American Assassin, la recensione del film con Michael Keaton

La lotta al terrorismo è al centro di un thriller fiacco ed eticamente discutibile, basato su una popolare serie letteraria.

recensione American Assassin, la recensione del film con Michael Keaton
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Nel 1999 è stato dato alle stampe Transfer of Power, il secondo romanzo di Vince Flynn e il primo dedicato alle gesta di Mitch Rapp, agente della CIA specializzato in operazioni sotto copertura in seno all'unità antiterrorismo e noto per la sua scarsa tolleranza nei confronti della burocrazia. Flynn ha firmato tredici libri con protagonista Rapp prima di essere stroncato da un tumore nel 2013 (la serie è successivamente stata ripresa da Kyle Mills), ed è l'undicesimo (ma primo nella cronologia narrativa), American Assassin, ad arrivare ora sullo schermo con l'intenzione di lanciare un nuovo franchise cinematografico (inizialmente si era pensato di adattare il sesto libro, Consent to Kill).
Girato in Inghilterra, Italia e Tailandia, il film racconta i primi passi di Rapp nel mondo dell'antiterrorismo, guidato da un desiderio di vendetta dopo la morte della sua fidanzata in un attacco jihadista a Ibiza. Arrestato dalla CIA dopo un primo tentativo autonomo di infiltrare l'organizzazione responsabile della strage, Rapp (Dylan O'Brien, protagonista di Maze Runner) viene quindi reclutato poiché le alte sfere dei servizi segreti americani riconoscono in lui il potenziale giusto.
Mentre il giovane viene sottoposto al duro addestramento del veterano Stan Hurley (Michael Keaton), iniziano a circolare voci inquietanti su una minaccia nucleare, e spetterà proprio a Hurley e Rapp il compito di sventarla.

America first!

American Assassin nasce dalla fantasia di uno scrittore che è stato anche consulente per la serie televisiva 24 (per l'esattezza l'acclamata quinta stagione), mentre il regista Michael Cuesta, anch'egli noto soprattutto per lavori catodici, ha diretto quattro episodi di Homeland. Due mondi riconoscibili nell'estetica generale del film, ma non nel suo approccio ideologico, più vicino alla mentalità destroide di Attacco al potere 2 o dei film d'azione degli anni Settanta e Ottanta. Un problema di non poco conto sin da quando, nel 2004, Team America ha messo alla berlina l'idea dell'America come salvatore indiscusso con una tale cattiveria e intelligenza che è praticamente impossibile oggi realizzare un film dove la tesi in questione è affrontata senza alcuna ironia o voglia di mettere in discussione la politica estera statunitense.
Solo Keaton, inossidabile in un ruolo che sembra essere stato cucito su misura per lui, ha la possibilità di esplorare minimamente le zone più grigie sul piano psicologico, ma è uno sforzo troppo esile nel contesto di un lungometraggio dove la riflessione annega nel sangue e nei discorsi nazionalisti. Talmente esile che anche il pubblico è rimasto per lo più freddo al cospetto di American Assassin, che ad oggi ha incassato poco più di 60 milioni di dollari al box office mondiale. È quindi improbabile che Rapp torni presto sui nostri schermi, non senza una necessaria reinvenzione.

American Assassin Il bestseller di Vince Flynn arriva sullo schermo con energia ma senza anima, limitandosi al minimo indispensabile a livello d'azione senza curarsi del contenuto ideologico a dir poco problematico. Delude anche Dylan O'Brien nei panni del (troppo) giovane protagonista, soprattutto quando divide la scena con Michael Keaton, unico punto di interesse costante di un thriller paradossalmente anacronistico pur essendo l'immagine della politica americana odierna.

5.5

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