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Ava, la recensione dello spy-thriller con Jessica Chastain su Netflix

La popolare attrice americana è l'assoluta protagonista di un action poco ispirato, sia a livello registico che narrativo.

recensione Ava, la recensione dello spy-thriller con Jessica Chastain su Netflix
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Da diversi anni Ava è diventata un'infallibile assassina su commissione, al servizio di una misteriosa compagnia che le procura di volta in volta i vari obiettivi da eliminare. La donna, reduce da un passato di tossicodipendenza ed ex membro dell'esercito, negli ultimi tempi ha cominciato a porsi delle domande sulla reale colpevolezza delle sue vittime, uno scrupolo di coscienza che non viene ben visto dalle alte sfere dell'organizzazione.
Dopo aver fatto ritorno a casa in seguito alla morte del padre, Ava scopre che la sorella ha sposato il suo ex fidanzato, il quale nel frattempo ha contratto un ingente debito di gioco in una bisca clandestina, che lei stessa era solita frequentare.
Ma la protagonista ha ben altri problemi a cui pensare quando il leader della compagnia decide che la sua presenza è ormai scomoda e pericolosa per l'attività e comanda ad alcuni dei suoi colleghi di ucciderla.

Una genesi travagliata

Quello che doveva essere un nuovo esponente del girl-power in salsa action è diventato una sorta di pomo della discordia, capace fin dalle sue fasi produttive di suscitare polemiche delle quali la protagonista Jessica Chastain avrebbe fatto volentieri a meno.
L'attrice, tra le principali sostenitrici del movimento #MeToo, non sembrerebbe essersi posta troppi problemi con la scelta del regista originario, l'australiano Matthew Newton, che era stato accusato di molestie sessuali dalla sua allora fidanzata, e questo ha rischiato fin da subito di compromettere il destino del film.
L'uscita direttamente per il mercato streaming e home video, conseguente alla chiusura delle sale per via dell'emergenza sanitaria, non ha certo contribuito alla fama del progetto, partito con ben altre aspettative.
Ora che anche il pubblico italiano può vederlo su Netflix, scopriamo insieme se Ava avrebbe meritato maggiori fortune o meno.

Atomica Rossa

L'idea di fondo è chiara e precisa e segue la scia degli action-moderni, cercando di guardare ad alcuni dei recenti cult occidentali come la saga di John Wick o, restando in tema gentil sesso, ad Atomica Bionda (2017). Il risultato è purtroppo al di sotto delle aspettative per ciò che concerne le dinamiche di pura azione, nonostante la Chastain si impegni con diligenza sia nelle sequenze corpo a corpo che ad armi in mano.
La colpa principale risiede nella spenta regia del subentrato Tate Taylor, già autore del divisivo La ragazza del treno (2016), che non sembra trovarsi eccessivamente a suo agio con l'adrenalina del genere, dove la gestione del ritmo è fondamentale nella progressione degli eventi.
Ma nemmeno la sceneggiatura può dirsi esente da macroscopici difetti, su tutti il forzato e per nulla emozionante ménage à trois che vede coinvolta la tormentata protagonista e una resa dei conti finale alquanto scontata e prevedibile.

Ava finisce così per essere un anonimo spy-thriller ricco di cliché, figlio della generazione Nikita ma lontano anni luce dal capolavoro di Luc Besson, e riesce anche a sprecare il talento di Colin Farrell e John Malkovich, alle prese con due ruoli stereotipati più affini all'universo dei b-movie, e quello di una rediviva Geena Davis nei panni dell'accessoria figura materna.
Il punto è che la pellicola culla ben altre ambizioni e l'impropria serietà alla base ne mette ulteriormente in risalto le questioni più problematiche.

Ava Jessica Chastain prova a emulare la collega Charlize Theron e a proporsi come nuova eroina dell'action occidentale, ma il risultato non è quello sperato. Non per colpa dell'attrice, che anzi si rivela abbastanza convincente nel ruolo della tormentata e vendicativa protagonista, bensì per via di una regia e di una sceneggiatura che non hanno un'idea precisa di come mettere in scena e far progredire il racconto. Ava si rivela così uno spy-thriller dove tutto è già visto, stilisticamente anonimo e scalfito da forzature e inverosimiglianze narrative che tolgono pathos e ritmo all'intero costrutto. Il versante emozionale è ai minimi storici proprio per via della raffazzonata scrittura e le tipiche dinamiche di genere non hanno il fascino di titoli omologhi ben più ispirati e famosi, lasciando al termine dei novanta minuti di visione una sensazione di amaro in bocca, per quel che sarebbe potuto essere se affidato a mani più esperte e avvezze al filone.

5

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