Attacco al Potere 3, la recensione del film con Gerard Butler e Nick Nolte

Il franchise targato Universal torna con un terzo capitolo davvero molto stanco, poco spettacolare e in parte concettualmente riciclato.

recensione Attacco al Potere 3, la recensione del film con Gerard Butler e Nick Nolte
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Quando un franchise torna stanco e dinoccolato, si nota. Dalle idee, dalla regia, dall'azione: diventa tutto un susseguirsi di situazioni e dialoghi poco appetibili, un piedistallo sopra al quale mostrare al mondo (forse inavvertitamente) tutto il proprio disagio. Quella di Attacco al Potere è una saga cinematografica che non ha mai brillato come altri cugini di genere, riuscendo comunque a divertire per alcune trovate altamente adrenaliniche e spettacolari, specie nel primo film.
Arrivati al terzo capitolo, qualcosa cambia drasticamente e il franchise invecchia di colpo, lasciando pesare sul risultato tutti e tre gli anni passati da Attacco al Potere 2 e utilizzando un concept che, partendo dalla realtà geo-politica odierna, cerca di impalcare una storia dinamica e attuale, ovviamente mettendo sempre in pericolo il Presidente degli Stati Uniti d'America.
Il Mike Benning di Gerard Butler è ormai padre ed è la prima scelta di Alan Trumball (Morgan Freeman) per diventare il nuovo Direttore dei Servizi Segreti, scatto di carriera che vorrebbe rifiutare a causa di alcuni problemi di salute e per restare più tempo con la sua famiglia. Tutto passa però in secondo piano quando qualcuno tenta di assassinare il Presidente uccidendo tutti gli uomini della sua scorta e incastrando Benning, che diventa così il ricercato numero uno d'America, mentre i veri colpevoli si muovono nell'ombra per portare avanti i loro interessi.

L'angelo caduto

Il titolo inglese, "Angel Has Fallen", si riferisce direttamente alla morte del Presidente degli Stati Uniti d'America, anche se nel film non va esattamente così. La prima domanda è la seguente: dov'è il Benjamin Asher di Aaron Eckhart? Ci sono state nuove elezioni e il suo vice si è candidato, vincendole? Si è ritirato prima della scadenza del mandato? Non è dato saperlo, visto che l'unica certezza è la sua totale assenza, anche nelle citazioni, come se non fosse mai esistito.
Al suo posto c'è Trumball che è un presidente molto diverso: più anziano, più saggio, più stanco. La parte di Morgan Freeman è qui nettamente ridimensionata rispetto ai capitoli precedenti, messo com'è in una posizione di comando e pericolo, il che rende Banning più solitario del previsto, anche se non mancano di certo aiuti anche inaspettati, come ad esempio quello del padre interpretato da un bravo Nick Nolte, un vecchio pazzo anti-governativo rintanatosi come un eremita nelle montagne del West Virginia.

Il mix è poi sempre lo stesso: l'eroe patriottico e addestrato deve sventare un piano terroristico e salvare la vita all'uomo più potente dell'emisfero occidentale, questa volta giusto un po' frenato dal fatto che i Servizi Segreti e l'FBI gli danno la caccia come principale responsabile dell'attacco a Trumball, il che lo mette in fuga e cambia leggermente le carte in tavola, purtroppo non necessariamente in meglio.

In termini puramente concettuali, Attacco al Potere 3 fa acqua da tutte le parti, coadiuvato in questo mefistofelico intento da una scrittura esemplare nella sua mediocrità. Una delle prime regole da rispettare per ottenere un buon film d'azione è garantire un bilanciamento costante e di sano intrattenimento tra dialoghi e scene adrenaliniche, siano esse composte da sparatorie, inseguimenti o combattimenti corpo a corpo.
Si può anche scegliere di sbilanciarsi e rendere tutto più commediato (vedi l'ultimo Hobbs & Shaw) o anche tutto estremamente spettacolare e coreografato con stile (John Wick vi dice niente?), ma commettere l'errore di confezionare un titolo poco divertente e appassionante in cui, per giunta, l'azione è terribilmente piatta è davvero una mossa curiosa e certamente sbagliata.

Inconcludente

La saga di Attacco al Potere, come detto sopra, non ha mai particolarmente brillato, nel corso dei primi due capitoli però quantomeno divertiva e pensava al benessere dello spettatore, in un tripudio di cliché, di bossoli e scazzottate che lasciavano il tempo che trovavano, forse aggiungendo un accenno di sorriso sul volto del pubblico pagante. La certezza che accada nuovamente, adesso, non è la stessa, e la colpa è imputabile tanto alla sceneggiatura quanto alla spenta regia dello sconosciuto Ric Roman Waugh, che con Antoine Fuqua e persino con Babak Najafi spartisce il quote nei titoli di testa. In realtà ci sono due sequenze action dirette con gusto e passione, ma a fronte di due ore di durata e di alcune trovate onestamente improponibili (la fuga con il camion, il ritorno in ospedale) non aiutano di certo ad alzare l'asticella qualitativa del progetto, che resta insoddisfacente.
Neanche le new entry interpretate da Danny Huston, Tim Blake Nelson o Jada Pinkett Smith riescono ad aiutare un film che arranca nelle sue stesse criticità, dal tirare in ballo la Russia per restare su tematiche di rilevanza nazionale attuale (mossa che la saga ha sempre adottato) fino all'assurdità di una sorta di scena post-credit che rende il rapporto padre-figlio dei Benning un siparietto comico pesantemente cringe.

La storia e gli sviluppi sono poi talmente scontati (in modo maggiore rispetto ai film precedenti) da rendere in definitiva Attacco al Potere 3 il titolo peggiore della serie, privo di qualsiasi presa sullo spettatore, annoiato, ripetitivo e persino naif nella semplicità con cui ignora diverse criticità narrative auto-imposte, che sceglie comunque di aggirare continuamente e senza troppa fatica, in barba alla logica.
Non si prendesse così sul serio con punch line fastidiose sul dovere e la tutela, o una trama falsamente articolata, questi dettagli non sarebbero neanche importanti, invece il film vuole andare oltre il fracasso e fare qualcosa "di più", raggiungendo l'obiettivo contrario.

Attacco al Potere 3 - Angel Has Fallen Attacco al Potere 3 è senza mezzi termini il film peggiore della saga. Si prende persino troppo sul serio, molto di più rispetto ai capitoli precedenti, senza però riuscire a portare sul grande schermo uno spettacolo adrenalinico e vincente, dato che l'azione risulta piatta e senz'anima, lunga e inconcludente sul semplice piano dell'intrattenimento. Si nota la stanchezza del franchise e il suo totale disinteresse nella ricerca della sorpresa, nella volontà di fare quel passo in più che possa dare senso a una saga che sembra non avere più assi nella manica. Non c'è gusto, non c'è divertimento e non c'è passione ma solo ed esclusivamente il tentativo di tirare avanti il più possibile, arrancando fino alla fine. Chi ama Mike Banning sarà felice di rivederlo e di godersi qualche sequenza riuscita (due, per l'esattezza), ma per il resto il film è l'emblema stesso della mediocrità action.

5

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