Recensione Amore, Furti e altri Guai

Il conflitto israelo-palestinese visto dalla prospettiva di un uomo piccolo, impegnato a rifletter sui suoi conflitti esistenziali piuttosto che su quelli, ben più grandi, del proprio Paese.

recensione Amore, Furti e altri Guai
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Mousa è un palestinese senz'arte né parte, dedito al furto per campare e bistrattato perfino dalla donna che ama, la quale gli ha dato una figlia ma poi ha sposato un altro uomo (benestante e di potere), e non vuole saperne di andare via con lui, un fallito senza prospettive. Un giorno, durante una delle sue cicliche ‘marachelle' a fin di sopravvivenza, Mousa ruba una macchina Passat, la cui vendita e il corrispettivo valore dovrebbero pagargli una speranza di espatrio, il sogno di andare a Firenze a giocare a calcio. Ma il caso e (soprattutto) la sfiga si metteranno di traverso e all'interno di quella comune Passat, un furtarello che doveva essere ‘d'ordinanza', l'uomo scoprirà essere nascosto un israeliano, un uomo rapito per essere barattato nei delicati negoziati di prigionieri politici palestinesi. Un'evenienza, un imprevisto, una vera mina vagante di fronte alla quale Mousa (uomo medio e senza grandi aspirazioni) si troverà del tutto impreparato. Impossibilitato a sbarazzarsi dell'uomo per evitare rivendicazioni dall'uno o dall'altro fronte, l'uomo sarà infine costretto a portarsi dietro l'israeliano, ragionando nel mentre su una eventuale soluzione, e parando i ‘colpi' dei rispettivi fronti che danno caccia serrata all'uomo. Ma oramai la via del ‘fuoripista' sembra battuta, e - sempre più ricattato e ricattabile - al "palestinese piccolo piccolo" non resterà che affrontare con maldestra determinazione la sfilza di vicissitudini che si abbatteranno una dopo l'altra sul suo impervio ‘cammino' e sui suoi Amore, furti e altri guai.

Un palestinese piccolo piccolo

Il cinema palestinese (o, più in generale, sulla Palestina) ha da sempre cercato (spesso trovato) la propria voglia di pace e libertà attraverso un registro surreale ed escapista, votato a liberare a mezzo fantasia i legacci reali e mentali associati da tempo immemore a questa terra, e alla sua guerra fratricida con Israele. Da lavori più politicamente a fuoco (Il giardino di Limoni, Omar), a pellicole dal tratto ben più stravagante (Un insolito naufrago nell'inquieto Mare d'Oriente) o favolistico (Giraffada), molti film hanno riletto la Palestina e quel senso di conflitto permeante attraverso il vagare speranzoso della fantasia, e della mente, traducendo l'orrore di tensioni e scontri in un escapismo reale e simbolico. Con Amore, furti e altri guai, Muayad Alayan firma un'opera prima sincera e sgangherata, trainata da quell'humour nero che mette il protagonista alla berlina, costringendolo a una serie di bizzarre disavventure destinate a confluire in un disegno di ‘accanimento terapeutico' del fato. Un uomo comune imbrigliato nelle regole di una terra in perenne conflitto, ma che in cuor suo vive un unico, solido conflitto interiore: quello della sopravvivenza estemporanea, dei suoi furti, dei suoi amori, dei suoi tanti guai. Per certi versi zoppicante e maldestra come il protagonista di cui racconta, l'opera di Muayad Alayan trova però la sua cifra in quel bianco e nero neutralizzante, nella forte carica di energia e (a tratti) demenziale simpatia accordate all'intenso protagonista Mousa Sami Metwasi e nella rosa di improbabili ed eccentrici personaggi che costellano questa commedia dal sottotesto drammatico (dal prigioniero israeliano, alla vedova cieca). Un film che tratteggia tanti elementi nella prima parte, ma che prende corpo nella seconda, dove la voglia di riscatto emerge dal quadro disarmante di un tentare senza mai riuscire.

Amori, furti e altri guai Diversi guizzi e una compiaciuta autoironia segnano il ritmo dell’opera prima di Muayad Alayan. Una pellicola stravagante e perfettibile ma piuttosto dinamica, intelligente, ricca di idee. Una storia lieve eppure attraversata in controluce da una densa linea di questioni, e che delinea con amara efficacia le bizzarre vicende di un palestinese piccolo piccolo all’interno di un conflitto grande grande, o se non altro decisamente più grande del suo essere e ‘capire’.

6.5

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