Recensione Aspirante vedovo

De Luigi e la Littizzetto rifanno Il vedovo di Risi

recensione Aspirante vedovo
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"Quando mi è stato offerto di scrivere questo adattamento, parenti e amici mi hanno guardato negli occhi e mi hanno detto solo una cosa: ‘Ma sei pazzo?'. In effetti, anche solo avvicinarsi a un simile capolavoro mette i brividi. Un film strepitoso, amato da tutti. Un regista leggendario, al suo meglio, maestro di un cinema che ci riempie ancora di gioia e di orgoglio. Attori inarrivabili, al limite della perfezione e forse anche qualcosa di più. C'era di che spaventarsi, in effetti. Però quella storia formidabile, quei personaggi stupendi... Sono stati come una calamita. L'idea di potere passare dei mesi immerso in cose così belle alla fine è stata irresistibile. E' una cosa che ha unito un po' tutti noi: sapevamo che era un'impresa improba, forse impossibile, ma non vedevamo l'ora di affrontarla".
Così Massimo Venier, autore, tra l'altro, di Tre uomini e una gamba con il trio comico Aldo, Giovanni e Giacomo e Il giorno in più, interpretato da Fabio Volo, ricorda come è nato il suo interessamento nei confronti di una rilettura de Il vedovo, classico della Commedia all'italiana che, diretto nel lontano 1959 dal grandissimo Dino Risi, vide l'indimenticabile Alberto Sordi nei panni di Alberto Nardi, giovane industriale romano bisognoso di finanziamenti per tenere in piedi la sua ditta di ascensori e, di conseguenza, interessato a provocare la morte della moglie Elvira Almiraghi alias Franca Valeri per ereditarne l'ingente patrimonio, in quanto donna d'affari milanese di successo.

Per favore ammazzatemi mia moglie!

L'Alberto Nardi qui incarnato da Fabio De Luigi e che, dopo aver collezionato una serie di fallimenti, vede il destino intento a dargli una mano nel momento in cui la ricca e potente consorte Susanna (non più Elvira come nel lungometraggio originale), con le fattezze di Luciana Littizzetto, rimane vittima di un incidente aereo, facendolo ritrovare miliardario e in possesso dell'impero della donna industriale.
Senza immaginare, però, che la sua "dolce" metà non sia mai salita sull'aeroplano andato distrutto e che, anzi, sia pronta a tornare in sella più dura e risoluta di prima; tanto da spingere Alberto, ormai più che propenso al suo status di vedovo, a trovare il modo per eliminarla supportato dal cugino Giancarlo, personaggio che sostituisce lo zio del film sordiano e che ha qui il volto del Francesco Brandi di Generazione mille euro, e dal marchese decaduto Stucchi, il quale, originariamente interpretato da Livio Lorenzon, ha in questo caso i connotati di Alessandro Besentini, ovvero l'Ale del duo comico Ale & Franz.

Da Risi alla crisi

E, ovviamente, non essendo più lo scenario quello dello stivale tricolore di fine anni Cinquanta, qui non solo abbiamo telefoni cellulari e tecnologia moderna, ma si parla di crisi e di extracomunitari non pagati sul posto di lavoro; man mano che prende forma quello che sceneggiatori e regista precisano non voler essere un remake della pellicola di Risi, bensì un omaggio a essa.
Un omaggio che - nelle parole del produttore Paolo Del Brocco - meno amaro e molto meno tragico de Il vedovo, sembra, in realtà, spingere maggiormente sul pedale della cattiveria e dell'umorismo nero, tanto da conferire l'impressione di scimmiottare più la moderna commedia britannica e d'oltreoceano che quella nostra che fu.
Del resto, non solo Venier ha sempre manifestato, nel corso della propria carriera dietro la macchina da presa, una certa propensione ai lavori di taglio internazionale, ma anche il protagonista De Luigi non ha mai nascosto una tipologia di comicità molto vicina a quella dei colleghi inglesi.
Proprio la tipologia di comicità inadeguata a sostituire quella di un Sordi tutto "mimica viscida" e battute in romanesco che rappresentò il vero punto di forza dell'ormai classico (sopravvalutato, diciamoci la verità) del 1959... tanto che, ulteriormente complice una Littizzetto incredibilmente ed inspiegabilmente tenuta a freno, man mano che troviamo in scena anche Ninni Bruschetta, Roberto Citran e Clizia Fornasier risulta impossibile ridere nel corso degli ottantaquattro (non molti, dunque) soporiferi minuti di visione.

Aspirante Vedovo Cercando di staccarci dal facile pensiero che vuole classificato con la qualifica di classico o capolavoro qualsiasi elaborato cinematografico risalga al periodo della cinematografia in bianco e nero, parliamoci chiaro: Il vedovo (1959) di Dino Risi non rappresenta affatto una delle più alte vette raggiunte dal maestro della Commedia all’italiana che ci regalò, tra gli altri, I mostri (1963) e Il sorpasso (1962), in quanto del tutto costruito sull’invidiabile capacità dell’indimenticato Alberto Sordi di incarnare uno dei più esilaranti, disprezzabili personaggi della nostra celluloide. Quindi, una volta tolte le sue inimitabili mimiche e dialettiche da un soggetto che puntava soprattutto su quelle, non rimane praticamente nulla degli elementi necessari a spingere lo spettatore alla risata... tanto più che a spalleggiare un Fabio De Luigi dalla tipologia di comicità inadeguata alla storia troviamo una Luciana Littizzetto mai tenuta a freno come in questo caso.

5

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