Alpha - Un'amicizia forte come la vita: la recensione

Albert Hughes dirige una cruda e sorprendentemente psichedelica avventura ambientata nel Paleolitico superiore.

recensione Alpha - Un'amicizia forte come la vita: la recensione
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A volte esistono film smaccatamente pretenziosi, che pensano di poter essere cinematograficamente originali in ogni maniera possibile, dispensando lezioni morali e aggiornando le tecniche filmiche, il tutto mentre ricostruiscono il mondo di un'epoca passata (o di una futura) e raccontano la storia di personaggi memorabili, protagonisti di avventure leggendarie e senza tempo. Prodotti che, puntualmente, finiscono con l'annoiare chi sta cercando solo una storia da seguire, oppure col far sollevare le sopracciglia a chi ha già visto altrove opere ben più monumentali a livello artistico. Oppure entrambe le cose.
Ebbene, nonostante le premesse per una simile debacle ci fossero tutte, Alpha - Un'amicizia forte come la vita non è uno di questi film. In primo luogo perché non ha alcuna ambizione, non pretende alcunché né da se stesso, né dal suo protagonista, e in secondo luogo perché è un lavoro che diverte, nonostante presenti una trama risicata, appaia stolido nella messa in scena e preistorico (letteralmente) negli effetti visivi.
Con un'impronta iconografica che mescola l'impatto da graphic-novel di matrice snyderiana (ci sono un paio di inquadrature spudoratamente prese riprese da 300), le immagini psichedeliche del Robert Richardson di The Doors di Oliver Stone e il cinema naturalista di Jean-Jacques Annaud, Alpha è un racconto di formazione mai smielato e anche abbastanza crudo, narrato a mo' di fiaba dall'esperto Albert Hughes, che miscela con efficacia i toni positivi del soggetto alla natura ferale del contesto, abbellendo un'avventura per tutta la famiglia con dettagli visivamente forti (sangue, escrementi), spregiudicati ma consoni.
Siamo ben distanti dalle soglie del capolavoro, ma se avete voglia di assistere alla nascita del rapporto d'amicizia fra l'uomo e il cane, questa potrebbe essere l'occasione che fa per voi.


C'era una volta, 20.000 anni fa ...


Siamo nella steppa europea, all'incirca nel Paleolitico superiore. Keda (Kodi Smit-McPhee) è il giovane figlio di un capo-tribù che per la prima volta si unisce a suo padre (Jóhannes Haukur Jóhannesson) e agli altri cacciatori per il suo battesimo del fuoco: la caccia ai bisonti.
Come un antenato dell'Hugh Glass di Leonardo Di Caprio in The Revenant di Alejandro González Iñárritu, Keda sarà dato per morto da suo padre e dai suoi compagni a causa di un incidente, e abbandonato alle ostilità del mondo a diverse settimane di viaggio da casa. Con le stelle a fare da unica guida per la strada del ritorno, il ragazzo dovrà affrontare la più grande avventura della sua vita, alla quale potrà sperare di sopravvivere solo diventando il cacciatore che suo padre sperava che fosse. Contro i rigidi venti dell'inverno e i letali predatori che popolano quei territori selvaggi, Keda troverà l'aiuto di cui ha bisogno in Alpha, un lupo adulto che - grazie alla sua caparbietà - riuscirà ad addomesticare.
Al netto di un titolo italiano discutibile e soprattutto molto più melenso rispetto a ciò che il film è in realtà, Albert Hughes si dimostra il discreto ma ineccepibile mestierante che è stato per tutta la sua carriera, da Nella Giungla di Cemento a Codice Genesi, passando per La Vera Storia di Jack lo Squartatore, a firmare come al solito un'opera tutt'altro che brillante ma decisamente "quadrata" - nonostante l'assenza del fratello Allen.
Nel primo atto la sceneggiatura va dal punto A e B, mostrandoci nel giro di venti minuti il percorso che il protagonista, una volta rimasto solo, dovrà compiere in senso inverso e senza l'aiuto dei suoi compagni e di suo padre (che è curiosamente identico a un Orson Welles d'annata e si candida senza dubbio per la parte in un eventuale film biografico sulla figura del leggendario regista).
Al di là della storia narrata però, mai monotona, appassionante ma poco originale, è sorprendentemente la "veste grafica" a rappresentare il vero vanto dell'opera: la fotografia di Martin Gschlacht è in grado più di una volta di partorire immagini particolarmente avvincenti, che non sarebbe azzardato definire memorabili, fatte di silhouette in controluce che - stagliandosi su panorami mozzafiato - riescono a trasmettere quel senso di ferale meraviglia mista a fredda pericolosità che la sceneggiatura spesso e volentieri si dimentica di enfatizzare.

Il Primo Lupo


Siamo ben distanti dall'epica tragica de L'Ultimo Lupo di Annaud, con quella sua essenza da melodramma avventuroso che, nel raccontare la storia dell'amicizia di uno studente cinese a contatto con le tribù nomadi della Mongolia Interna di fine anni '60, finiva con l'allargarsi a dismisura, fino a spiegarci la Grande Rivoluzione Culturale, la guerra e la meschinità umana in contrapposizione ambivalente alle doti di rispetto, tolleranza e compassione. E non siamo neppure dalle parti crepuscolari di Balla Coi Lupi o del recente Zanna Bianca di Alexandre Espigares.
Alpha non vuole insegnarci nulla, perché è assolutamente conscio del fatto che le nozioni che lo compongono sono già state ampiamente spiegate in opere migliori: non si traveste mai da manifesto animalista, non tenta con arroganza di ricostruire in modo accurato l'epoca che vuole rappresentare, né tanto meno pretende di trasmettere morali zuccherose o smielate lezioni di amicizie interraziali. È semplicemente un film d'avventura, condito con elementi psichedelici da astrattismo preistorico tanto anacronistico quanto curiosamente azzeccato.

Come anche nei suoi predecessori più illustri, molti passaggi di trama richiederanno una soglia piuttosto alta di sospensione dell'incredulità, ma il ritmo garantito dal montaggio rapido e scattante come un predatore effettuato dalla montatrice Sandra Granovsky ci permette di superarli senza indugiare troppo, agendo come una scopa che nasconde sotto il tappeto granelli indesiderati di polvere.
La coppia rappresentata da Keda e Alpha funziona, il lento progredire del loro rapporto è la cosa meglio spiegata e rappresentata dell'intero film: neanche fossero gli avi rispettivamente di Tin Tin e Milù, la loro collaborazione riuscirà a tirare fuori il meglio da entrambi, metafora sul rapporto uomo-animale sempre funzionale e mai telefonata. Apprezzabile anche la scelta linguistica - più coraggiosa e meno scontata di quanto si possa pensare - che sempre e comunque fa comunicare i personaggi umani tramite una parlata preistorica, tradotta mediante sottotitoli per il pubblico moderno.
Probabilmente non si poteva chiedere molto di più alla storia di un ragazzo-beta che impara a essere un uomo- alfa e di un lupo-alfa che impara ad agire come un animale domestico.

Alpha - Un'amicizia forte come la vita Albert Hughes realizza un'opera priva di pretese, narrativamente basilare, preistorica nello sviluppo ma precisa a livello di ritmo e atmosfera. La fotografia psichedelica di Martin Gschlacht eleva il tutto donando al film un senso artistico quanto mai inaspettato, seppur non eccezionale. Una bella veste per uno scheletro che racconta la lineare storia di un ragazzo che "diventa adulto" e di un lupo selvaggio che impara cos'è l'amicizia.

6.5

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