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Apostolo, la recensione del nuovo film di Gareth Evans in esclusiva su Netflix

Il regista di The Raid torna su Netflix con un thriller horror d'autore, ambizioso, dall'atmosfera mortifera e dal taglio psicologico conturbante.

recensione Apostolo, la recensione del nuovo film di Gareth Evans in esclusiva su Netflix
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I titoli di testa di Apostolo, nuovo film di Gareth Evans, sono minimali. Il giallo del font dei nomi compare su uno sfondo composto da pelle marrone. La musica è in crescendo: non c'è melodia, ma un insieme di note distorte e cori che sfumano in un'escalation tonale disturbante e rumorosa prima di introdurre la scena.
Età vittoriana, in un anno non meglio specificato. Un treno sfreccia lungo un ponte di pietra. Sul mezzo viaggia Thomas Richardson (Dan Stevens), che stringe tra le mani un pendente che riporta la scritta "per sempre nel mio cuore". Sta leggendo una lettera della sorella, rapita e portata su di un'Isola da uno strano culto religioso che pretende ora un riscatto dal padre, benestante. Thomas è visibilmente preoccupato e ricorda il momento in cui ha deciso di correre in aiuto della sorella, viste anche le condizioni di salute del genitore, affranto dalla scomparsa di Jennifer e sull'orlo della depressione.
La lettera specifica soltanto una cosa: che a consegnare il riscatto direttamente sull'Isola deve essere il padre, ma Thomas non ha in mente di pagare nessuna cifra per riavere indietro la sorella. Il suo piano è quello di infiltrarsi tra le fila del culto insediatosi a Welsh Island, indagando poi su Jennifer e sulla stessa setta.
Lui è un Apostolo del Signore, anche se questo lo ha abbandonato nel momento del bisogno. In lui è rimessa la capacità di esorcizzare i demoni che corrompono le anime e gli spazi di Welsh Island.

Dall'azione all'atmosfera

Così si apre il nuovo, ambizioso e intrigante film di Gareth Evans, di ritorno sulle scene dopo quattro anni di assenza dal suo ultimo, incredibile The Raid 2. Evans si è fatto conoscere a livello internazionale soprattutto in ambito action, genere che ha contribuito ad accrescere grazie a un certo virtuosismo illuminato nella sua regia, incollata all'azione, pulita, sofisticatissima. Il mantra tecnico del filmmaker è tutto incentrato - quanto meno in questo ambito - sulla comprensibilità dell'azione, su di una costruzione dinamica e incessante degli scontri, che rifuggono la banalità anche grazie alle coreografie studiate e impalcate insieme al sodale Iko Uwais, maestro di pencak silat, tipica arte marziale indonesiana.
Lo scopo dei primi titoli della filmografia di Evans è insomma quello di approfondire la grammatica del genere stesso, provando e anzi riuscendo a innovarla grazie al focus mirato sulla tecnica, come negli scontri così nella regia. Non esageriamo quando definiamo il cinema action del cineasta come seminale e revisionista, assolutamente essenziale per ogni amante delle buone scazzottate (ma non solo) ripulite da qualsiasi censura. Conosciamo e amiamo Evans soprattutto per questo, per la sua capacità di far sopperire lo story telling al combat telling, senza creare per altro squilibrio nella visione.
Se però in Merantau o The Raid il filmmaker ha scelto la via dell'esuberanza stilistica nelle scene d'azione, vere protagoniste dei suoi lavori, in Apostolo il regista va oltre, superando le dinamiche della sua filmografia e tentando di cristallizzare attraverso un thriller horror ambizioso e conturbante il suo stile autoriale. Se pensate insomma di approcciarvi a questa sua ultima fatica sperando di ritrovarci dentro combattimenti lunghi e studiati al millimetro, che riempiono tempo e spazi del film, allora vi avvisiamo: cambiate immediatamente idea.

