Recensione Australia

Uno scorcio (incompiuto) della vera Australia

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Pochi, ma buoni, si suole dire...

Quattro film (più uno incompiuto) in sedici anni: non si può certo dire che Baz Luhrmann sia un tipo frettoloso.
Anzi, la cura che ha sempre mostrato nei suoi lavori, unita ad una sana dose di sperimentalismo, mista ad uno smisurato amore per i classici della propria infanzia, per il teatro e per il musical, hanno visibilmente segnato il suo cinema; a partire da Ballroom, passando per Romeo+Juliet, per arrivare al suo capolavoro, il tanto acclamato Moulin Rouge che gli ha valso imperitura fama internazionale.
Ora, dopo una lunghissima fase di preproduzione, sei mesi di riprese, migliaia di veri animali più o meno selvatici lasciati a scorrazzare sulle sconfinate pianure dell’outback, il regista australiano è lieto (dalla pellicola si direbbe anzi fiero) di presentarci Australia, che, come al solito nel suo cinema, tende a mescolare il modo più classico di raccontare per immagini con il gusto per il musicale e il post-moderno. Con, sta volta, un fondamentale ingrediente in più: la ferrea volontà di omaggiare la propria terra natia per quella che è, e non per come è conosciuta da gran parte del pubblico.

La vita, l’amore, le vacche

Australia, 1939. La bella, raffinata (ma in egual misura anche determinata) Lady Sarah Ashley (Nicole Kidman) intraprende il lungo viaggio che la porterà dal Regno Unito al selvaggio continente australiano, fortemente intenzionata a riprendere le briglie sul marito e sulla sua proprietà, Faraway Downs, uno sperduto ranch nel cuore dell’Australia settentrionale.
Una volta lì, non farà in tempo a ricredersi su molte delle “facili” certezze costruite nella propria, britannica, gabbia dorata, che dovrà letteralmente rimboccarsi le maniche per riuscire a farsi rispettare e far quadrare i conti non solo di Faraway Downs, ma della propria vita, o, per usare la terminologia del film, della propria storia.
L’incontro con il mandriano senza nome (sarà sempre chiamato semplicemente “Drover”) interpretato da Hugh Jackman, e col piccolo meticcio Nullah (Brandon Walters), saranno la chiave di volta per una vera e propria rinascita per l’avvenente ma testardissima milady. Tra una transumanza e l’altra, nel singolare walzer di destini che si incrociano e di intrallazzi politico-commerciali, e con l’approssimarsi di un secondo conflitto mondiale solo apparentemente lontano, Lady Ashley è come se si trasfigurasse in una personalissima versione western della Dorothy de Il mago di Oz: lunga sarà infatti la sua epopea verso “il miglior posto che possa esistere: casa”.

Per molti, ma non per tutti, si suole dire...

L’Australia dipinta in questo film non è quella mediata dall’occhio statunitense che siamo abituati a pensare: quella dei vari Mr Crocodile Dundee per intenderci.
Questa è l’Australia dipinta nei libri di Tim Winton o Sally Morgan, o che ritroviamo in film come Picnic a Hanging Rock, ovvero la colonia inglese più bistrattata, sfruttata e fraintesa nella sua essenza originaria fra tutte, i cui abitanti sono o discendenti dei galeotti qui deportati nel secolo precedente, o signorotti troppo attaccati alla propria cultura d’origine per potersi integrare davvero. Oltre ai nativi aborigeni, che subiscono la segregazione e la svalorizzazione delle proprie radici alla stregua dei “cugini” americani. E in mezzo a tutto questo, la cosiddetta generazione rubata, ovvero i mezzosangue nati dallo sfruttamento delle schiave di colore e sradicati a forza dalla propria culla d’origine per essere resi quello che non possono essere. Più di centomila bambini strappati alle proprie madri “in nome della civiltà”, e di cui Luhrmann si fa portavoce, tramite la centralissima figura di Nullah, il ragazzino che Lady Sarah vuole adottare. E’ proprio Nullah, per certi versi, il vero protagonista della storia, insieme al nonno sciamano. Incarna infatti lo spirito originale dell’Australia, così densa di naturali forze misteriose, incomprensibili, ma, al contempo, irresistibilmente affascinanti per l’uomo bianco.
Comprendere e accettare la magia naturale degli aborigeni è focale per poter a sua volta carpire e accettare l’intero film: non a caso il regista ha voluto nel cast solo attori australiani, che hanno nel proprio dna la credenza al “dogma” dei misteri dell’outback, e non si sarebbero posti problemi nell’accettare situazioni che ad attori british e yankee sarebbero sicuramente parse un po’ forzate. Il ricorso ai poteri sciamanici e certe frasi ricorrenti suonano invero quasi ridicoli, anche per la loro importanza nella risoluzione di certi eventi, se non si è disposti a “crederci” per davvero. Soprattutto perché il film non è un action movie di fanta-archeologia ma un moderno film epico come non se ne vedono da decenni: le situazioni, lo stile, la regia non fanno infatti che ricordare i classici Casablanca, Via col Vento, Lawrence d’Arabia.
Il problema è che, nonostante la sua smisurata lunghezza (ben 164 minuti) il film pecca nel dare sufficienti spiegazioni a quel che sta succedendo, alternando troppi momenti di stanca ad altri discretamente telefonati. Costante, infatti, è la sensazione che il lieto fine sia sempre dietro l’angolo: manca il giusto pathos anche nei momenti più drammatici, corali o di passione. E questo non è assolutamente imputabile agli interpreti, quanto ad uno script che manca un po’ di mordente, fondamentale se si vuole mantenere viva l’attenzione dello spettatore per quasi tre ore.

