Io e Angela Recensione: la commedia italiana sulla morte è su Sky

Ilenia Pastorello interpreta la Morte in questa dark comedy che prova a sfociare nel fantasy italiano, con tanta confusione

Io e Angela Recensione: la commedia italiana sulla morte è su Sky
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Il cinema italiano sta continuando, con risultati altalenanti, a tentare l'assalto a dei generi che non gli sono appartenuti negli ultimi decenni. Il fantasy, ragionato quasi come evoluzione del grottesco che proprio l'anno scorso si è esaltato con Freaks Out (qui la nostra recensione di Freaks Out), sta stuzzicando non pochi registi, intenzionati a discostarsi da quelle che sono le produzioni che meglio ci identificano anche all'estero: i kammerspiel, le commedie sentimentali e le pellicole esistenzialiste.

Emanciparsi da quelli che sono i canoni del nostro Paese è un lavoro importante, fondamentale per discostarsi da quelle che sono le indicazioni che la derivazione culturale ci impone, così da non dover finire a parlare sempre di mafia e corruzione, argomenti in Italia sempre molto cari. Per questo, in prima istanza, l'idea di Herbert Simone Paragnani con Io e Angela ci ha incuriositi, fino a interessarci, salvo poi renderci conto che il fantasy e il soprannaturale erano un mero pretesto. Ora che il film è disponibile su Sky e NOW, è giunto il momento di parlarne.

Un uomo onesto, un uomo probo

Arturo (Pietro Sermonti) è un quarantenne romano che è stato appena promosso ad amministratore delegato della sua azienda: fidanzato, in predicato di matrimonio con una ex velina, è un uomo buono, pronto ad aiutare anche il suo migliore amico, malato di tumore al naso. Vive nella casa che gli ha regalato la madre, facoltosa ex attrice delle scene romane.

Tutte le sue certezze vengono all'improvviso sconvolte dall'arrivo di Angela (Ilenia Pastorelli), un'entità soprannaturale che rappresenta una delle incarnazioni della morte, giunta in casa sua per traghettarlo nell'Aldilà. Arturo, intenzionato a riprendersi una vita che lo avrebbe portato di lì a poco a impiccarsi, decide di riscattare se stesso e iniziare un viaggio vendicativo che gli permetterà di scoprire anche i segreti legati al suo angelo della morte. L'intera narrazione messa in piedi da Paragnani sembra voler dividere il film in due lunghe puntate di una miniserie, partendo da un protagonista, Arturo, e finendo con lo spostare interamente il fulcro dell'azione su Angela. Diventa, infatti, la ragazza poi il centro nevralgico della storia, permettendoci di scoprire quali sono i suoi segreti, i suoi misteri e cosa accade nella sua esistenza. Archiviato, infatti, il viaggio di Arturo, che si ritrova a scoprire tutte le menzogne e le bugie che lo circondano, l'angelo della morte è chiamato a combattere contro le proprie bugie, i propri misfatti e le proprie scelte. Se, quindi, all'inizio l'intera storia sembra voler raccontare la tristezza di un uomo onesto e un uomo probo, alla fine ci ritroviamo tra le mani una vicenda surreale, fatta di sparuti elementi splatter e di inseguimenti irreali, forse per un solo esercizio di stile da parte del regista.

Scollature narrative

A proposito dell'uomo onesto e probo, come main theme dell'intera pellicola viene utilizzata La ballata dell'amore cieco di Fabrizio de André, un meraviglioso inno alla gioia genuina incompresa. Una scelta curiosa che lascia immaginare una storia d'amore triste e dilaniante tra Arturo e Angela, essendo la canzone l'esaltazione di un amore che propone l'annullamento di un uomo in virtù di un'accettazione da parte di una donna che si nutre di una profonda bramosia di potere: un messaggio quantomai fuorviante, perché tra i due protagonisti persiste un rapporto di complicità nel portare a termine un viaggio vendicativo e mai necessariamente viziato dall'amore.

