American Son, la recensione del dramma Netflix con Kerry Washington

Netflix riadatta una pièce teatrale di Broadway in un dramma da camera sulla situazione del razzismo negli Stati Uniti.

American Son, la recensione del dramma Netflix con Kerry Washington
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A volte basta poco per affondare il coltello nella pancia degli Stati Uniti. La sala d'aspetto di una stazione di polizia, una manciata di personaggi e una pallina di neve lanciata a folle velocità lungo la montagna, pronta a trasformarsi in famelica valanga in grado di divorare tutto il buono, tutta la comprensione, tutte le differenze e le uguaglianze sociali. Perché American Son parla di razzismo e lo fa senza vacui moralismi, concentrandosi sull'umanità delle persone, fragile, complessa e spesso incompleta.
Basta solo una madre interpretata da Kerry Washington che cerca il figlio e tutto viene a galla, in un dramma da camera basato sull'omonima pièce teatrale di Broadway scritta da Christopher Demos-Brown.
Ed è proprio la scrittura a incidere maggiormente, nel bene e nel male, messa sul piedistallo continuamente, unica in grado di tirare fuori ogni elemento dalle sue creature, in un fiume inarrestabile che travolge tutto e tutti: restare aggrappati alla riva sembra impossibile. Oppure sì?

Race is the child of racism, not the father

American Son si apre con questa citazione di Ta-Nehisi Coates, mettendoci subito in allerta. Perché ormai trattare il tema del razzismo negli Stati Uniti è diventato un campo minato, dove qualsiasi cosa fai, sbagli. Basti pensare a tutta la querelle su Green Book e si ha subito un taglio preciso della situazione odierna. C'è tensione anche solo nel parlarne, come se ci fosse sempre una maniera giusta e una sbagliata, dove anche la buona volontà di tentare l'ennesima strada per discutere di un problema che nel 2019 (2019!) esiste ancora, beh, è spesso affossata in quanto tale. Ed è esattamente quello che sta succedendo con American Son. Triturato dalla critica statunitense, soprattutto in virtù del fatto che non ci sta raccontando niente di nuovo, il film (e l'opera teatrale, per estensione) vengono presentati come un semplice mix di gente che urla, personaggi inconsistenti e filosofia da bar sugli Stati Uniti odierni. Ci si potrebbe anche vedere tutto questo, perché i novanta minuti di questo dramma da camera à-la Carnage sono essenzialmente un continuo crescere di tensione verso la rivelazione finale, dato che invece del whodunit, a muovere la storia c'è il whereishe, cioè Jamal, il figlio di Kendra (la Washington, appunto). Ma American Son prova in tutti i modi a scardinare altre porte, tentando di presentare la questione del razzismo sotto diversi punti di vista. Non racconta niente di nuovo? Forse, agli statunitensi, no. Ma a noi?

Madre, padre e polizia

Jamal è sparito con la macchina. Non risponde al cellulare. Sua madre non sa dov'è ed è alla polizia di Miami che tenta di scucire notizie all'agente Larkin (Jeremy Jordan), da poco entrato nel Dipartimento. C'è già sottofondo di scontro: lei urla, prevede il peggio, lui prevede un figlio tipico "gangsta" che odia i poliziotti. Non ci si può comprendere. Il che è strano, quando viene fuori che Kendra insegna psicologia all'università. Larkin è soverchiato dalla situazione, costretto ad attenersi al protocollo, quasi al limite del "non sono razzista, ma..." che non riesce a calmare proprio chi dovrebbe saper calmare le persone. Eppure ogni parola è stravolta dalla paura: lei si aspetta di aver a che fare con un suprematista, lui con una donna che vede suprematisti ovunque. Poi arriva il marito. Classico alpha-male, agente FBI. Bianco. Allo scontro per scoprire il destino di Jamal si aggiunge quello di una famiglia sfaldata, mentre lo stesso Jamal traspare dalle urla come un tenero ragazzo che conosce a memoria Emily Dickinson e che vorrebbe essere nero al 100%, perché il percorso da upper-class "bianca" voluto dal padre inizia a stargli stretto.

Come inizia a stare stretto il fatto che questo padre, Scott (interpretato da Steven Pasquale), sappia molto poco di come si senta il figlio. Forse, avendo lasciato la famiglia solo quattro mesi prima per l'amante, troppo poco. E qui arrivano altre bordate falcianti dalla critica statunitense. Inconsistenza e vacuità. Ma quante volte nella vita di tutti i giorni un genitore pensa di sapere tutto del figlio, di averlo educato, indirizzato bene, senza rendersi conto di aver avuto un estraneo in casa per anni?

La lotta al razzismo, per tutti

American Son, analizzandolo a fondo, ha parecchi problemi, tra cui una regia troppo di servizio che fallisce miseramente quando compie le poche incursioni fuori dalla sala d'aspetto: ma, uno su tutti, è la volontà di spettacolarizzare che sovrasta il messaggio.
Le urla continue, i dialoghi abbaiati sopra le righe che staccano dalla realtà, scostandosi dal tema in favore di una partita di chessboxing tra marito e moglie. La critica statunitense ha visto solo questo, dandogli giusto qualche obolo per il tentativo. Attori in overacting, scrittura lontana dalla realtà delle cose, film "vecchio" di almeno un ventennio. Eppure Green Book è ancora A spasso con Daisy, ma 29 anni dopo, e si culla il suo Oscar come miglior film. E se American Son fosse soprattutto per chi quella realtà non la vive?

Se lo vedessero a Helsinki o Catania, a Madrid o San Pietroburgo? Netflix permette proprio questo. E anche se tutti nella terra a stelle e strisce sono convinti che non sappia smuovere le acque, rimestando vagamente in un torbido soft, forse può ancora raccontare qualcosa a chi quel tragico torbido non è costretto a viverlo, a chi non deve avere paura di essere fermato dalla polizia, e anche a chi è in divisa e non deve sentire freddo, quando ferma una macchina che va troppo veloce nel quartiere sbagliato. Perché alla fine, secondo American Son, negli Stati Uniti del 2019 siamo ancora tutti vittime, anche se qualcuno, orwellianamente parlando, lo è sempre più di altri.

American Son Netflix riprende il dramma teatrale scritto da Christopher Demos-Brown, scritturando regista e attori della pièce di Broadway. Kerry Washington prova a portarsi sulle spalle un tema ancora così cruciale per la nostra contemporaneità come il razzismo, nonostante American Son presenti tante leggerezze di sceneggiatura, utili per spettacolarizzare la storia. La volontà di base, però, è giusta e precisa, e salva tutti i novanta minuti di urla e incomprensioni in questo dramma da camera che potrebbe tranquillamente accadere ogni giorno, in una qualsiasi stazione di polizia degli Stati Uniti.

6

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