Recensione American Hustle

David O. Russell firma un film spumeggiante a base di truffe e grandi attori

Recensione American Hustle
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Dopo due grandi successi consecutivi, ovvero The Fighter (2010), dramma pugilistico a sfondo familiare tratto da una storia vera, e Il lato positivo (2012), commedia romantica basata sul romanzo di Matthew Quick, il regista e sceneggiatore David O. Russell, diventato ormai a tutti gli effetti uno dei nomi di punta a Hollywood, si prepara a mettere a segno un ennesimo colpo vincente della propria filmografia, con una pellicola in procinto di conquistare i favori del pubblico e fare incetta di candidature alle imminenti edizioni dei Golden Globe e degli Oscar (dove la ritroveremo senza dubbio in lizza nelle categorie principali). Il film in questione è American Hustle, l’opera forse più ambiziosa di Russell, autore della sceneggiatura insieme ad Eric Warren Singer (ma il copione originale si intitolava American Bullshit). Per l’occasione, il regista newyorkese ha pensato bene di riunire numerose star con le quali aveva già collaborato in passato: e così da The Fighter ecco arrivare Christian Bale ed Amy Adams, mentre dal cast de Il lato positivo ritornano Bradley Cooper, Jennifer Lawrence e perfino il grande Robert De Niro (al quale è affidata una breve ma efficacissima apparizione), ai quali si unisce la new-entry Jeremy Renner.

Una stangata targata FBI

Il richiamo più immediato di American Hustle al cinema del passato è rappresentato forse dal classico La stangata di George Roy Hill: anche in questo caso ci troviamo infatti al cospetto di una gigantesca “stangata”, architettata però nientemeno che dall’FBI per mettere in scacco Carmine Polito (Jeremy Renner), sindaco corrotto della città di Camden, in New Jersey. La storia, ambientata negli Anni ’70 e ispirata ad una vicenda realmente accaduta (la cosiddetta “Operazione Abscam”), vede protagonisti Irving Rosenfeld, un ingegnoso truffatore professionista, e la sua abile partner e socia, l’affascinante Sydney Prosser; a prestare loro il volto sul grande schermo sono un semi-irriconoscibile Christian Bale, ingrassato oltremisura e con un orrendo riporto a coprirgli la pelata in cima al cranio, ed Amy Adams, attrice di estrema versatilità, davvero bravissima nel miscelare sensualità ed insicurezze di un personaggio così borderline. Ingaggiati dal risoluto agente federale Richie DiMaso (un Bradley Cooper dalla ben temperata verve comica), Irving e Sydney si adoperano per trascinare il sindaco Polito in un affare piuttosto losco, conquistandone ben presto la fiducia... senza rendersi conto che, nel frattempo, la loro “trappola” si è allargata a macchia d’olio, coinvolgendo numerosi membri del Congresso degli Stati Uniti, nonché il famigerato mafioso Victor Tellegio (Robert De Niro).

FRA GANGSTER-MOVIE E COMMEDIA NERA

A leggere la trama, sembrerebbe di trovarsi di fronte a un canonico gangster-movie o a un solido dramma poliziesco vecchia maniera... eppure, non è esattamente così. Perché l’intuizione di David O. Russell, affatto scontata e volta anzi ad oltrepassare le convenzioni e gli stilemi del genere di appartenenza, è quella di virare l’intera narrazione sul versante della commedia brillante con lievissime sfumature grottesche, sacrificando la suspense sull’altare dell’ironia. Pertanto, American Hustle finisce per riecheggiare (più o meno consapevolmente) lo humor nero dei film dei fratelli Coen (in particolare Burn After Reading), ma anche il formidabile amalgama di comicità e dramma del capolavoro di John Huston L’onore dei Prizzi. E, in virtù di un ritmo dinamico ma mai troppo concitato, il film regge egregiamente per ben 130 minuti di durata, sfoderando la spigliatezza di un divertissement che si prende gioco dei propri personaggi senza tuttavia trasformarli in macchiette o in stereotipi viventi. Neppure nel caso della giovane ed incontrollabile Rosalyn, la moglie di Irving, impersonata da una Jennifer Lawrence deliziosamente sopra le righe: caparbia, scatenata e del tutto imprevedibile, la ragazza sarà la “variabile impazzita” in grado di mettere a rischio l’intera operazione, ma anche gli equilibri sentimentali fra Irving e Sydney...

A tempo di musica

Ovviamente, una componente non trascurabile per il risultato complessivo è costituita dall’ottimo comparto tecnico del film, in grado di offrire una messa in scena ed una ricostruzione d’epoca di grande suggestione, pur evitando l’effetto “patinato”: dalle musiche di Danny Elfman alla sfavillante fotografia di Linus Sandgren, dalle scenografie tipicamente Seventies ai vivaci costumi disegnati da Michael Wilkinson. Senza dimenticare una strepitosa soundtrack che non poteva non includere una carrellata di alcune fra le più memorabili hit del decennio (e dintorni): per citare solo le più famose, A Horse With No Name degli America, Dirty Work degli Steely Dan, Does Anybody Really Know What Time It Is dei Chicago, The Coffee Song di Frank Sinatra, It’s De-Lovely di Ella Fitzgerald, I Saw the Light di Todd Rundgren, I Feel Love di Donna Summer, Don’t Leave Me This Way di Harold Melvin & the Blue Notes, Delilah di Tom Jones, Goodbye Yellow Brick Road di Elton John, Papa Was a Rollin’ Stone dei Temptations, Evil Ways di Santana, White Rabbit in una versione cantata da Mayssa Karaa, How Can You Mend a Broken Heart dei Bee Gees, Live and Let Die di Paul McCartney e gli Wings e The Jean Genie di David Bowie, oltre alla sublime Jeep’s Blues di Duke Ellington. Il perfetto compendio musicale per un film frizzante, impeccabile e piacevolissimo, a detta di chi scrive il migliore nella produzione di David O. Russell ad oggi.

American Hustle Reduce dal successo de Il lato positivo, il regista David O. Russell confeziona un film a base di truffe, gangster e agenti federali che miscela con estrema abilità i propri ingredienti narrativi con il ritmo travolgente della commedia nera: il risultato è un’opera sfavillante e godibilissima, impreziosita dall’ottima ricostruzione d’epoca e da un cast di lusso capitanato da Christian Bale, Bradley Cooper ed Amy Adams.

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