Un'altra Vita - Mug, la recensione del film premiato a Berlino

Jacek, prossimo a sposarsi con l'amata fidanzata, vede la sua vita cambiare da un giorno all'altro in seguito a un terribile incidente sul lavoro.

recensione Un'altra Vita - Mug, la recensione del film premiato a Berlino
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Jacek vive in una piccola cittadina polacca in cui la maggior parte della popolazione è molto religiosa. Il ragazzo, dai capelli lunghi e con una passione per la musica metal, viene visto come la pecora nera dalla comunità, questo però non gli impedisce comunque di avere una vita normale. Jacek lavora infatti come operaio edile e ha una relazione con la bella e bionda Dagmara, una ragazza di un paesino vicino, alla quale propone - con successo - di sposarsi.
Dopo aver ricevuto il fatidico sì, e in attesa di comunicare la notizia ad amici e parenti e preparare le future nozze, il protagonista di Un'altra vita - Mug rimane vittima di un grave incidente sul luogo di lavoro, inerente la costruzione di una statua di Gesù tale da rivaleggiare per dimensioni con il famoso Cristo Redentore di Rio de Janeiro.

Il giovane cade da un'altezza considerevole e miracolosamente sopravvive, ma niente per lui sarà più come prima: i gravi danni riportati nell'urto hanno infatti irrimediabilmente danneggiato il suo volto, obbligando i medici a un fulmineo intervento di trapianto facciale con la cute di un donatore da poco deceduto. Jacek si trova ad affrontare il proprio futuro con dei lineamenti sgraziati e in cui non si riconosce, e la stessa Dagmara non riesce ad accettare il nuovo aspetto dell'amato, cominciando ad allontanarsi da lui.

Dietro la maschera

Un prologo spiazzante, con gli sguardi fissi di una folla di individui in attesa che un supermercato apra i battenti per dei saldi di biancheria intima, con conseguente assalto in mutande ai capi scontati: sin dai primi secondi Un'altra vita - Mug gioca sui sottili confini del grottesco, passando nel corso della susseguente narrazione da toni più leggeri ad altri più drammatici, sempre e comunque memori dell'amara ironia di partenza.
Vincitore dell'Orso d'argento, Gran premio della Giuria al Festival di Berlino 2018, il film della regista polacca Malgorzata Szumowska sfrutta lo spunto dalla reale costruzione del Cristo Re di Swiebodzin, durata cinque anni e costata un milione e mezzo di dollari, per innescare all'interno del suddetto contesto una sorta di commedia dell'assurdo nella quale prendere di mira con toni farseschi i simboli portanti della religione, qui trasfigurata nei suoi eccessi di bigottismo e ignoranza: un'operazione iconoclasta che sfuma però ulteriormente i propri tratti salienti in pagine più toccanti e dolorose che hanno luogo nella tormentata love-story vissuta dallo sfortunato protagonista.

Tutti i volti dell'amore

Un'altra vita - Mug mette al centro della vicenda una figura lontana dal resto dei suoi concittadini, sia per attitudine che per credenze, con il look e l'animo da metallaro "duro e puro" che gli costano l'epiteto ingiustificato di satanista, la cui condizione di difficoltà lo porta inizialmente a divenire simbolo dell'unità popolare salvo poi, giorno dopo giorno, estinguere la non voluta fama nella dimenticanza.
Fondamentali rimangono così il personaggio della sorella maggiore, schietta e diretta, nonché unico appiglio rimasto a Jacek, e quella di Dagmara, sposa promessa che evita il compagno proprio quando questi avrebbe più bisogno di lei, seppur le motivazioni dietro la decisione aprano a non banali spunti di riflessione e di coinvolgimento empatico.

Con una manciata di sequenze surreali a imprimere un sottofondo parzialmente visionario e un epilogo comunque rivolto alla speranza, i novanta minuti di visione possono contare sull'ottima attinenza del cast ai rispettivi ruoli, con Mateusz Kosciukiewicz abile a infondere carattere a un protagonista nascosto sotto una maschera per la maggior parte del minutaggio e la bella Malgorzata Gorol a donare sensualità a una personalità ambiguamente respingente.

Un'altra Vita - Mug Orso d'argento all'edizione 2018 del Festival di Berlino, questo film polacco si divide tra le atmosfere leggere e grintose della prima parte e i toni più drammatici della seconda, questi ultimi successivi al tragico evento che cambia per sempre la vita del protagonista. La love-story inizialmente pianificata si trasforma così in un horror privato, il tutto filtrato anche nei suoi eccessi più cupi da un'anima grottesca e iconoclasta nel tratteggio della comunità paesana in cui ha luogo la vicenda, bigotta e pronta a giudicare tutto e tutti. Un'altra vita - Mug riflette sulle condizioni e relative contraddizioni delle emozioni umane messe di fronte a una situazione inaspettata e lo fa con una notevole lucidità d'intenti, solo parzialmente appesantita da qualche eccesso di retorico in certi spezzoni, e con un credibile impegno da parte dell'affiatato cast, alle prese spesso con ruoli scomodi che scavano nelle ipocrisie della società.

7

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