Venezia 70

Recensione Ana Arabia

Amos Gitai realizza un curioso quanto impegnato docufilm tutto in piano sequenza

recensione Ana Arabia
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L’ispirazione per Ana Arabia, il nuovo film del regista israeliano Amos Gitai, in concorso alla 70° edizione del Festival del Cinema di Venezia, deriva da una storia vera, che qualche anno fa aveva attirato l’interesse dei media: quella di Hanna Klibanov, una donna ebrea di origine polacca, sopravvissuta all’Olocausto, che dopo la guerra si è stabilita in Israele e ha sposato un uomo palestinese, insieme al quale ha costruito una vasta famiglia. Una piccola vicenda privata, in apparenza addirittura banale, che assurge però ad emblema di una possibile, pacifica convivenza, o perfino di una felice integrazione, fra il popolo israeliano e il popolo palestinese, in quella Terra Santa da troppi decenni martoriata da odio e conflitti - e difatti Hanna è conosciuta proprio con il soprannome di Ana Arabia, ovvero “Io, l’araba”. E Amos Gitai, un regista che ha dimostrato da sempre una profonda attenzione nel descrivere la drammatica realtà israelo-palestinese, si è ispirato proprio a questa figura per realizzare una pellicola in cui ad emergere in primo piano sono le voci di alcuni semplici abitanti della città israeliana di Giaffa.

Yael e la vita in Terra Santa

Caratterizzato da un approccio assolutamente minimalista, Ana Arabia segue i movimenti di una giovane giornalista, Yael (Yuval Scharf), in visita nel quartiere dove ha vissuto Hanna Klibanov, allo scopo di intervistare i suoi familiari più stretti, ma anche i suoi vicini di casa. Tale reportage rappresenta lo spunto narrativo per un film in cui Gitai, in un’azzardata sfida formale, porta alle estreme conseguenze la propria passione per la tecnica del piano-sequenza: l’intera pellicola, infatti, consiste in un’unica, lunghissima ripresa di ben 85 minuti, durante i quali la cinepresa segue Yael passo passo, riprendendo le sue conversazioni con gli abitanti del modesto quartiere, fra baracche e piccoli cortili. Ne conseguono una serie di dialoghi - spesso più simili a dei monologhi - durante i quali i personaggi intervistati parlano di Ana Arabia, ma esprimono anche i rispettivi punti di vista su loro stessi, sul mondo in cui vivono (osservando, ad esempio, come la Terra Santa debba essere necessariamente immune da catastrofi naturali, per volontà divina), sulla felicità e sull’amore.

Tale struttura polifonica, che vorrebbe rispecchiare in qualche maniera la varietà e la complessità di un modus vivendi lontanissimo dal nostro, non si rivela però il veicolo ideale a convogliare la partecipazione dello spettatore. Ana Arabia assume infatti una dimensione frammentaria, a tratti quasi superficiale, e la scarsa interazione della giornalista Yael con i suoi interlocutori non garantisce la possibilità di veri e sostanziali confronti fra identità e concezioni culturali differenti, ma si risolve in una carrellata di siparietti che la Steadycam di Gitai mette in fila senza sussulti (né con il pathos indubbiamente maggiore che avrebbe garantito ad esempio l’utilizzo del controcampo). E la sensazione complessiva è quella di un’opera inevitabilmente “minore” che, a dispetto della sua contenuta durata, fa grande fatica a mantenere viva l’attenzione del pubblico.

Ana Arabia Il noto regista Amos Gitai presenta al Festival di Venezia il suo nuovo film, che dà voce agli abitanti di un umile quartiere di Giaffa adottando l’espediente formale di un unico, lunghissimo piano sequenza; ma la pellicola non riesce ad entrare in profondità nel cuore della vita e della società israeliane e fatica a mantenere l’attenzione dello spettatore.

6

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