Atlantique, la recensione del film vincitore del Gran Prix a Cannes 2019

Atlantique vi trascinerà nel suo realismo magico, dove le onde del mare diventano fiumi di luci pronti ad avvolgere anche l'oscurità.

recensione Atlantique, la recensione del film vincitore del Gran Prix a Cannes 2019
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Onde dolci e minacciose, palazzi che tagliano il blu dalla loro sabbia accogliente, terra brulla su cui scalpita un amore, che tira su polvere pronta a depositarsi nei polmoni delle persone, incapaci di accettare un destino più grande di loro, schiacciate dal proprio Paese in un bagno di meduse. Poi arriva il Cinema a ridare vita, mescolando realtà e fantasia in un connubio giustamente acido, acre, che mette in difficoltà lo spettatore finché non accetta ciò che sta realmente vedendo.
Atlantique, dopo essersi portato a casa il Gran Prix della giuria a Cannes 2019, sbarca in Italia su Netflix, che si accaparra una perla fosca, pronta a dire la sua agli Oscar per il Miglior film straniero. Un realismo magico dolcemente diretto da Mati Diop, che al suo debutto dietro la macchina da presa riesce a mescolare acqua e sabbia, creando castelli gotici pronti a infilzare il pubblico con le loro guglie, per poi scivolare dolcemente a terra, tornando alla natura dalla quale erano eruttati.

La realtà, oggi

Dakar, un sobborgo sull'Atlantico. Ada (Mame Bineta Sane) e Souleiman (Ibrahima Traoré) sono innamorati, ma lei è promessa sposa a Omar (Babacar Sylla). Souleiman non viene pagato da mesi. Non ci sono soldi, non c'è speranza. C'è il mare, c'è una barca. Un richiamo da sirena che attira Souleiman, trascinandolo via assieme a tanti come lui. Trascinandolo nel mare. Sognando la Spagna e una vita migliore. Una vita in cui vorrebbe ci fosse anche Ada, ma senza il coraggio di strapparla via all'uomo che la sua famiglia ha scelto per lei. Un uomo ricco, che le darà tutto. Tranne l'amore.
Atlantique parte da qui, in un turbinio di onde pronte a infrangersi sui nostri occhi, come tende mosse dal vento che si avviluppano dalla finestra a noi, schiacciandoci sotto la loro coltre. Mati Diop sfrutta la metafora per rendere Ada sempre vicina al richiamo del mare, un collegamento a distanza con Souleiman mistico e oltremondano, che si insinua nella vita di una giovane sposa incapace di rompere gli schemi della sua realtà, dove tutto è precompilato e già deciso, nonostante un mulinello di ribellione sia pronto a emergere dal suo fondale.

Pastiche

Poi, in maniera inaspettata, leggera, e piacevolmente destabilizzante, succede. Un incendio a cui non si riesce a dare spiegazione nella casa di Omar. Un giovane detective, Issa (Amadou Mbow), che indaga, e sente il collegamento con Ada. È convinto sia colpa di Souleiman. È convinto sia tornato. Ma Issa inizia a stare male, a svenire di colpo senza poi ricordarsi nulla. Atlantique non ti dà subito gli strumenti per capire. Ti butta nel suo mare inserendo quel dirompente elemento sovrannaturale, che lo spettatore dovrà elaborare man mano che la storia avanza, raccogliendo granelli di sabbia con la consapevolezza che sarà dura tenerli in pugno. Eppure tutto inizia a sedimentare. Sta succedendo qualcosa di tangibile e concreto nella sua splendida impossibilità.
Mati Diop costringe il pubblico a farci i conti, sbalzando la vista con passaggi repentini da luce a ombra, da un mondo all'altro, dalla nostra realtà a quella del film. Perché Atlantique cresce mentre lo si guarda, si impossessa dei nostri occhi lentamente, in sordina, fino a impedirci di distoglierli, trascinandoli sullo schermo in un rito tribale perturbante e cinereo, mentre le forme del cinema danzano nella notte, come statue che fertilizzano la nostra voglia di conoscenza, madri e matrigne pronte a farci bere la loro medicina, senza cospargere di zucchero il bordo del calice.

Trasversale

Atlantique si tuffa in un'impresa complessa: affrontare il dramma africano, sia per chi resta che per chi scappa. Ma riesce a insinuarsi in questa giornaliera tragedia umana come vento che si infila tra le crepe. Il regista mescola storie nel suo piccolo calderone, utilizzando il mestolo del genere per raccontare la realtà in cui viviamo e che spesso ignoriamo, o preferiamo non vedere.

Parte con l'amore per arrivare al sovrannaturale, ritorna alle sue origini, spezzando catene mentali e manette fisiche.
Si concentra sul particolare e sbatte al petto degli spettatori le onde universali della contemporaneità. Mati Diop sfrutta così i corpi, ci guarda con occhi bianchi e vitrei dall'altro lato dello schermo, ci inchioda con il suo film mentre tiene un filo sentimentale sempre teso, roteando su Ada, che diventa ricettacolo di una storia intera, simbolo di una nazione e di un dramma umano, sballottata, in una risacca che scotta.

Riemergere

Lo sciabordio delle onde riporta a riva i sentimenti. Anche solo per una notte. Ada non vuole smettere di lottare. Ha capito che può farlo, che c'è un'altra strada, scoscesa, coperta di polvere. Però c'è. E allora si costringe a percorrerla, con piccole orme che affondano nella sabbia, incerte. Ma passo dopo passo il piede sprofonda sempre un po' di meno. Anche se attorno tutto sembra remare contro, contro una ragazza che si aggrappa alla vita, tanto da afferrarla anche dove non c'è.
Diop decide quindi di avvolgerla ancora una volta, ma con onde luminose e verdi, che scivolano sulla sua pelle, trasformandola, rendendola donna, riscattando una vita traballante che ora potrà cominciare davvero, anche in mezzo al nulla, a una wasteland emotiva che Ada dovrà riempire. Ma se Euridice riesce a guardare Orfeo negli occhi, beh, allora tutto diventa possibile.

Atlantique Atlantique vi trascinerà con forza e dolcezza nel suo mondo, che è quello in cui viviamo, ogni giorno. Una storia reale e magica che ha conquistato il Gran Prix speciale della giuria a Cannes 2019. Mati Diop, al suo esordio, firma una pellicola in grado di combinare tagliente contemporaneità al sovrannaturale, in un connubio di universi che riescono a sfiorarsi. Onde che si infrangono sui sogni, speranze labili e un sotto testo di riscatto (sociale e personale) percorrono il film come una mareggiata, ormai inarrestabile.

8

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