Venezia71

Recensione Anime nere

Francesco Munzi racconta l’educazione criminale del ventenne Leo in una piccola realtà rurale dell’Aspromonte

recensione Anime nere
INFORMAZIONI FILM
Articolo a cura di

Terzo lungometraggio firmato dal regista e sceneggiatore romano Francesco Munzi, dopo Saimir e Il resto della notte, Anime nere si ispira all’omonimo romanzo pubblicato nel 2008 dallo scrittore Gioacchino Criaco. Presentato alla 71° edizione del Festival del Cinema di Venezia e primo dei tre titoli italiani in concorso, Anime nere descrive la parabola di Leo (interpretato da Giuseppe Fumo), un ventenne nato e cresciuto in un piccolo paesino dell’Aspromonte, in una famiglia invischiata da sempre con la malavita organizzata.
Leo, impegnato nel definitivo passaggio verso l’età adulta, è circondato da tre personaggi maschili che, in modi differenti, costituiscono per lui dei modelli di riferimento in un microcosmo in cui la mentalità criminale è diventata a tutti gli effetti un codice morale: Luciano (Fabrizio Ferracane), suo padre, il quale vorrebbe condurre una tranquilla esistenza contadina, sciogliendo tutti i legami con la ’ndrangheta e ponendo fine alle varie faide familiari; suo fratello Luigi (Marco Leonardi), un trafficante di droga, estremamente spregiudicato ma proprio per questo capace di esercitare un sinistro potere di fascinazione su Leo; e l’altro fratello, Rocco (Peppino Mazzotta), che si è trasferito a Milano, dove vive insieme alla moglie Valeria (Barbora Bobulova), tentando di prendere le distanze dalle attività mafiose della famiglia d’origine (pur avendone utilizzato il denaro per costruirsi una carriera nel mondo dell’imprenditoria). Attirato dal “richiamo del sangue” di una terra segnata da violenze e regolamenti di conti, a dispetto degli sforzi del padre Luciano di trasmettergli un nuovo sistema di valori, Leo si ritroverà coinvolto nell’ennesimo conflitto fra clan rivali, fino al punto di dover prendere una decisione fatidica...

Educazione criminale

Caratterizzato da una regia rigorosa e da un’atmosfera plumbea e ieratica, accentuata dai toni cupi della fotografia di Vladan Radovic, Anime nere si configura come un dramma morale che, rispetto alla suspense del gangster-movie, predilige la lenta “discesa all’inferno” dei suoi protagonisti, in un percorso parallelo all’inevitabile perdita dell’innocenza di Leo, desideroso di affrontare un “rito di passaggio” per il quale dovrà necessariamente sporcarsi le mani. Parlato in dialetto calabrese, con un approccio stilistico ed un senso del realismo che richiamano subito alla mente il recentissimo fenomeno televisivo di Gomorra - La serie, il film di Munzi rivela fra i suoi maggiori pregi una profonda conoscenza della materia narrativa al centro del racconto (la mentalità mafiosa, le sue convenzioni, i suoi ineludibili rituali), nonché la capacità di illustrare le relazioni fra i personaggi anche solo affidandosi a piccole ma significative notazioni riprese dalla loro vita quotidiana: si osservi, in tal senso, anche il distacco espresso da Valeria, l’unica vera “estranea” (per quanto possibile) rispetto al mondo illustrato nel film. Fedele all'impostazione adottata, Anime nere accresce le dosi di pathos soltanto in prossimità dell’epilogo, per chiudersi su un finale tragico e sanguinario che riporta alla memoria Fratelli di Abel Ferrara, opera tematicamente molto vicina alla pellicola di Munzi.

Anime nere Al suo terzo lungometraggio, in concorso alla 71° edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, il regista Francesco Munzi racconta l’educazione criminale del ventenne Leo in una piccola realtà rurale dell’Aspromonte, mettendo a confronto tre diversi modelli maschili di una famiglia legata ai codici morali e alle faide della ’ndrangheta. Il risultato è un film apprezzabile tanto nella sua costruzione drammaturgica (che richiama in parte il cult Gomorra), quanto nell’approccio stilistico, che culmina in un epilogo dall’impatto dirompente.

7.5

Che voto dai a: Anime nere

Media Voto Utenti
Voti: 6
7.3
nd