Arrival, la recensione del film con Amy Adams e Jeremy Renner

Denis Villeneuve incarica una meravigliosa Amy Adams di condurre lo spettatore alla scoperta di un viaggio lontano ma intimista, solido e bellissimo.

recensione Arrival, la recensione del film con Amy Adams e Jeremy Renner
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La fantascienza ci ha sempre portati a scoprire qualcosa di altro rispetto a noi - altri mondi, altre tecnologie, altri universi possibili. Il genere con il naso all'insù, puntato verso quel cielo così misterioso e sconosciuto, ha sempre generato una certa attrazione negli spettatori, probabilmente perché cerca di dare risposta ad una domanda primordiale che fin dalla notte dei tempi ci affascina e spaventa al tempo stesso: siamo davvero soli nell'universo? Molti registi hanno risposto a loro modo, e nel caso di Denis Villeneuve questa risposta si traduce in dodici oggetti non identificati dalla forma ovaleggiante, alti centinaia e centinaia di metri ma sospesi a poca distanza dal suolo. Sono rocciosi, apparentemente non hanno porte, ma soprattutto non attaccano - ed è questo a disorientare tutti, compreso chi sta fuori dallo schermo. Perché non attaccano? Perché non fanno quello che la maggior parte delle pellicole (e il nostro istinto) ci hanno insegnato? I giorni passano, e quegli enormi massi alieni senza entrata né uscita non fanno altro che esistere, essere lì, senza nemmeno sfiorare il nostro suolo. Sta a Louise Banks (Amy Adams), linguista di fama mondiale, cercare di stabilire un linguaggio comune con la razza aliena e rispondere ad un'altra domanda, la domanda di Arrival: qual è lo scopo di questa visita sulla terra?


Lo spazio è dentro di noi

A Denis Villeneuve quello che c'è oltre la terra non interessa: niente velocità della luce, niente viaggi interstellari, niente spazio profondo. Ci siamo noi e solo noi nella mente del regista, noi e la nostra limitata visione del tempo e della vita, noi e la nostra lingua, noi e il nostro dolore inaccettabile. Attraverso un dodicesimo di un progetto alieno impariamo l'assenza di pregiudizio, il potere della comunicazione, la ridefinizione del nostro stesso essere che si rimodella per la prima volta in qualcosa che non ha inizio e fine, ma che circola attraverso lo spazio in un'unione che comprende ciò che è stato, che è e che sarà. Al centro di tutto l'amore materno, che si fa portatore sano di una consapevolezza così potente da poter essere veicolata solo mediante un legame antico quanto il mondo e quasi sacro. Louise racconta una storia - la sua storia - senza un vero inizio o una fine, giocando con la sua memoria (la chiave di volta della pellicola) e girando intorno all'esperienza come se quest'ultima non fosse altro che un circolo di coscienza che parte dagli alieni e viene donato a lei, scambio infinito attraverso un vetro trasparente. Arrival diventa così un film di profondità ma anche di superfici, di contatti, di polpastrelli che si sfiorano e tempi che si rincorrono, di materia pulsante e reale che ci rimane addosso e ci tiene ancorati alla realtà, senza mai fluttuare via in uno spazio che non può appartenerci se prima non impariamo a conoscere noi stessi e ad accettarci.

Madre terra

Grazie a questa attenzione nei confronti della materia (esaltata dalle meravigliose sequenze dentro e fuori le navicelle spaziali aliene, e nei piccoli interni delle sale di controllo) Denis Villeneuve disegna un film profondamente terreno, di contatto, solido come i corpi umani e materiali che rappresenta eppure incredibilmente sfaccettato: Louise e Ian (Jeremy Renner) diventano in questi spazi chiusi e claustrofobici non solo due scienziati alla ricerca di una risposta ma due archetipi primordiali, moderni Adamo ed Eva che sfidano il diverso e riescono a scrollarsi di dosso il pregiudizio, compiendo costantemente passi avanti verso l'ignoto che lentamente li spogliano di ogni protezione fisica e struttura mentale. Fuori il mondo diventa isterico, ha paura dell'ignoto e quindi rilancia con fuochi, ultimatum, violenza; dentro c'è luce, pace e conoscenza, se solo si ha il coraggio di voler fare quel piccolo passo in più assieme a Louise, che guida lo spettatore verso la bellezza della consapevolezza. Fin troppo facile trovare tutto questo negli occhi d'acqua di Amy Adams, meravigliosamente ultraterrena eppure squisitamente umana nei suoi respiri affannati, nelle mani che tremano ed in una fin troppo comprensibile paura che tuttavia non la ferma dall'arrivare al suo obiettivo, con costanza e caparbietà. E più lei traduce gli alieni più noi traduciamo noi stessi, le nostre forze e debolezze - e chissà che, alla fine del film, non si arrivi a capirsi un po' di più. Le risposte in fondo ci sono, basta saperle ascoltare.

Arrival Con Arrival Denis Villeneuve rende intimo il genere fantascientifico, prendendo spunto dal tema alieno per insegnarci una lezione tanto terrena quanto attuale, sintetizzata con la capacità di saper ascoltare l'altro. Ne esce un film solido, attento e profondamente consapevole, condensato nei gesti e negli sguardi di una perfetta Amy Adams, madre di tutto ciò che Villeneuve raccoglie nella pellicola e veicolo universale di un cerchio della memoria finalmente privo di banale linearità.

7.5

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