Anzi, Arturo nella seconda metà del film è spinto a compiere gesti estremi pur di vedere Angela felice con un altro uomo. Per quanto la canzone di de André riesca a mettere in piedi una delle più dissacranti dicotomie tra il ritmo allegro della ballata e il contenuto triste e mortifero del testo, crea una scollatura forte con il testo narrato da Paragnani.

Forte della presenza di Pietro Sermonti, al quale viene affidato un ruolo nel quale si è ben calzato spesso, a partire da Uno di Famiglia di Alessio Maria Federici, il film appare un po' scarico dal lato di Ilenia Pastorelli: il suo dover apparire femme fatale la riporta all'interpretazione abbastanza goffa nel ruolo di Sabrina in Non ci resta che il crimine (recuperate qui la nostra recensione di Non ci resta che il crimine) di Massimiliano Bruno, regista del quale Paragnani è stretto collaboratore. Le movenze dell'attrice risultano a volte caricaturali, nell'interpretare un ruolo che avrebbe meritato maggior espressività grottesca e dark, cosa che invece qui cede il passo a una deriva quasi da commediola italiana.

Non sapere a cosa appartenere

Il più grande problema di Io e Angela, infatti, risiede nel fatto di annunciarsi come un film fantastico, nel rapporto che lega Arturo al contatto con la Morte, e di terminare come un titolo che non ha niente del fantasy che vorrebbe. La costruzione dell'immaginario, dell'intero universo nel quale si posa la narrazione, è posticcia: Angela maneggia una sorta di uovo-timer in luogo di un oggetto che dovrebbe annunciare il prossimo candidato alla morte, ma allo stesso tempo ci lascia intravedere, da una piccola finestra, il proprio passato, senza farcene comprendere il senso e la continuità con il presente.

Tra l'altro proprio in questo frangente Paragnani prova un vezzo di regia che richiama, al contrario, Mommy (se non conoscete questa splendida pellicola fiondatevi sulla nostra recensione di Mommy) di Xavier Dolan, che da un rapporto 1:1 dell'immagine aveva spinto Antoine Olivier Pilon, l'attore che interpretava Steve O'Connor, ad allargare l'inquadratura nel momento in cui acquisiva la libertà espressiva. Il regista italiano, invece, per trasmetterci il senso di occlusione sul passato trasla il formato verso l'1:1, allargandola immediatamente dopo, lasciando questo espediente registico legato a un solo momento, isolato e narrativamente poco pregnante.

Io e Angela finisce per il raccontarci anche una Roma poco sfruttata, in un inseguimento e una vita per strada che sembra voler rievocare il punk rock degli anni Ottanta, soprattutto nel personaggio di Eugenio Franceschini, che con dei capelli ossigenati, le unghie smaltate di nero e i numerosi piercing sembra una versione evoluta dello Spike di Buffy. Una scelta, anche qui, caricaturale, che porta l'intero film a rimanere in bilico tra i due generi nei quali finisce per volersi identificare: da un lato una dark comedy incentrata sulla morte, dall'altro lato una commedia italiana legata in maniera ancora troppo forte a quegli stereotipi e quei luoghi comuni che andrebbero scrostati dai nostri profili.

Io e Angela Dopo aver già affrontato la commistione tra la commedia e il fantasy nel 2010 con il suo Una canzone per te, Herbert Simone Paragnani torna dietro la macchina da presa da regista per raccontarci lo strano rapporto che si va a creare tra la morte e un uomo onesto destinato a suicidarsi: il risultato è un film che non sa verso che direzione guardare, che sfocia in una problematica legata a degli stereotipi mai superati dei nostri generi cinematografici e strozza il fantastico nel quale sarebbe potuto andare a sguazzare la pellicola. L'incertezza di fondo e il mancato approfondimento di alcuni elementi narrativi finiscono per rendere Io e Angela un titolo da vedere senza alcun impegno e solo per la curiosità di assistere ai comportamenti di Pietro Sermonti a contatto con la Morte, in un viaggio vendicativo, anche qui, che si rende impalpabile e privo di conseguenze.

5

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