Recensione Amore Carne

Un viaggio-documentario atipico in una vita piena di fragilità

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Sentimento astratto ed essenza materiale dell'esistenza umana, Amore e Carne rappresentano l'eterna tensione tra anima e corpo, due sentire diversi che nel loro fondersi costituiscono la percezione umana. Dal suo corpo 'dormiente' in una camera d'albergo avvolta in un ‘amore floreale' (sulle tende delle finestre campeggiano le parole love e flowers) Pippo Delbono (artista eclettico che si è speso senza tregua in ogni sperimentazione artistica arrivando a fondere teatro, danza, musica e cinema) s'incammina verso un percorso in soggettiva attraverso il quale rievocare spazi e volti dell'esperienza di vita. Un telefono in grado di fare riprese diventa così il prolungamento dell'occhio di Delbono che osserva e s'immerge nel divagare tipico della vita, fra persone comuni e non comuni, parole venute dal passato o pensieri che tentano di abbrancare il futuro. La paura (o forse il coraggio) di ripercorrere le tappe di un esame di cui già da ventidue anni lui conosce l'esito, la contemplazione di una madre "mediocre", "servile" di cui oramai il sonoro sembra essersi spento, e poi i tanti tasselli di un passato di colpe, amore, momenti di verità di una vita che (forse) proprio grazie alle sue cicatrici ci permette di comprendere un po' di più del suo senso. Teatro, musica, danza, video arte sono i tanti mezzi che confluiscono in questo documentario atipico votato alla percezione non-filtrata della vita. Uno stile visivo che ricorda i flussi interiori della letteratura del ‘900, un insieme di percezioni che s'irradia da un oggetto, producendo una serie di concatenazioni riflessive apparentemente prive di nessi logici.

Il collage di attimi di vita

A volte il confine tra un cinema fruibile e in grado di comunicare qualcosa all'occhio dello spettatore e l'autoreferenzialità di prodotti che in fondo sono specchi di riflessione dell'autore stesso, può essere molto labile. In questo caso Delbono si pone esattamente sulla linea di questo confine, scavallandola in qualche frangente da un lato o dall'altro. Il suo Amore Carne è, di fatto, una riflessione molto intima che abbraccia attraverso i testi l'opera di autori come Rimbaud, Pasolini, T.S. Eliot, soffermandosi poi sull'arte in movimento di Pina Bausch o quella musicale di Alexander Balanescu. Nel suo viaggio alla ricerca di senso e di emozione (che attraverso un mezzo ‘essenziale' come un telefonino si fa ancora più personale) Delbono rievoca il potere lancinante di alcune immagini e voci che abitano i nostri ricordi. Dalla bianchezza sterile dell'ambulatorio per la ‘mise en scene' della malattia, passando per la desolante immagine di una madre sempre più distante e giungendo alle parole di un anziano che ripercorre confusamente la guerra e il suo lascito, Delbono scompone e ricompone un quadro composito di sentimenti che cercano disperatamente i loro punti di fuga. Più decifrabile nella prima parte con scene che hanno un loro spazio esegetico, Amore Carne sfuma con l'approssimarsi della fine verso una struttura sempre più astratta e meno fruibile, con gli ultimi minuti in cui note, parole, immagini s'inseguono freneticamente ripercorrendo i frammenti di una storia senza inizio né fine. Si tratta dunque di un'opera circolare nella forma e sfuggente nel contenuto che rifugge ogni tentativo di catalogazione o giudizio, e che può essere apprezzata solo dallo spettatore che, nelle immagini imperfette e decentrate, riesca a rinvenire un rimando o un'allusione a uno o più frammenti della sua stessa vita.

Amore Carne Artista eclettico e alla perenne ricerca di un'espressione più 'vera', Pippo Delbono realizza il suo quarto lavoro per il cinema (dopo Guerra, Grido, La paura). Un documentario ‘parziale’ che lega insieme i molti documenti di una vita come tante altre segnata dal dolore e per questo anche da una più audace presa di coscienza della labilità del vivere. Volti e voci di gente comune e di artisti che si mescolano in quest’opera fieramente sperimentale che forse ha il limite di dimenticare con troppa frequenza la presenza dello spettatore. Resta comunque un’opera a suo modo capace di generare emozione, e mirabilmente coraggiosa nella volontà di sperimentare senza tregua la commistione di mezzi e generi.

6.5

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