione della Gemma del Tempo in mano al Doctor Strange e con Captain America, Wanda, Vedova Nera e gli altri messi invece a protezione di Visione, possessore della Gemma della Mente. Curioso e inaspettato è poi il rapporto Banner/Hulk, così come lo screen time di Cap, decisamente più ridotto rispetto a molti altri protagonisti, compresi i Guardiani della Galassia, che insieme a Thor, Spider-Man e Iron Man si possono dire i veri mattatori del film insieme al formidabile villain. Ma la suddivisione in organismi supereroistici più piccoli, ognuno con uno suo specifico compito tra spazio e Terra, funziona ottimamente anche per un altro importante motivo: il feeling caratteriale tra i protagonisti, che per usare una semplice analogia il più delle volte è comparabile allo sfregare con forza due sassi per creare la scintilla che darà vita al fuoco. E allora sarà molto facile divertirsi con i vari siparietti comici tra Iron Man e Star Lord, entrambi leader nati, godere del connubio tra Rocket Raccoon e Thor e assistere al primo incontro tra Stark e Strange.

Tentando di mitigare comunque una drammaturgia inizialmente forse troppo preponderante, gli sceneggiatori hanno cercato di stemperare in diverse occasioni toni molto forti con un umorismo sicuramente godibile e in pochissime occasioni fuori posto, come ad esempio in un paio di sequenze nella comunque straordinaria e spettacolare apertura pre-titolo, tipica del franchise e qui ancor più entusiasmante delle precedenti. I fratelli Russo si dimostrano poi sublimi nella direzione delle scene d'azione, che in verità non hanno predomino totale sul film e convivono pacificamente con tutte le altre parti del progetto, che non tentano mai di sovrastarsi e agiscono invece come un grande organismo funzionale e in salute.

Avengers: Infinity War è al momento la vetta più alta di una poetica e di un'epica supereroistica marveliana che è sbocciata in tutta la sua dirompente potenza narrativa dieci anni fa, tra contenuto, spettacolarità e ironia. È un film dove sembra non siano gli eroi a scontrarsi con una nemesi, quanto piuttosto la stessa figura divina, impetuosa e formidabile di Thanos a presentarsi ai suoi avversari per poi imporsi come protagonista assoluta, indissolubilmente legata alla sua venerazione per la morte, equanime, adamantina e incondizionata. Un poema cinematografico coraggioso e sofisticato nel genere, privo di sbavature significative, coerente, compatto e bilanciato fino allo straordinario finale.

Avengers: Infinity War Avengers: Infinity War è poetica supereroistica al suo massimo. È forma ed equilibrio, intrattenimento e contenuto, una lunga ed entusiasmante liturgia della Marvel sulla vita, sulla morte e sul destino. È il perfetto coronamento di un progetto ormai decennale che vede finalmente in Thanos la nemesi che meritavamo e di cui avevamo bisogno. Un personaggio complesso e stratificato traslato sul grande schermo con coerenza e contenuto dai fratelli Russo, vero protagonista del film, grande e impietoso nemico per gli Avengers e i Guardiani della Galassia, che separati su più fronti dovranno dare il loro meglio per fermare il piano del grande discepolo della Morte. Un titolo che si pone a espressione magna di una formula che qui si dimostra perfezionata e stilisticamente bilanciata, un (semi)finale di un Universo Narrativo Cinematografico e il calcio iniziale per qualcosa di completamente nuovo. È, senza troppa retorica, la Gemma più splendente e raffinata dell'intero MCU.

8.5

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