Recensione Amleto

Aspettando l'attesissimo Doctor Strange, Benedict Cumberbatch veste i panni di un meraviglioso Amleto nella più nota tragedia di William Shakespeare, che dal teatro arriva al cinema.

recensione Amleto
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Se sei stato lo Sherlock Holmes migliore di sempre allora puoi puntare a essere qualsiasi altra cosa. Per questo Benedict Cumberbatch, attore che nasce dal teatro e che sfocia nel cinema per una naturale propensione dell'ars attoriale, ha deciso di vestire i panni di Amleto, il principe di Danimarca, protagonista della tragedia di William Shakespeare più nota tra tutte. Un background teatrale che permette all'attore inglese di conoscere a memoria quel palcoscenico sul quale si potrà muovere, recitare, dare vita a uno dei personaggi più combattuti di sempre.

ESSERE

Parlarvi dell'Amleto significa praticamente parlarvi di Benedict Cumberbatch, perché l'intera rappresentazione gira intorno all'attore, protagonista recentemente di The Imitation Game e di Quinto Potere, oltre chiaramente al già citato Sherlock: l'interpretazione del quarantenne londinese è impregnata di un carisma epocale, che riesce a trasparire da ognuno dei soliloqui che gli vendono affidati, permettendo a tutti i presenti in sala di apprezzare e di accogliere il dramma che vive nel suo cuore e nel suo animo. La morte del padre, la congiura che è certo si stia inerpicando a corte, l'ingiusta reazione della madre che volge il suo sguardo verso un altro uomo, portano l'anima di Amleto a lacerarsi, a essere distrutta, a combattere tra la vendetta, ricercata e mai troppo ottenuta, e la sanità mentale, sempre più latente, sempre più lacunosa a causa dell'ardente lussuria provata nei confronti della rivendicazione, tanto del suo ruolo, quanto della giustizia. Danza precariamente sulla punta dello spillo, Cumberbatch, che in quell'equilibrio tra la follia e la sanità dona ad Amleto un suo stile, un suo modo di fare e di agire: agitato, scattante, piroettante, come se stesse danzando tra gli altri interpreti. Non esaspera mai la sua parte, non accenna mai un'eccessiva e smodata vigoria nell'urlare il proprio dolore, non c'è mai una dissonante alzata di voce, che pur restando squillante per tre intere ore non va mai al di là di quanto ci si aspetta, non sfocia nelle grida di un folle che racconta la propria storia. Amleto resta principesco anche nella sua indecisione, resta un reale nonostante la sua instabilità, il suo equilibrio precario. Tutto grazie a Cumberbatch.

NON ESSERE

Sembra quasi di assistere a uno spettacolo da one man show, una tre ore di rappresentazione condotta da un solo uomo, da un solo attore, che narra tutta l'imponenza del dramma. Eppure Cumberbatch non è solo, anzi, sovente viene affiancato da Ciaran Hinds nei panni di Claudio, il Re di Danimarca, zio di Amleto e fratello del re, così come è altrettanto struggente Ophelia, che imbraccia il proprio cuore dinanzi alla delusione sentimentale che il protagonista che le riserva, inconsciamente. Con loro un preciso Orazio, dal primo all'ultimo secondo accanto al suo fedele amico Amleto, e un istrionico Laerte, rientrato a corte dopo la notizia dell'uccisione di suo padre, Polonio, da parte di Amleto. Un cast che riesce a inviare a tutta la platea il dramma che si vive e che ovviamente dev'essere impreziosito da quel quid pluris rappresentato dal teatro al cinema: la regia.

Condotta da Lindsey Turner, l'ammiraglia di telecamere permette allo spettatore, comodamente seduto in sala al cinema, di cogliere quei momenti clou delle interpretazioni, della recitazione, che passano dai primi piani ai campi larghi, dalle inquadrature alte a quelle ravvicinate. Tutte magnificamente orchestrate, per un prodotto che se a teatro colpisce per la sua realtà, per la sua immediatezza, a cinema rapisce per la sua rielaborazione, per il modo in cui viene raccontato e per la precisione dei movimenti. I giochi di luce, l'utilizzare gli angoli di riprese soltanto in alcuni dei momenti focali, il concentrarsi sui dettagli del volto sudato degli attori, in particolar modo di Cumberbatch, proprio durante i momenti di maggior pathos: tutti elementi che rendono entusiasmante e profondo il lavoro compiuto. L'Amleto al cinema di Lindsey Turner è una grande esperienza, che non sostituisce né arricchisce quello che avremmo potuto vedere a teatro, ma che fornisce un'esperienza diversa: appaga chi non ha modo di recarsi dal vivo a vedere Benedict Cumberbatch dare vita all'Amleto, come può essere un qualsiasi italiano, e lo appaga in un modo diverso, permettendogli di vivere una rappresentazione teatrale come se fosse un film, come se fosse stato girato e montato. Solo che stavolta la post-produzione non c'è, e l'assistere a tre ore intere, con una sola interruzione al termine del primo atto, poco prima dell'arrivo di Laerte, dona un senso di magnificenza all'intero lavoro. La produzione cinematografica, inoltre, è impreziosita anche da una breve introduzione che ci permette di avere un rapido dietro le quinte di Cumberbatch intervistato e dell'attore che si reca in una scuola londinese per apprendere le varie idee di interpretazione fornite dagli studenti su Amleto: elementi che fanno capire il lavoro capillare dell'attore nel cercare un ottimo vestito da indossare, che possa piacere da Shakespeare a tutti noi.

Amleto L'Amleto del National Theatre Live non vuole accontentare quel pubblico che col teatro, con la tragedia, con William Shakespeare ha avuto sempre difficoltà. Non vuole massificare l'opera teatrale, ma vuole renderla più fruibile a chi, invece, ha avuto problemi ad approcciarsi. Probabilmente convincerà i grandi fan di Benedict Cumberbatch a recarsi a teatro, superando quel deterrente che è la durata dell'intera rappresentazione, così come potrebbe spingere qualcun altro a riscoprire la tragedia anglosassone, memori di qualche studio sui libri di scuola o di quel «To be or not to be» che ancora in molti non riescono a contestualizzare.

7

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