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L'assassina, la recensione dell'action movie sudcoreano targato Netflix

Parte dell'spirazione del terzo capitolo di John Wick, il film d'azione di Jung Byung-gil vive di un'estetica esasperata e di sequenze al cardiopalma.

recensione L'assassina, la recensione dell'action movie sudcoreano targato Netflix
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Un corridoio di una fatiscente palazzina di Seul. Pareti luride e rovinate, disordine ovunque. Le luci sono quelle smorte degli ospedali: evitano il buio, non danno vita all'ambiente. Perfette, se pensiamo che in appena dieci secondi dall'effettivo inizio de L'assassina di Jung Byung-jil si comincia a seminare morte. Un solo "Che c'è?" della prima e ignara vittima della nostra protagonista ed escono subito fuori pistole e armi bianche. Non si perde tempo a entrare nel vivo dell'azione: si parte con un piano sequenza - misto reale e digitale -, una ripresa in soggettiva (probabilmente con qualche sorta di GoPro) e con un ritmo veloce, frenetico e concitato.

Sembra Hardcore di Ilya Naishuller ma più bello da vedere. Passano stanze, trapassano uomini e cambiano piani. Una contro tutti che vediamo solo a metà sequenza in faccia, con il cambio di visuale, ora in terza persona. Una ragazza. Agguerrita, in cerca di vendetta. Trucida o ferisce ogni scagnozzo con grinta invidiabile, fino ad arrivare al capo. E lì ingaggia uno scontro all'ultimo sangue che si conclude all'esterno, in un vicolo, davanti alla polizia. Otto minuti di prologo eccezionali, che promettono persino troppo. Ma la vendetta è solo appena cominciata e la "morte" è preludio di una nuova vita.

Mamma, attrice e sicario

L'assassina comincia così, in modo esplosivo. È un susseguirsi dinamico e al cardiopalma di un'azione che fluisce rapida e inarrestabile su schermo. Lascia storditi, vincendo subito l'incontro con l'attenzione dello spettatore. Prende spunto dal modello di ripresa del già citato Hardcore ma anche da Kingsman, quando si passa in terza persona e si accelerano, bloccano o rallentano i movimenti per entrare nei combattimenti, senza chissà quale narrazione interna. È puro e opulento esibizionismo ed è anche il migliore possibile.
Fosse stato tutto così, il film di Byung-jil sarebbe stato perfetto. La vendetta e il senso pop e pulp sono vicini a Kill Bill, mentre il resto del comparto tecnico e stilistico è imitazione riformulata di John Wick. Fantastico, per la maggior parte, peccato che scendendo nelle profondità della sceneggiatura si incontrino i primi nodi. Se il prodotto di Chad Stahelski andava a creare già in un solo film un personaggio forte e inarrestabile, inserito in una mitologia criminale accattivante, L'assassina tenta la stessa strada in modo più confusionario. Curioso però come, in termini d'azione, funga da esplicita ispirazione al terzo capitolo del franchise (c'è un inseguimento in moto con annesso scontro praticamente identico).

Anche qui c'è infatti un sottobosco criminale di sicari a pagamento, in verità tutte donne. Vengono accudite e addestrate, cancellate dalla società e reintrodotte con un nuovo alias. Anche protette, controllate e utilizzate per degli omicidi su commissione. Gli viene dato uno scopo. Succede lo stesso a Sook-hee, che dopo la strage d'apertura (scoprirete poi perché) desidera solo la morte. Aspetta però una bambina e decide di sottostare alle regole dell'agenzia per ottenere la libertà e crescere la figlia. Il problema è l'inquadramento di questa libertà e soprattutto il sostentarsi con un lavoro normale.

Sook-he sceglie di essere attrice, così da liberare le sue emozioni sul palco. Ricorda qualcosa? Sì, la splendida Barry di HBO, dove un assassino professionista si dà al teatro con scopo esistenzialista e catartico. L'assassina è del 2017, Barry del 2018. Altro grande prodotto, evidentemente, per cui l'action movie di Byung-jil è stato importante ispirazione concettuale.
L'intreccio del film è però scontato e sfilacciato, i co-protagonisti non convincono del tutto e le due ore di durata risultano persino troppo lunghe.

Questo perché non c'è in verità la grande quantità d'azione che sembrava anticipare l'inizio. Si punta sulla qualità e non sull'esagerazione. Sono tre i grandi scontri, di cui l'ultimo nuovamente in piano sequenza ed eccezionalmente ragionato.

Per arrivarci, comunque, si fatica un po' nella parte centrale, dove si prende fin troppo respiro e la trama accelera in modo pericolosamente superficiale, soprattutto perché vorrebbe apparire di concezione brillante. Non lo è e infatti va tutto come previsto, senza chissà quali sorprese eccetto una, se vogliamo addirittura coraggiosa. Poco male, se pensiamo che gli ultimi dieci minuti fanno il paio con l'incipit e un'altra incredibile sequenza nel secondo atto del racconto. In definitiva, il senso de L'assassina sta nel disequilibrio delle parti: sbilanciate come la vita della protagonista eppure con diversi elementi di straordinario impatto, specie nella parte della bilancia più appesantita, quella di genere. Non il cinema sudcoreano migliore ma sicuramente efficace, avvincente e con un finale da applausi.

The Villainess L'assassina di Jeong Byung-jil, su Netflix, è puro e opulento esibizionismo, un esercizio stilistico di genere esplosivo e avvincente. Le sequenze d'azione, dai combattimenti agli inseguimenti, sono concettualmente ragionate, incredibilmente dinamiche e al cardiopalma, tra un Kill Bill e un John Wick. Nella parte sceneggiata ci sono diverse difficoltà narrative, dovute soprattutto a un'eccessiva dilatazione della trama (in realtà superficiale) e una presenza meno costante di scontri corpo a corpo o sparatorie. Funziona solo in parte, specie nell'idea di rendere la protagonista mamma, attrice (ricorda un po' Barry di HBO) e sicario, mentre per il resto è sufficientemente adeguata alle aspettative. Il disequilibrio delle parti non distrugge la riuscita del film, che nell'incipit e negli ultimi dieci minuti è grande ed eccezionale cinema d'azione, con un finale bellissimo.

7.5

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