Berlinale 64

Recensione Aloft

Jennifer Connelly, Cillian Murphy e Melanie Laurent nel nuovo film di Claudia Llosa

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Lungo le fredde strade (ma neanche troppo...) del febbraio berlinese spuntavano, alternati a poster di Grand Budapest Hotel e Nymphomaniac, il volto in ipotermia di una Jennifer Connelly decisamente poco a suo agio: il film è Aloft e alla sedia di regia è Claudia Llosa, regista peruviana che nella capitale tedesca è tornata ricca di aspettative, reduce dalla vittoria nel 2009 dell’Orso d’Oro con La teta asustada. Il film non è certo arrivato con le migliori premesse, preceduto dai tratti generali di una trama apparsi decisamente insoliti e poco attraenti sulla carta. La visione del film non smentisce i timori, anzi decisamente rasenta uno dei titoli peggiori dell’ultima competizione berlinese: una trama su due momenti temporali, un piatto paesaggio freddo e uniformemente grigio, asettico come i suoi personaggi e la sua inverosimile storia, totalmente incapace di provocare emozioni o di immedesimare nei suoi protagonisti. Della serie: dall’Orso d’oro al razzie dell’orso. Il film è stato anche scritto, oltre che diretto, da Claudia Llosa, e ha potuto contare su un cast decisamente nutrito che nulla ha potuto di fronte a una scrittura farraginosa.

Falchi, curatori e rancori

Nelle fredde terre quasi costantemente imbiancate di neve del Canada, Nana (Jennifer Connelly) vive con i figli Ivan e Gully e l’anziano padre. È proprio dal nonno che Ivan eredita la passione per i falchi - ne ha addirittura addestrato uno tutto suo, Inti. Il vero problema è che tutte le attenzioni della madre sono per Gully, gravemente malato e con la prospettiva di una morte certa. Uno spiraglio di speranza s’intravede nell’arrivo in città di un individuo famoso per le sue doti di guaritore, che attrae sciami di persone disperate. Qualcosa però va storto quel giorno, complice proprio il falco Inti, successivamente abbattuto con selvaggia freddezza. A questo punto la trama si fa confusa, spostandosi vent’anni in avanti, e proseguirà seguendo le due linee narrative, a cavalcioni tra i continui flashback (cos’è accaduto dopo che anche il guaritore ha fallito? E che Inti è stato abbattuto?) e la storia principale, nel presente, in cui l’incallita reporter Jannia Ressmore (Melanie Laurent in un ruolo che le si addice veramente poco) contatta Ivan, il figlio oramai cresciuto e addestratore di falchi, per poter trovare sua madre Nana, che nel frattempo si dice sia diventata una talentuosa guaritrice. Piccolo problema: Ivan non vede la madre da oltre vent’anni, abbandonato per qualche ignoto motivo che ancora non conosciamo. Così, seppur con riluttanza, Ivan (odiosamente interpretato da Cillian Murphy) saluta moglie e figlio per partire con l’avvenente giornalista (che, come prevedibile, non tarderà a fargli dimenticare di essere un uomo sposato) alla ricerca di una madre che per lui ha sempre avuto poche intenzioni e che un giorno, senza troppi indugi, l’ha abbandonato a casa del nonno.

Lamentoso e stagnante

Difficile individuare i motivi delle scelte della Llosa nel scrivere una storia simile. Probabilmente si può spiegare sotto uno striscione a chiare lettere: pretenziosità. In altre parole, alzare parecchio il tiro, gonfiare la scrittura e le aspettative, puntare a un filmone d’autore con il budget e il cast del titolo commerciale hollywoodiano. Da una parte il film si basa su premesse decisamente incomprensibili: come possiamo prendere sul serio (o almeno come verosimile) una storia in cui la madre cerca di far curare il figlio a un uomo sulla base di dicerie circa il suo dono? Ma soprattutto, nel momento in cui il falco Inti comincia a cozzare di “becco” contro la capanna fatta di ramoscelli in cui il guaritore opera, causando scompiglio e un piccolo incidente al “paziente” di turno, ci chiediamo: perché c’è un guaritore in una capanna di legnetti che viene devastata da un falco? Perché Ivan deve per forza avere e portare un falco con sé? Di fronte a queste dinamiche già dubbie, il film, non contento, comincia a farci freneticamente rimbalzare tra passato e presente, alla ricerca di una madre che Ivan non vede da due decenni e per cui dobbiamo pazientare per sapere dai flashback com’è andata la vicenda. Il punto è anche lo svelamento è tutto meno che una shockante rivelazione: niente turning point, nessun effetto sorpresa. Il film non è solo mortalmente prevedibile, ma anche inverosimile. E le sue scelte poco giustificabili, con una madre che tiene così tanto al figlio malato da insistere ripetutamente nella guarigione di tali presunti individui col “dono”, mentre non si fa problemi ad abbandonare il figlio maggiore per vent’anni senza troppe spiegazioni. Non paga, la Llosa ha deciso che Nana doveva poi scoprire a sua volta poteri tuamaturgici e seguire la sua vocazione. A tirare le somme, le singole premesse prese singolarmente sono poco convincenti, ma ci si poteva comunque lavorare. Messi tutti gli elementi insieme, però, creano una storia che con poco mordente per il pubblico, monotona e inverosimile. Aggiungiamo a tutto ciò un arco di trasformazione dei personaggi pressoché nullo, che segue le stonanti note deformate di un copione prevedibile e pesantemente melodrammatico, una lagna tutta svolta in una terra innevata e interminabile, fredda, piatta e omogenea come del resto tutto il film.

Aloft Jennifer Connelly, Cillian Murphy, Melanie Laurent, persino una breve apparizione di Oona Chaplin: un cast stellare che non fa alcuna differenza, anzi addirittura è costretto in ruoli che poco gli si addicono e arrivano a suscitare, coi loro incoerenti personaggi dalle dubbie scelte e dalle facili prediche, un misto di antipatia e insofferenza. La Llosa voleva forse fare un film contemplativo, sui grandi temi della vita, con spazianti riprese panoramiche che parlassero al posto di una rigorosa sceneggiatura. Sicuramente, quale che fosse il suo intento e la sua speranza, ha fallito. E ci auguriamo torni ad essere più semplice, riscoprendo il bello della semplicità di una scrittura. Senza piazzarci in mezzo falchi, guaritori, tumori, reportage internazionali e abbandono di minori.

5

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