Apostolo non è un action spasmodico, ipercinetico e composto nella sua metrica cinematografica da scazzottate, dialoghi ridotti all'osso e altre scazzottate. Apostolo è nella sua essenza primaria un horror di natura fanatico-religiosa, annegato in atmosfere venefiche e mefistofeliche che accrescono al contempo il fascino delle ambientazioni e la potenza della storia, che ricorda da vicino un mix originale tra il cult The Wicker Man di Robin Hardy, il The Village di Shyamalan e qualche aspetto della corrotta vita contadina di Resident Evil 4. Un titolo che insomma fa dell'atmosfera nebbiosa, gelida e malsana la sua vera e grande protagonista.

Il sangue è vita

Superando così la centralità dell'azione per concentrarsi sull'ambientazione e la messinscena, Gareth Evans raggiunge al contempo una certa concretezza nella scrittura, qui decisamente più ricca di temerarietà e ricercatezza, donandogli forma e contenuto. Non solo il cineasta riesce allora a imbastire una storia coinvolgente e intricata, ma nell'insieme tocca anche tematiche rilevanti e anche inattese, dall'ovvia pericolosità del fanatismo alla radicalizzazione della violenza fino ad arrivare allo sfruttamento e declino ambientale, qui affrontato in modo decisamente curioso.
Lo fa inserendo Thomas all'interno di una comunità apparentemente felice e isolata dal resto del mondo, frugale e priva di vizi. Questa è guidata dal Profeta Malcom, interpretato da un sempre ottimo Michael Sheen. Malcom predica la parola di Lei, la Divinità dell'Isola, che a quanto pare avrebbe accolto lui e i suoi due compagni, Quinn e Frank, nel momento del bisogno. Il fatto è che sembra che la terra governata dalla Dea non stia più restituendo alla comunità i suoi frutti, lasciandola morire lentamente.
Thomas nota subito determinate stranezze all'interno del piccolo villaggio, come ad esempio il fatto che la notte, fuori da ogni porta del dormitorio principale, vengano lasciati dei recipienti di vetro contenenti del sangue umano. Questo lo porta ovviamente ad andare a fondo sia sul rapimento della sorella che sulla natura effettiva del culto di Malcom, arrivando a scoprire tutti i meccanismi che si celano dietro alla setta e scardinandone le fondamenta stesse dall'interno.
Al momento, Apostolo rappresenta probabilmente il film più completo di Evans, anche se forse non quello che amerete di più.

C'è dietro un discorso di genere, perché la nuova opera del regista è in tutto e per tutto un horror, anche se mai ammorbato dagli ormai abusati jump scare e che viaggia su di una spessa trama intessuta di terrore psicologico e una brutalità mai celata. Come nell'azione, il regista non risparmia infatti in Apostolo scene violente e sanguinose - alcune di gusto sommessamente splatter - mettendo anzi al centro del racconto proprio il sangue come elemento al contempo vitale e tossico.
La stessa Welsh Island, se vogliamo, è rappresentata come un essere tormentato e morente, rimesso al dominio dittatoriale dell'uomo, che riversando sul terreno l'indispensabile liquido scarlatto, lo corrompe, andando incontro a un destino che non conosce divinità e non abbraccia alcun credo, ma soltanto l'imperitura fame di potere della creatura che da secoli sta distruggendo il mondo e le sue floride bellezze.

Apostle Apostolo di Gareth Evans si presenta come un thriller-horror vestito d'atmosfera mefistofelica e venefica, dove il regista abbandona le preponderanti velleità action e tecniche e tenta invece un lavoro di cristallizzazione del suo stile autoriale. Ristabilisce - almeno in parte - il dominio dello story telling sul combat telling, se vogliamo, imbastendo un storia dal fascino incessante, intricata e coinvolgente, anche se si perde un po' verso la risoluzione finale, ma mai in termini di forma e stile. Il film è in definitiva una giostra gotica di fanatismo religioso e brutalità che dimostra come il sangue possa essere letteralmente vita o morte.

8

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