Aquaman, recensione del cinecomic con Jason Momoa

L'eroe acquatico della DC Comics torna al cinema con un film tutto suo, epico e ricco di spettacolo ed emozioni.

recensione Aquaman, recensione del cinecomic con Jason Momoa
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1985: Atlanna (Nicole Kidman), regina di Atlantide, fugge da un matrimonio combinato e incontra l'umano Thomas Curry, con il quale ha un figlio, Arthur. Giorni nostri: Arthur Curry, abbandonato dalla madre in tenera età per ragioni politiche, è divenuto Aquaman (Jason Momoa), e ha aiutato la Justice League a sconfiggere Steppenwolf.
Viene contattato dalla principessa Mera (Amber Heard), che gli chiede di reclamare ciò che gli spetta di diritto: il trono di Atlantide. In caso contrario, il fratellastro di Arthur, Orm (Patrick Wilson), prenderà il controllo di tutti i regni oceanici e dichiarerà guerra al mondo di superficie. Arthur deve quindi riscoprire una cultura da cui è sempre stato allontanato, e portare a compimento la profezia fatta da Atlanna: egli sarà il ponte tra i due mondi, il nostro e quello subacqueo.

"Aquaman sucks!"

Non è stato facile portare Aquaman sullo schermo, e che il film di James Wan sia legato a Batman v Superman: Dawn of Justice e Justice League, due lungometraggi segnati da difficoltà dietro le quinte e compromessi per quanto riguarda il risultato finale (soprattutto il secondo, con la sostituzione di Zack Snyder da parte di Joss Whedon), è un elemento secondario. La difficoltà stava già a monte poiché, tra meme e frecciatine varie (il titolo del paragrafo è tratto da una battuta di The Big Bang Theory), il sovrano di Atlantide è sempre stato visto dai più come un personaggio ridicolo, al punto che quando la DC Comics ha rilanciato tutte le sue testate nel 2011 con l'iniziativa chiamata New 52, il primo numero del mensile di Aquaman, scritto da Geoff Johns, è iniziato con la risposta seccata dell'eroe al luogo comune più noto su di lui: "Io non parlo con i pesci!".

Non a caso, proprio il ciclo di Johns, che ha anche firmato il soggetto del film, funge da principale fonte di ispirazione per il lungometraggio di Wan: per l'esattezza, è un adattamento libero dei primi tre archi narrativi, The Trench, The Others e Throne of Atlantis (quest'ultimo senza la partecipazione di Batman e compagnia bella). Ed è la non stellare reputazione del personaggio ad aver spinto il regista di Saw e The Conjuring ad accettare il progetto, terreno fertile per portare al cinema un mondo nuovo.

In fondo al mar


Dopo una breve introduzione delle origini di Arthur, il film affronta di petto la questione del suo potere molto particolare, tramite un episodio di bullismo scolastico che pone da subito l'accento sul futuro lato badass del principe meticcio, una dichiarazione d'intenti diretta ed efficace: sì, il protagonista è in grado di comunicare con le creature acquatiche, e ne siamo fieri! In effetti, tutto ciò che riguarda il mondo subacqueo, dove si svolge gran parte della storia, è una palese fonte di energia creativa per Wan, che mette in scena situazioni sulla carta assurde ma che nel contesto di una colorata avventura tra gli oceani funzionano, dalla presenza di un polpo che batte i tamburi per inaugurare un duello a una gag in apparenza scatologica legata alla fisiologia del popolo di Atlantide.

Come già accaduto in Wonder Woman, un canovaccio trito e ritrito - volendo fare paragoni con altri film di supereroi, non è del tutto errato parlare di una risposta subacquea a Thor o Black Panther - viene rielaborato con un gusto per l'intrattenimento puro, condito da una non indifferente riflessione sul mondo in cui viviamo: per quanto Orm sia evidentemente cattivo, il suo astio nei confronti di una società che continua a inquinare gli oceani non è per nulla ingiustificato.

Un mondo incantevole e terrificante

Avevamo già visto squarci dell'universo oceanico in Justice League, che però aderivano all'estetica generale di Snyder. In questa sede, com'è giusto che sia, il mondo è interamente nelle mani di Wan, che abbraccia quel senso della meraviglia e dello spettacolo che caratterizza i migliori blockbuster. La sua gioia è palpabile in ogni singola inquadratura che mostra la società subacquea, un universo inedito che al contempo omaggia l'estetica futuristica di Blade Runner, dando al tutto quel senso di maestosità fuori dal tempo che uno si aspetta dalle rappresentazioni cinematografiche di Atlantide.
L'ambizione a livello di costruzione visiva di una realtà nuova di zecca è paragonabile a quella di George Lucas, James Cameron e Peter Jackson (la battaglia finale è sostanzialmente Il signore degli anelli sott'acqua), il cineasta australiano però non dimentica le proprie radici e abbraccia apertamente la versatilità tonale della fonte fumettistica: come ben sa chi ha letto The Trench, le avventure recenti di Aquaman non sono prive di immagini che non sfigurerebbero in un horror, e Wan ne fa buon uso in una sequenza breve ma intensa, dove per l'occasione ritrova anche il compositore Joseph Bishara, autore delle musiche di Insidious e The Conjuring (il resto della colonna sonora è ad opera di Rupert Gregson-Williams, veterano di Wonder Woman).

Un eroe multiforme


Con questo film siamo alla terza apparizione di Jason Momoa nei panni di Arthur in tre anni, dopo il cameo in Batman v Superman e il ruolo più sostanzioso in Justice League. Ma per certi versi questa è la prima volta che lo vediamo per davvero al cinema: slegato dalla necessità di far parte di un gruppo e di una macro-storia modificata in post-produzione, l'attore hawaiano è ora libero di esplorare tutti i lati della personalità dell'eroe ibrido. Spavaldo, spiritoso, intrepido, ma a volte anche avventato e un po' scemo. In altre parole, molto umano, ed è quell'umanità a renderlo una presenza carismatica da seguire tra un mondo e l'altro (in questo caso il paragone con il Thor di Chris Hemsworth, in particolare per l'aspetto del pesce fuor d'acqua, non è affatto fuori luogo), accompagnato da un ottimo cast di comprimari che include Amber Heard, Willem Dafoe, Patrick Wilson e Nicole Kidman in un inedito, strepitoso ruolo action.

Tutti al servizio di una storia che contiene tanta carne al fuoco, forse un po' troppa, con una sottotrama (quella di Black Manta, che lo stesso Wan ammette di aver inserito nel film principalmente per far contenti i fan) che sembra voler soprattutto porre le basi per un sequel. È però un difetto minore e tutto sommato perdonabile, perché dopo più di due ore in sala la voglia di tornare in quel mondo è forte.

Aquaman Arthur Curry, interpretato come sempre da Jason Momoa, arriva sullo schermo con un film tutto suo, un connubio di avventura, azione, spettacolo, ambizione visiva, pathos e divertimento. Il regista James Wan, che in alcuni punti omaggia le sue radici horror, si riconferma a proprio agio con i budget più sostanziosi, regalandoci un mondo per lo più inedito che segna una svolta nell'evoluzione dei cinecomics. Sì, Aquaman parla con i pesci, ma in questa sede è tutt'altro che ridicolo.

8

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