Amiche di Sangue, la recensione del film con Anya Taylor-Joy e Olivia Cooke

Due ragazze con problemi emotivi decidono di compiere l'assassinio perfetto, in un noir che fonde una trama hitchcockiana all'apatia di Yorgos Lanthimos.

recensione Amiche di Sangue, la recensione del film con Anya Taylor-Joy e Olivia Cooke
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Nonostante Cory Finley avesse scritto per il teatro la sceneggiatura di Amiche di Sangue, è riuscito ad adattarla seguendo un'idea di cinema talmente precisa che è impossibile percepirlo.
L'esordio alla regia di questo giovane regista statunitense è folgorante nella sua limpidezza e, pur con tutte le ingenuità del caso, riesce contemporaneamente a divertire, far riflettere e spingerci a meditare sull'importanza non solo dell'empatia, anche della capacità unica dell'arte di superare la mortalità.
Lo fa con discorsi diretti, semplici, privi di giri di parole, ma soprattutto attraverso le immagini, mostrando due amiche (che forse non sono così tanto amiche) sedute sul divano davanti alla televisione, a guardare film vecchissimi, in due scene molto diverse ma altrettanto essenziali: nella prima, che cita il noir del 1949 Due Ore Ancora di Rudolph Maté, diventa un commento meta-cinematografico sui sentimenti e sulla finzione, e su quanto le due cose possano essere a volte strettamente collegate; la seconda, che ha luogo mentre viene proiettato La Piccola Principessa di Walter Lang (1939), si interroga sull'illusione di immortalità che il cinema è in grado di conferire ai propri interpreti.

È tanto commovente quanto paradossale avere in un film del genere il compianto Anton Yelchin, qui alla sua ultima performance: il suo personaggio non farà che parlare di sogni, e di quanto grazie alla sua forza di volontà riuscirà a cambiare la propria condizione sociale nel giro di dieci anni.
A Mr. Yelchin quei dieci anni non sono stati concessi, ma Cory Finley con il suo film sembra quasi volerci dire che il cinema non ha età, e che la sua forza (o maledizione) è quella di rendere i suoi protagonisti immortali.

Un noir tinto di rosa

Amanda (l'Olivia Cooke di Ready Player One) e Lily (una Anya Taylor-Joy sempre più sinonimo di ottimi horror-thriller dopo The Witch, Morgan, Marrowbone e Split) sono due coetanee che si conoscono dai tempi delle medie ma che non si sono mai frequentate sul serio.
Entrambe hanno dovuto imparare a convivere con le conseguenze di importanti traumi emotivi: la prima sostiene di non essere più in grado di provare alcuna empatia, di aver chiuso la propria mente a qualsiasi tipo di sentimento; la seconda è bloccata nella lussuosa villa del patrigno (Paul Sparks), un uomo freddo e scortese che è sì in grado di fornire a lei e sua madre una vita agiata, ma che crede di poterle trattare con poco riguardo e ancor meno rispetto. Così un giorno le due ragazze decidono di architettare un piano per ucciderlo.
C'è molto di Alfred Hitchcock in Amiche di Sangue (titolo originale Thoroughbreds, che letteralmente significa "Purosangue", un dettaglio rilevante nel corso della trama), che sprizza tendenze omicide da ogni fotogramma, ma al tempo stesso rifugge quel desiderio ossessivo per la suspense dei thriller domestici all'insegna della ricerca dell'"omicidio perfetto" che il maestro del brivido esponeva in Psycho, Nodo alla Gola o ne Il Delitto Perfetto. Tutto è molto più distaccato, con quell'estraniante sensazione di apatia emotiva che si respira nei film di Lanthimos.
Oltre a tingersi di rosa, essendo i personaggi principali entrambi donne, l'elemento noir viene stemperato completamente da un black humor sferzante e pungente, che controbilancia la grigia cupezza del tutto portando a momenti di pura ilarità. Più che un thriller da brivido, Amiche di Sangue vuole essere uno studio psicologico sulle due protagoniste, temute in primo luogo dal regista: per quanto ci provino, Amanda e Lily intuiscono che tutta la ricchezza e i privilegi che le circondano non serviranno mai a isolarle completamente dalla loro vera natura. E quando decideranno di arrendersi ai loro istinti, tutto diventerà liberatorio e inquietante.

L'opera prima di un grande autore

Nel corso dei suoi novantadue minuti, Amiche di Sangue procede a passo lento e delicato, senza tuttavia annoiare un solo secondo per quanto denso, intelligente e provocatorio dimostra di essere.
Merito del talento di un autore che d'ora in avanti andrà tenuto ben d'occhio: al suo debutto, Cory Finley dimostra un'autorità cinematografica che molti suoi colleghi più esperti non raggiungono prima del decimo anno di professione (quando lo raggiungono).
È davvero ammirevole come Finley capisca con chiarezza lo spazio a propria disposizione, soprattutto come riesca a sfruttarlo in maniera espressiva per trasformare gli interni della location in un gioco continuo di carrellate e dolly.
Menzione d'onore per Lyle Vincent, DoP di A Girl Walks Home Alone at Night e The Bad Batch, che con Finley dimostra di avere la stessa sintonia avuta con Ana Lily Amirpour. Se con la regista iraniana Vincent si divertiva con gli spazi aperti, in questo caso gioca sapientemente con la messa a fuoco, come se volesse studiare a tal punto i due personaggi principali da strizzare continuamente gli occhi per poterli vedere ogni volta un po' meglio.
Un altro aspetto da apprezzare, infine, è come nonostante il film si muova rapidamente e in maniera ordinata verso il traguardo, lo faccia sempre mantenendo la propria anima nera. Non si addolcisce, non diventa mai morbido, né piacevole. Finley rimane austero e atonale, come le sue protagoniste.

Amiche di sangue Cory Finley realizza un'opera prima sorprendente, straniante e inquietante, che si muove sulla linea sottile che separa i noir di Hitchcock dai drammi surreali e apatici di Yorgos Lanthimos. Una messa in scena elegante e grigia mette in risalto l'aridità emotiva delle protagoniste, che nell'architettare l'omicidio perfetto scopriranno la vera natura che si cela nelle loro anime, scendendo a patti con essa.

7.5

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