Un cast che fa faville

La nota di merito più grande va di certo al casting e agli attori stessi.
La Kidman è semplicemente perfetta: riesce al contempo ad essere una cow-girl e una algida lady inglese, interpretando tutte le sfaccettature del suo personaggio alla perfezione: snob ma determinata, passionale ma orgogliosa, affettuosa fino alla possessività. Ma su questo non avevamo dubbi, la sintonia con Luhrmann era perfetta già ai tempi de Moulin Rouge.
Jackman non è affatto disprezzabile: ha il fisico, l’età, la faccia e le espressioni giuste. La figura del duro di buon cuore è un suo cavallo di battaglia, e lui la interpreta senza sbavature, anche se dopo aver visto il film capiamo il perché Mr Baz avesse scelto originariamente Heath Ledger per la parte del mandriano: è una figura che sembra infatti ricopiata sul modello delle abilità recitative del compianto attore, che preferì però accettare la parte dell’ancora più complesso Joker de Il Cavaliere Oscuro.
Degno di nota, ad ogni modo, l’intero corpo degli interpreti: dalla conferma David Wenham (già visto ne Il Signore degli Anelli e in 300 e qui nelle vesti di “cattivo” del film) ad altri grandi attori australiani come Jack Thompson o David Gulpilil, purtroppo poco conosciuti in Europa.
Il plauso maggiore va però senza dubbio al piccolo Brandon Walters, all’epoca delle riprese appena undicenne, che ci auguriamo di ritrovare presto in qualche altra produzione, visto il talento dimostrato.

Tecnicamente parlando

Per il resto, il film alterna alti e bassi non solo nella sceneggiatura.
I costumi, anche stavolta, sono stati curati da Catherine Martin, moglie dello stesso Luhrmann, che ha realizzato degli abiti di scena decisamente belli ma al contempo curati e coerenti con l’ambientazione.
Le musiche, opera di David Hirschfelder, non destano meraviglia ma sono epiche quanto basta e bene accompagnano l’azione. Un buon commento musicale, nonostante l’uso troppo reiterato del tema principale de Il Mago di Oz, Over the Rainbow, che in un certo senso è anche il tema portante di Australia, accomunato com’è alla fine del film alle nenie tribali e al canto dei ragazzi della missione cristiana. Particolare, invece, la “Canzone del Mandriano” presente nei titoli di coda, scritta da Luhrmann stesso e interpretata nientemeno che da Elton John.
Arrivando a parlare di regia e fotografia, viene quasi difficile giudicare l’operato di un regista così estroso e visionario come Luhrmann alle prese con un apparato molto meno musicale e fantastico del solito: il contesto è meno surreale dei precedenti, anche in presenza della magia aborigena, e lo stesso regista vuole farcelo presente ridicolizzando, nei primi minuti di film, molti luoghi comuni sull’Australia che gli spettatori si portano inevitabilmente dietro. Il problema è quando salta a narrare la storia in modo serio senza averci preventivamente “avvisato”: certi passaggi, invece di risultare evocativi, rischiano di rendersi involontariamente ridicoli. A questo non contribuisce la fotografia, troppo compiaciuta di panorami da cartolina eccessivamente elaborati in fase di post-produzione. L’uso del computer, ricercato strumento ad uso e consumo di una perfezione stilistica perfettamente centrata nei surreali ambienti di Moulin Rouge, è qui oltremodo superfluo, andando inspiegabilmente a modificare gli stupendi colori naturali del continente australiano, qui sostituiti da filtri troppo artificiali, da fondali troppo “staccati” dai personaggi e da effetti grafici spesso piuttosto poveri nonostante il budget a disposizione.

Australia Spiace dare un voto deludente a un film di Luhrmann, oltretutto così ben recitato. Ma Australia chiede agli spettatori più di quel che dà: richiede troppa pazienza, troppa sospensione dell’incredulità, troppa cultura. Il film è un atto d’amore per la propria patria troppo autoreferenziale per essere compreso in pieno da chi non conosce la vera natura del continente australe. Avrebbe potuto essere una splendida opera di divulgazione e si ritrova invece ad essere un polpettone troppo variegato e lungo per essere assaporato incondizionatamente. Purtroppo un kolossal del genere deve poter essere apprezzato da tutti, senza avere bisogno di una “preparazione” alle spalle. Forse spezzato in due capitoli, con maggiori e migliori spiegazioni di quel che succede su schermo, avrebbe funzionato meglio. Così com’è, non rende il senso di solitudine e isolatezza, la misteriosa mistica degli aborigeni, il pathos che era insito in un’epopea che voleva/poteva essere memorabile e fa invece il più delle volte sbadigliare.

5.5

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